I bambini venuti dal Messico, di chi è la responsabilità?

By 30 giugno 2018Migranti e povertà

Duemila bambini disperati, separati dai loro genitori immigrati clandestini. Paradossalmente, sono vittime di una sentenza che li avrebbe voluti tutelare, a cui si cerca di porre rimedio. Senza dimenticare chi fa correre i rischi dell’immigrazione clandestina a figli e minori affidati, o chi fa battaglie pro immigrazione sulla pelle dei minori.

L’amministrazione Trump è accusata del peggiore dei crimini: torturare i bambini. Le immagini di bambini, anche molto piccoli, dietro le sbarre, in lacrime, separati dai loro genitori immigrati clandestini, stanno facendo il giro del mondo, hanno provocato la protesta dell’opposizione, dell’Onu e del Papa. Quanto poco sappiamo di questa crisi, però? Cosa c’è veramente in gioco?

Prima di tutto, non è nuova la politica della separazione dei minorenni dai genitori e in genere dagli adulti che li accompagnano, se questi ultimi sono immigrati non ancora regolari e in fase di verifica. Si tratta di una sentenza, Flores contro Reno (un caso di maltrattamento, subito in un Cie, da una 15enne salvadoregna, Jenny Lisette Flores), risalente al 1997, secondo il quale i bambini non possono essere detenuti nei Cie, assieme agli adulti in attesa di sentenza. L’amministrazione Trump, finora, non ha cambiato le regole. Le separazioni avvengono quando la polizia di frontiera constata che l’accompagnatore adulto del bambino non è un suo genitore, costituisce una minaccia per il bambino, oppure lo sta coinvolgendo in un atto criminale. Visto che l’immigrazione clandestina è un reato, il bambino viene separato dagli adulti (genitori e non) che lo hanno commesso. Se, finora, le guardie di frontiera e le autorità locali chiudevano un occhio e lasciavano passare almeno un adulto assieme al minorenne, l’amministrazione Trump ha voluto applicare le regole in modo rigoroso, con una politica della tolleranza zero. Quando un immigrato va a processo per un ingresso illegale nel paese, viene tenuto in custodia. Il minorenne che è con lui, invece, viene affidato a uno dei centri gestiti da Organizzazioni non governative con la supervisione dall’agenzia sanitaria nazionale (HHS), che fornisce loro l’assistenza essenziale. La politica della tolleranza zero, applicata dalla metà di aprile, ha aumentato il numero dei bambini accolti da questi centri a quasi 2000. Se è possibile identificare un parente adulto in territorio Usa che possa prendere il minore con sé, il minore gli viene affidato. Questa è la via prioritaria, secondo la sentenza Flores (che era stata ospitata da sua zia). Ma nella stragrande maggioranza dei casi, il parente adulto in questione non viene trovato.

Il processo che l’immigrato illegale subisce, se non ci sono aggravanti come un precedente tentativo di ingresso o altri crimini, dura solitamente molto poco, due giorni al massimo. L’immigrato viene dunque condannato per immigrazione clandestina ed espulso. I genitori e i loro figli tornano al paese d’origine in tempi rapidi e la separazione dura poco. La faccenda si complica se l’immigrato che entra clandestinamente negli Usa chiede asilo politico. In tal caso il processo può durare anche mesi, specie quando la coda dei richiedenti si allunga. Ed è in questo caso che la separazione dei bambini dagli adulti (genitori e non) inizia a diventare un problema serio.

Il problema nasce anche dalla relativa novità del fenomeno. Negli anni ’90, l’immigrazione dal Messico riguardava soprattutto maschi adulti. Dagli anni ’10, invece, sono aumentati i casi di tentativi di immigrazione di donne e bambini. Nel 2014 si è verificata la prima vera crisi di questo tipo, con decine di migliaia di bambini non accompagnati. Già allora il governo federale vagliò l’ipotesi di applicare la norma in modo rigoroso. Ma l’amministrazione Obama ritenne di non dover affrontare una crisi umanitaria in più. L’idea della separazione è tornata con l’amministrazione Trump. Il precedente ministro della Sicurezza Interna, il generale Kelly, è stato il primo a parlarne pubblicamente, provocando subito un dibattito infuocato per la delicatezza del tema. A quel punto ha fatto marcia indietro. E’ stata Kirstjen Nielsen, attuale segretaria della Sicurezza Interna, su input di Trump, ad applicare le regole in modo rigoroso. Una politica della tolleranza zero che era stata ampiamente annunciata, in anticipo, anche dal segretario alla Giustizia, Jeff Sessions. “Chi attraversa illegalmente il confine portando con sé un bambino, si assuma le sue responsabilità”, aveva avvertito Sessions. L’idea di applicare la politica del rigore, secondo l’amministrazione Trump, è un deterrente per passatori, trafficanti e clandestini. Ma è anche una sfida al Congresso.

Spetta al Congresso, infatti, approvare una nuova legge sull’immigrazione, inclusa la nuova normativa sulla separazione delle famiglie. Si vota oggi, sul disegno di legge presentato dal senatore texano Ted Cruz (ex candidato alle primarie presidenziali repubblicane). Ma i Democratici, dai banchi dell’opposizione, fanno sapere che non daranno il loro appoggio. La palla passerà dunque, di nuovo, all’esecutivo. E Trump ieri sera ha firmato un decreto per i ricongiungimenti familiari (nel periodo in cui si svolge il processo), per mettere una pezza sul problema. In base al nuovo ordine presidenziale, d’ora in avanti, le famiglie intere verranno detenute in attesa di sentenza. Le famiglie già separate, però, restano separate, il decreto non è retroattivo.

Se le responsabilità della politica americana sono gravi, non bisogna dimenticare però quelle di chi immigra clandestinamente o gestisce il passaggio illegale del confine americano. Ci sono alcuni aspetti, infatti, che sfuggono ai commentatori più emotivi. Primo: chi entra clandestinamente e viene processato ha la possibilità di dirsi colpevole e chiudere il caso (anche per il bambino che è con lui) in meno di due giorni. Prolungare il processo per mesi, con una richiesta di asilo, se sa già di non averne diritto, è una battaglia legale inutile combattuta sulla pelle dei bambini. I dati dimostrano che solo una minoranza degli immigrati illegali ha diritto di asilo. Questo fenomeno procede a ondate ed aumenta quando la politica statunitense lancia segnali di maggior tolleranza o di minor efficacia nell’applicazione della legge. Dunque vuol dire che è un fenomeno di immigrazione economica clandestina, più che una fuga da una guerra o da una crisi grave nel paese d’origine: chi fugge, infatti, non aspetta segnali politici dal paese che dovrebbe accoglierlo. Inoltre, chi fugge, potrebbe farsi ospitare nel paese sicuro più vicino. Che nel caso di tutti i paesi centro-americani, è il Messico, prima degli Usa. Se anche il perseguitato dovesse trovare rifugio sicuro solo ed esclusivamente negli Stati Uniti, potrebbe presentarsi regolarmente a una dogana e lì chiedere asilo, invece che provare a passare il confine illegalmente.

Al New York Times, immigrati clandestini hanno ammesso di aver portato con sé dei bambini credendo che in questo modo le autorità statunitensi li avrebbero rilasciati in tempi più rapidi. Altri hanno ammesso che i bambini, che erano con loro, non erano i loro figli. Secondo la polizia di frontiera queste frodi sono in aumento.

Stefano Magni

La Nuova Bussola Quotidiana, 21 giugno 2018