Eutanasia in Belgio. Ogni giorno vengono uccise 7 persone

By 4 Settembre 2018Articoli Bioetica 2018

Resi noti i dati sulla dolce morte. E’ sempre più chiaro che a spingere verso il decesso c’è anche una ragione economica (liberare posti letto) o di salute mentale. Si sono registrati 3 casi sotto i 18 anni (9, 11 e 17 anni).

In Belgio è stato ora reso noto l’ottavo rapporto alle camere legislative della commissione federale di controllo e di valutazione dell’eutanasia, documento approvato il 12 giugno scorso. Il testo, consultabile in rete sul sito della commissione stessa, riguarda il biennio 2016 e 2017 e risulta diviso in quattro sezioni che riportano, nell’ordine, le statistiche basate sulle informazioni raccolte dai medici proponenti, la descrizione e la valutazione della legge vigente e la sua evoluzione, le raccomandazioni che potrebbero sfociare in altre iniziative di legge e vari allegati.

Una lettura attenta del rapporto permette di mettere in luce alcuni particolari inquietanti. Dal settembre 2002, data dell’entrata in vigore della legge vigente, il numero delle morti per eutanasia non ha fatto che aumentare: erano 349 nel 2004, sono state 2028 nel 2016 e 2309 nel 2017, nella grande maggioranza dei casi con domande compilate in olandese, quindi riguardanti la parte fiamminga del Belgio. In altre parole, ogni giorno tra 6 e 7 persone muoiono per una iniezione endovenosa di tiopentale sodico, seguita o meno da quella di un farmaco a base di curaro che provoca la paralisi muscolare. Considerando che la popolazione del Belgio è di circa 11 milioni di abitanti, se gli stessi dati riguardassero l’Italia si potrebbe calcolare che i morti potrebbero essere 14.000 ogni anno, una cifra altissima e per di più con la prospettiva di un costante aumento.

Percorrendo le circa settanta pagine dell’ordinato e chiarissimo rapporto alcuni dati emergono nella loro drammaticità. Sui 4337 casi del biennio considerato, il decesso non era atteso a breve in 654 casi, il 15 per cento circa. Ma che cosa vuol dire “a breve”? In una nota si legge che un decesso è atteso “a breve” quando la morte dovrebbe avvenire «entro settimane o mesi»: quel 15 per cento dei deceduti per eutanasia rappresenta quindi una popolazione di pazienti che non avremmo esitato a definire, con l’ottica della medicina palliativa, a prognosi lunga, anche superiore all’anno, pazienti per i quali presumibilmente molto avrebbe potuto essere fatto.

Altro elemento interessante è la malattia che ha portato alla domanda di eutanasia: se nella maggioranza dei casi (64 per cento) si tratta di neoplasie, sono in rapido e costante aumento i casi delle cosiddette poli-patologie (16,4 per cento), una situazione classica dell’anziano spesso portatore di multipli problemi: ad esempio cardiovascolari, respiratori e metabolici. Il dato, per ammissione stessa dei relatori del rapporto, sarà destinato ad aumentare molto rapidamente per l’allungarsi dell’aspettativa di vita e il fatto di poter convincere i “grandi anziani” a “farsi da parte” una volta divenuti troppo “costosi” per gli stremati sistemi sanitari occidentali potrebbe rappresentare un’ottima soluzione.

In due anni 77 pazienti hanno chiesto (in quali condizioni?) l’eutanasia per malattie mentali comprendenti disturbi della personalità, depressione, ansia e schizofrenia. Infine l’età dei soggetti coinvolti: se nella maggioranza dei casi è la fascia tra i 60 e gli 80 anni quella statisticamente più rappresentata, si sono registrati 3 casi sotto i 18 anni (nello specifico, 9, 11 e 17 anni). In tali casi i pazienti sono risultati affetti da una forma di distrofia muscolare, da una neoplasia cerebrale (il glioblastoma) e dalla fibrosi cistica. Colpisce anche il dato di 18 pazienti ultracentenari che hanno scelto di morire tramite l’eutanasia.

Lasciati i dati, annotati i numeri e cercando di vedere volti e persone dietro i grafici, non può sfuggire anche il tono generale dei commenti finali che si leggono nella terza parte del rapporto, quella delle raccomandazioni. La preoccupazione degli autori è quella di diffondere sempre più questa cultura, di “informare” le persone della possibilità che viene loro offerta, di far sapere che accanto a una medicina che cura ce n’è un’altra che “aiuta” in un altro modo.

In Belgio però molti medici sono contrari all’assimilazione dell’eutanasia con le cure di fine vita. E basta visitare le pagine dell’Institut Européen de Bioéthique (www.ieb-eib.org), con sede a Bruxelles, per rendersi conto che la realtà è molto diversa da quella che, anche travestita sotto un camice bianco, si rivela portatrice di morte.

Ferdinando Cancelli

L’Osservatore Romano, 11 agosto 2018