Pedofilia e abusi, come uscire dall’«11 settembre» ecclesiale?

By 7 Marzo 2019Notizie Chiesa

Quel che è venuto alla luce in varie parti del mondo a partire dal 2002 ha determinato una serie di scosse telluriche in tante diocesi e conferenze episcopali. La necessità di una conversione profonda e di un cambiamento di rotta. Abusi su bambini e ragazzi da parte di preti e religiosi. Abusi a centinaia, a migliaia. Praticamente sempre coperti, insabbiati, non denunciati. Permettendo così all’abusatore di continuare a delinquere. «L’11 settembre della Chiesa» l’ha definito chi certo non può essere considerato un catastrofista: l’arcivescovo Georg Gänswein, già segretario di Benedetto XVI. Lo scandalo della pedofilia paragonato al grande attacco terroristico del 2001 agli Stati Uniti. In altri termini, un evento spartiacque, dopo il quale nulla potrà essere come prima. Esagerato?

Nella prospettiva di un comune fedele italiano, forse sì. Quel che è venuto alla luce dal 2002, con l’inchiesta del quotidiano «Boston Globe» (raccontata nel film Spotlight, vincitore dell’Oscar), in poi ha determinato una serie di scosse telluriche in molte diocesi e conferenze episcopali. Ha abbattuto vescovi, arcivescovi e cardinali; ha mandato in bancarotta Chiese locali; Usa, Belgio, Austria, Australia, Irlanda, Cile… immaginate – è un incubo che non si concretizzerà, ma utile per provare a comprendere lo sconcerto di una comunità ecclesiale – che tutti i vescovi italiani vengano rimossi, com’è accaduto di recente in Cile, per il loro silenzio sui casi di pedofilia, coperti, insabbiati, silenziati. Una tragedia. Che non riguarda solo né principalmente i singoli protagonisti, ma la credibilità della Chiesa. Il suo annuncio. Il Vangelo.

Come uscire dall’11 settembre ecclesiale? Nessuna guerra, se non interiore alla ricerca del male da estirpare. Ma una conversione sì. Un esercizio di sincerità – persino «spietato» – sì. E la ricerca di un cambiamento di rotta. Perché alla diagnosi deve sempre seguire la terapia. E questa che colpisce la Chiesa non è una banale febbriciattola.

Per questo motivo nell’agosto scorso papa Francesco ha scritto una «Lettera al popolo di Dio» (a tutti i battezzati, nessuno escluso, perché un peccato grave di alcuni membri riguarda l’intero corpo e nessuno può chiamarsi fuori) e ha convocato dal 21 al 24 febbraio in Vaticano un summit, a cui parteciperanno i presidenti delle Conferenze episcopali nazionali e i capi dei dicasteri.

«La prima regola per guarire è accettare di essere malati». E la malattia che esplode oggi ha origini antiche. La prima denuncia formale risale addirittura al 1051 a opera di Pier Damiani. Senza conseguenze. I Papi dell’epoca, come Gregorio VII, intervengono per arginare la corruzione del clero, ma ignorano la pedofilia. Emblematica ma tristissima è la vicenda di Giuseppe Calasanzio, fondatore degli Scolopi. La Controriforma è fatta di ombre e luci. Calasanzio è una luce che forze oscure tentano di spegnere. Venuto a sapere senza ombra di dubbio che un suo confratello, Giuseppe Cherubini, abusa degli alunni («orchi in tonaca e saio»), lo rimuove. Ma Cherubini gode di potenti protezioni in Vaticano. Calasanzio viene a sua volta inquisito e imprigionato. Basta poco, a quel tempo, anche solo la frequentazione di Galileo… Chi prende il suo posto a capo degli Scolopi? Cherubini, l’orco. Calasanzio sarà riabilitato e canonizzato. Ma l’episodio rimane.

Nel 1922 il Sant’Uffizio pubblica il Crimen sollecitationis, che però «sparisce», senza conseguenze pratiche. I bambini restano dimenticati. Neppure il nuovo Codice di diritto canonico del 1983 sembra avere la percezione della gravità del tema. Poi, negli anni Ottanta, comincia la valanga, dal Canada all’Australia, dal Belgio agli Usa. Tristemente famoso è il caso di Gilbert Gauthe, Lousiana, condannato a 20 anni di carcere. A muoversi è la giustizia civile, non un tribunale diocesano. Sottovalutazione, mancanza di volontà, addirittura complicità? A Boston, nel 2002, 500 preti finiscono sotto accusa, con la punta ignobile di padre John Geoghan, pedofilo che s’approfitta di centinaia di chierichetti e scolari. È durante la Via Crucis del Venerdì Santo del 2005 la famosa, amarissima affermazione del cardinale Ratzinger: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza». Da papa, Benedetto XVI scriverà una «Lettera ai cattolici d’Irlanda», paese dove due rapporti governativi fanno luce su trent’anni di abusi, dal 1974 al 2004, nel totale silenzio della gerarchia. Eppure il «partito dei minimizzatori» è attivo, se è vero che un importante cardinale di Curia, rivolto al Papa, parlerà di «chiacchiericci».

E in Italia? Anche se i casi di pedofilia tra il clero purtroppo non mancano, ciò che accade qui e altrove non sembra avere un ricaduta significativa sulla coscienza dei fedeli. E nella gerarchia? Sono del 2012 le «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici». Nel 2017 viene formata una Commissione multidisciplinare di lavoro e nel 2018 è costituito presso la Cei il Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Qualcosa è stato fatto ma la sensazione è che molto resti da fare, a partire da una domanda cruciale: il vescovo che venga a conoscenza di abusi deve sporgere denuncia o no?

Sullo sfondo rimane una riforma che non appare rimandabile. La pedofilia del clero è un «abuso di potere» (come afferma il Rapporto della Chiesa tedesca) da parte di chi si ritiene casta intoccabile. E al centro va finalmente messa l’attenzione nei confronti degli abusati, spesso dimenticati. Accanto a un profondo rinnovamento spirituale. A una ridefinizione del profilo del presbitero. C’è un lungo lavoro da fare che, per la sua portata, non può riguardare solo gli esperti, ma coinvolgere l’intera comunità ecclesiale italiana.

Un Summit con 180 partecipanti da tutti i continenti

Obiettivo: «Tornare a casa sapendo che cosa fare». Così sull’«Osservatore Romano» il direttore del Dicastero della comunicazione, Andrea Tornielli, ha descritto l’obiettivo principale del summit sulla «Protezione dei minori nella Chiesa», fortemente voluto da papa Francesco, che dal 21 al 24 febbraio vedrà riuniti in Vaticano 180 partecipanti. Saranno presenti i capi delle Chiese cattoliche orientali, i superiori della Segreteria di Stato, i prefetti delle Congregazioni per la Dottrina della fede, per le Chiese orientali, per i Vescovi, per l’Evangelizzazione dei popoli, per il Clero, per gli Istituti di vita consacrata e del Dicastero per i laici, famiglia e vita, i presidenti delle Conferenze episcopali nazionali e i rappresentanti delle Unioni dei superiori e delle superiore generali.

Tre dovrebbero essere le linee-guida: prevenire, tutelare, nessuna copertura né alcun insabbiamento. Nelle giornata si alterneranno i gruppi di lavoro, le testimonianze di vittime e di pastori che le hanno seguite, la preghiera comune; al termine, sabato 23, una liturgia penitenziale. Le sessioni plenarie saranno moderate da padre Federico Lombardi, già direttore della Radio Vaticana e della Sala stampa.

Nelle settimane che hanno preceduto l’evento si sono susseguiti interventi e commenti che a volte hanno ingigantito la sua portata, quasi fosse una sorta di Concilio, a volte l’hanno minimizzata. Una cosa sembra sicura: sarà «una riunione di pastori, di preghiera e discernimento, non un convegno di studi», durante il quale si cercherà di evitare fughe di notizie e illazioni indebite, come accaduto durante il Sinodo sulla famiglia.

Umberto Folena

18 febbraio 2019

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