SCREENING PRENATALE: l’esame da superare per nascere (1)

Il recente Convegno Internazionale “Yes to Life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e dalla Fondazione “Il Cuore in una Goccia” e il discorso di Papa Francesco ai partecipanti del 25 maggio 2019 (di cui riportiamo in allegato il testo) ci invitano a riflettere sugli “screening prenatali” che verificano la presenza di patologie, di malformazioni o di anomalie del feto. 

Oggi, nel nostro Paese, la maggioranza delle donne gravide reputano “loro diritto” sottoporsi allo screening, scordando che la prassi medica lo consigli a chi ha più di 35 anni, oppure a donne soggette a rischi particolari (1).

“Al di fuori di queste indicazioni – rilevava il cardinale D. Tettamanzi – il ricorso allo screening diventa problematico sotto il profilo morale”(2) non essendoci motivazioni e perché la donna, il più delle volte, non percepisce le valenze etiche di questo percorso. Inoltre, la cultura dominante, “colpevolizza la donna” convincendola che rifiutando lo screening non compie il suo dovere di madre, perciò è soggetta al “rimprovero della società”. Ciò alimenta un “pietismo umanitario” che indica l’eventuale aborto una “dolorosa necessità”.

L’opinione della Chiesa Cattolica (e non solo) “è opposta”.

Nel “Catechismo della Chiesa Cattolica” si afferma: “La diagnosi prenatale è moralmente lecita, se rispetta la vita e l’integrità dell’embrione e del feto umano ed è orientata alla sua salvaguardia o alla sua guarigione (…). Ma essa è gravemente in contrasto con la legge morale quando contempla l’eventualità, in dipendenza dai risultati, di provocare un aborto. Una diagnosi attestante l’esistenza di una malformazione o di una malattia ereditaria non deve equivalere a una sentenza di morte”(3).

Pure il Comitato Nazionale per la Bioetica è dello stesso parere: “I programmi di screening genetici prenatali possono essere considerati quando non si traducono in automatismi di eugenetica negativa”(4).

Dunque, l’obiettivo degli screening, deve essere “preventivo” e “curativo” e mai soppressivo di una vita. Ma, la quotidianità, insegna che alcune donne, appresa l’anomalia anche lieve del feto, praticano l’aborto, anziché intervenire terapeuticamente per correggere o curare disfunzioni, poiché i progressi della scienza stanno individuando trattamenti per numerose patologie prenatali(5).

A volte, l’esito dello screening, scatena nella futura mamma che attraversa un periodo di notevole stress con elevate attese, meccanismi che travolgono anche le migliori intenzioni, dovendo scegliere, spesso sprovvista di adeguate conoscenze per obiettare o per dubitare, se accogliere il nascituro con “probabili” anomalie o ricorrere all’aborto. L’aggettivo “probabile” è d’obbligo come dimostra la testimonianza di Marina Corradi, opinionista del quotidiano Avvenire. “Aspettavo la terza figlia e il medico mi ordinò un’ecografia precoce, indicandomi anche lo specialista cui rivolgermi. Mi  ritrovai in uno studio privato a Milano. L’ecografista esaminò a lungo, attentamente, le  immagini in bianco e nero sullo schermo. Mi chiese la data d’inizio della gravidanza, poi me la chiese ancora. Infine aspettò che mi sedessi davanti a lui e serio  in volto mi disse: ‘Signora, se la data che lei mi riferisce è esatta, qualcosa non va. L’embrione è troppo piccolo, inoltre nell’immagine c’è – e indicò un punto nella lastra, per me indistinguibile – questa piccola area non regolare’. Io, avevo il cuore che batteva impazzito. ‘Signora – proseguì il medico, cortese – lei ha già due figli e non è più giovanissima, è sicura di volere portare avanti questa gravidanza?’. Io ero ammutolita. Non mi aveva fatto una diagnosi chiara, ma quel ‘qualcosa non va’ era più minaccioso di una diagnosi. I centimetri non tornavano, l’immagine non era ‘giusta’. Uscii piangendo da quello studio, ma già in auto, guidando verso casa, mi prese una reazione istintiva di grande rabbia:  quello era già nostro figlio, ‘giusto’ o ‘sbagliato’ che fosse sarebbe venuto al mondo. Pochi mesi dopo nacque una bambina bella e sanissima. Con che brivido ancora oggi guardo nostra figlia e ripenso: ‘mio Dio, se avessi dato retta a quel medico che evidentemente, con tutta la sua scienza si era sbagliato, che errore avrei commesso!’ ” (6).

Un dato importante: solo il 4% degli screening manifestano gravi compromissioni del feto. Ma, ad esempio negli Stati Uniti, a seguito degli screening prenatali è negata la vita al 43% dei feti con “palato fesso” e al 64% di quelli con “piede torto”, nonostante entrambe le situazioni siano curabili (7).

Il costante incremento degli screening prenatali racchiude evidenti significati “eugenetici” (8), come affermato da papa Francesco. “Quando ero ragazzo la maestra ci insegnava storia e ci diceva cosa facevano gli spartani quando nasceva un bambino con malformazioni: lo portavano sulla montagna e lo buttavano giù per curare la ‘purezza della razza’. E noi rimanevamo sbalorditi: ‘Ma come si può far questo, poveri bambini!’. Era un’atrocità. Oggi facciamo lo stesso. Voi vi siete domandati perché non si vedono tanti nani per la strada? (…) Lo dico con dolore. Il secolo scorso tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso, ma con guanti bianchi”(9).

E, il Papa, ha totalmente ragione, poiché il più delle volte si tende alla soppressione del feto e non alla cura, istigati dall’ideologia del completo benessere fisico del figlio o dai ginecologi per timore di ripercussioni medico-legali. Emblematica fu la condanna nel giugno 2018 dell’ “Aulss 4 del Veneto Orientale” al risarcimento di 500mila euri ad una donna poiché il figlio nacque affetto dalla Sindrome di Down per colpa, secondo i giudici, di un ginecologo che non volle sottoporre il feto ad amniocentesi e villocentesi. Nella sentenza, la donna, fu qualificata vittima di un “danno esistenziale”. Per i giudici, avrebbe potuto condurre una vita serena invece è costretta all’infelicità per lo “scorretto” comportamento medico. Giustificazione non condivisa dal Papa: “I figli si ricevano come vengono, come Dio li manda, come Dio permette”(9).

Inoltre, le metodiche diagnostiche, si semplificato sempre di più.  Un esempio è il test sul “DNA fetale” effettuabile dal 2015 anche se le Linee guida appaiono intransigenti: “La facilità di accesso al test mediante un prelievo ematico non deve rappresentare un incentivo ricorso inappropriato alle indagini prenatali” (10).

Il bersaglio del test è l’individualizzazione della Trisomia 21 cioè  la Sindrome di Down. Non a caso, simultaneamente con “i nani” citati dal Papa, oggi nascono rispetto al passato pochi bambini affetti da questa patologia, facendosi strada la “mentalità Islandese” dove il 100% dei feti Down sono abortiti. Mentre, la scienza, come affermato dalla dott.ssa Rosa Anna Vacca ricercatrice del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), sta compiendo straordinari progressi anche nella cura della Trisomia 21. La dott.ssa Vacca, trovandosi coinvolta “in prima persona” nella problematica avendo partorito il terzo figlio affetto da Sindrome di Down, focalizzò i suoi studi su questa patologia conseguendo notevoli risultati.

“ ‘Era il 26 marzo 2004, giorno del mio compleanno e la sua nascita non fu un momento facile (…). Enrico aveva varie sofferenze e non apriva nemmeno gli occhi. Ma appena l’ho chiamato per nome mi ha guardata. È stato un segno fortissimo per me ma sapevo che la strada sarebbe stata in salita ma dentro di me sentivo che dovevo lottare per lui. L’arrivo di Enrico – prosegue – mi ha messo in forte discussione come ricercatrice. Da quel momento mi sono concentrata sulle alterazioni delle funzioni mitocondriali causate proprio dal Cromosoma 21, in più volevo capire quali meccanismi biochimici fossero bloccati, impedendo, quindi, il buon funzionamento di queste centraline energetiche delle cellule’. Il mondo della ricerca non le fu accanto e le risorse finanziarie finirono, ma lei non si arrese. ‘Un giorno un caro amico mi segnalò un articolo di giornale nel quale si parlava di Jérôme Lejeune, medico francese e della sua causa di beatificazione’. Per Rosa Anna si aprì, finalmente, uno spiraglio: la fondazione Lejeune, infatti, ha tra le sue finalità quella di finanziare progetti di ricerca sulla Trisomia 21 e la ricercatrice inviò il suo studio in valutazione e, il suo progetto, fu scelto e finanziato permettendogli di farlo conoscere con la prospettiva di portarla a un livello tale da essere riconosciuta nel suo valore e poter offrire ai genitori, che ricevono una diagnosi prenatale di Sindrome di Down, un’alternativa all’aborto, talvolta unica via indicata. ‘Più di qualche mamma – afferma – venendo a conoscenza della mia ricerca, ha deciso di non abortire’. E poi una conclusione personale: ‘Uno scienziato, secondo me, nel suo lavoro ha la dimostrazione scientifica dell’esistenza di Dio’ ” (11).

La testimonianza di una madre con una figlia affetta dalla Trisomia 21: “ ‘La mia vita è profondamente arricchita da mia figlia… lei ha questo modo unico di tirarmi su di morale; dai mamma, mi dice, stai su. Andrà tutto bene. Poi mi fa uno dei suoi sorrisi sfacciati… Megan (così si chiama la figlia) mi ricorda il valore di rimanere bambini nell’approccio alla vita. Non puerile, ma innocente e per i cristiani la fede dei bambini e una delle migliori. La fede di un bambino non mette in dubbio qualsiasi cosa, come quella cinica degli adulti, la fede di un bambino ha fiducia e crede. Mia figlia vede poi la bellezza intorno a sé, vede il divertente e il buono in ogni circostanza. Lei non giudica, ma è veloce nel riprendere qualcuno se è sgarbato o se vede un atto scortese’. ‘Un giorno’, ricorda la donna, ‘una parrucchiera sbagliò tagliandole un ciuffo di capelli e Megan cominciò a piangere. La parrucchiera mortificata abbracciò la ragazzina scusandosi. Megan, immediatamente, si asciugò le lacrime e disse: Non preoccuparti, è nel passato, ti ho già perdonato. Meno di un minuto era passato e per lei quello sbaglio non c’era già più. Quanto sarebbe più facile la vita se fossimo capaci di vivere così! Spesso penso quanto sarebbe migliore il mondo se tutti potessimo avere questo modo di guardare la vita; io ho imparato così a essere positiva, grata e buona. E oggi, come mia figlia, assaporo ogni momento con cui Dio mi benedice’ ” (12).

Pertanto è urgente e irrimandabile “regolare” l’accesso agli screening prenatali, come pure costituire Centri di Consulenza scientificamente attendibili e intellettualmente virtuosi che consentano alle donne di manifestare le loro preoccupazioni, scaricando paure immotivate anche a causa di gravidanze a volte “trascurate”. Meno del 50% partecipa ai “corsi di preparazione al parto”; di conseguenza, parecchie future mamme, varcano la sala parto con informazioni errate, preoccupanti fantasie, stati emotivi gravati dalla paura e dall’ansia che privano il parto della profonda emozione, trascendenza e bellezza che dovrebbe rivestire (13).

Don Gian Maria Comolli

(prima – continua)

NOTE

(1).Se i test sierologici sul sangue materno (Bitest/Tritest) sono positivi. Se la donna ha contratto infezioni rischiose per il feto (rosolia, toxoplasmosi, citomegavirus…). Se ecograficamente sono evidenziate anomalie fetali. Se sono stati generati figli con patologie rilevanti. Se parenti soffrono di malattie probabilmente riconducibili all’aspetto genetico-ereditario…

(2). D. Tettamanzi, Nuova bioetica cristiana, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2000, pg. 305.

(3). Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2227.

(4). Comitato Nazionale per la Bioetica, Diagnosi prenatali, Roma 1996, n. 10.

(5). Ad esempio, la trasfusione intrautero intravascolare presenta tassi di successo del 90%, la cistocentesi del 82%, l’amnioinfusione del 53%.

(6). Avvenire.it, 31 agosto 2017.

(7).Cfr: D.I. Bromage, Prenatal diagnosis and female abortion: a case study in medical law and ethics,  in Journal of Medical Ethics,  12 (2016),  pp. 143-150

(8). Il vocabolo “eugenetica” ha origine dal termine greco έύξένέτέσ ed è composto di due parti: έύ (bene, buono) e ξένοσ (razza). Significa:  “buona razza”.  L’eugenetica, è la disciplina che si prefigge di “perfezionare” la specie umana, manipolando i geni o incrociando selettivamente le razze migliori per scegliere i caratteri più favorevoli in funzione di una programmazione sociale.

(9). Papa Francesco, Discorso alla delegazione del Forum delle Associazioni Familiari, 16 giugno 2018. Lo stesso episodio era stato ricordato dal Pontefice nell’Omelia della Concelebrazione Eucaristica a San Giovanni Rotondo il 17 marzo 2018.

(10). Dal Protocollo.

(11). http://www.famigliacristiana.it/articolo/rosa-anna-vacca-grazie-a-mio-figlio-il-cromosona-21-fa-meno-paura-a-tutti.aspx.

(12). Riportata da Adrian Warnock, medico e scrittore inglese, in La Nuova Bussola Quotidiano, 25 agosto 2017).

(13).Non possiamo tralasciare un breve accenno al  “parto cesareo”. L’Italia con la Grecia e la Turchia mantiene la media più alta, il 35% (un bambino su tre) contro il 12% di Svezia, Danimarca, Olanda in linea con le “raccomandazioni” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che invitano a non oltrepassare il 15%. Parecchi sono atti medici inutili essendo assenti le motivazioni per procedere con tale metodologia, cioè il prevenire situazioni critiche o rischiose per la salute della donna e del feto. Negli ospedali pubblici del nostro Paese i parti cesarei sono il 29% mentre nelle strutture private il 44%.