SCREENING PRENATALE: l’esame da superare per nascere (3)

By 21 giugno 2019Pillole di saggezza

SCREENING PRENATALE:  l’esame da superare per nascere (3)

Di fronte a una diagnosi prenatale con risultati molto incerti, papà e mamma, non possono essere abbandonati nella loro solitudine (1) e all’isolamento poiché la nuova vita potrebbe muterà radicalmente il loro futuro. Una provocazione del moralista F. Canova: “La comunità cristiana dovrebbe impegnarsi per iscritto, qualora la famiglia non potesse inseguito provvedere al proprio figlio minorato che la parrocchia tutta assumerebbe il compito di sostenerlo e di assisterlo” (2).

Una testimonianza sulla solitudine che la coppia spesso deve affrontare.

“La nostra terza figlia è affetta dalla Sindrome di Down e dal momento in cui è nata la nostra vita è cambiata profondamente sia sul piano sociale che su quello affettivo- sentimentale.

Quali difficoltà abbiamo dovuto affrontare?

L’impreparazione: quando nasce un figlio ‘diversamente abile’ si è completamente impreparati; si sa che capita, ma si pensa sempre che interessi gli altri. La completa ignoranza sulla malattia: non avevamo la minima idea su cosa comportasse l’essere down. Gli aiuti sono stati pochi e rapidi: presto ci siamo ritrovati da soli con l’ indirizzo e il numero di telefono di un’associazione. Per noi la vita è cambia totalmente, e dopo un certo numero di anni, possiamo affermare che è cambiata ‘in meglio’. La nostra bimba, oggi ormai cresciuta, si è rivelata un dono di Dio e ci ha aiutato a comprendere le reali priorità della vita. Ci riempie inoltre con l’ affetto e spesso non ci accorgiamo delle sue differenze. Ma non per tutti è così!” (3).

La maggioranza delle coppie soprattutto giovani, il più delle volte, sono propense all’aborto. Di conseguenza, si comprende la gravità dell’atteggiamento di chi fornisce la notizia superficialmente o all’esterno di una significante relazione ginecologo-genitori dove si avvii un colloquio comprensibile, continuativo ed esaustivo per la coppia. Si consiglia, affinché I’informazione sia obiettiva, che non sia comunicata da chi potrebbe anche eseguire I’atto d’interruzione della gravidanza. Come pure non vanno enfatizzate prevalentemente o unicamente le fragilità del futuro bambino determinando un immaginario falsato, ma è importante evidenzia anche “il positivo” della nuova creatura. B. Haring così riassume il colloquio tra il ginecologo e la coppia. “Il modo giusto di dare I’informazione sarebbe quello di far capire che per loro non si tratta di una decisione neutra ma di una dalle più gravi conseguenze che coinvolge i più alti valori umani” (4). Una comunicazione obiettiva, completa e positiva, dunque, “fa la differenza”, come pure è doveroso un sostegno psicologico, sociale e anche spirituale che dovrà protrarsi nel tempo.

Infine, non possiamo scordare che “le previsioni”, a volte, fortunatamente, non si realizzano com’è accaduto a Marina Corradi, o sono meno drammatiche di quelle prospettate.

Una testimonianza di speranza per le coppie che vivono l’angosciante attesa di un figlio che potrebbe nascere affetto da imperfezioni.

Malformazione cerebrale compressa. Una diagnosi atroce sempre, ma ancor di più sconvolgente quando è comunicata a una mamma in gravidanza. Il bambino che si sta formandosi dentro di lei probabilmente non riuscirà né a camminare, né a parlare. Forse non riuscirà neppure a sopravvivere. Cosa pensa una giovane donna sdraiata sul lettino accanto al monitor? Quando quest’annuncio è comunicato a una donna gravida, nove volte su dieci, segue l’irreparabile scelta dell’aborto. Ma L. ha fatto subito un altro pensiero: ‘Voglio che la mia gravidanza vada comunque avanti’. Oggi, a tre anni di distanza da quell’ecografia, la piccola B, non solo ha quasi completamente superato il suo problema, ma parla e cammina come qualsiasi altra bambina della sua età. Eppure, in quel dicembre, la situazione non sarebbe potuta apparire più preoccupante. Ricorda la mamma: ‘Quando B. è nata era una bambina diversa, ma noi le abbiamo voluto bene e poi mostrava una vitalità sorprendente. Non era ancora la fine dell’incubo ma solo il primo bagliore di speranza che attraversava la spessa coltre di preoccupazione in cui fino a quel momento eravamo vissuti tutti’. Una tenue luce che è stata sufficiente per permettere di superare i tanti interventi di neurochirurgia cui B. è stata sottoposta. Quattro nei primi sei mesi di vita perché era necessario, ridurre poco alla volta, la grande ciste che aveva schiacciato il cervello. Poi sono servite stimolazioni continue e frequenti interventi di fisioterapia. E conclude la mamma: ‘Lei che secondo la diagnosi prenatale non avrebbe potuto parlare, oggi bisogna sentirla come chiacchiera; non sta zitta un minuto’ ” (5).

Ma purtroppo “la gran parte dei centri favoriscono o nulla fanno per far sì che la coppia eviti l’aborto; la mentalità circostante sollecita, dal canto suo, verso l’aborto la volontà della donna con una specie di pressione sociale; su questo fatto esistono tante testimonianze anche se difficilmente riducibili a dati numerici. Si tratta della mentalità che antepone la ‘qualità della vita’ intesa in senso di salute fisico-psichica al rispetto della vita in sé considerata” (6).

Il dramma della nascita di un figlio diversamente abile ha alle spalle una lunga storia. Pur suscitando preoccupazioni, angosce e anche vergogna, poche donne nel passato abortivano. Migliaia di famiglie hanno agito coraggiosamente per superare i problemi; associandosi, combattendo e ottenendo positivi risultati che mitigano in parte i disagi. La “Legge-quadro per l’assistenza e l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate” (Legge 104/92), l’introduzione nella scuola del docente di sostegno (cfr. Legge 517/77), la normativa che disciplina l’accessibilità e l’abbattimento delle barriere architettoniche (cfr. Legge 13/89), la presenza dei diversamente abili nei settori societari…, sono ottimi risultati.

Da ultimo la nostra attenzione si sposta sulla “Diagnosi Genetica Preimpianto” (PGD) nell’ambito della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

E’ una pratica “problematica” per varie motivazioni. Dall’approssimazione dei risultati agli effetti collaterali che potrebbero ostacolare lo sviluppo dell’embrione, o eliminare quelli sani, o diminuire le probabilità di esito positivo dell’impianto,  infatti “tutte le manipolazioni realizzate nella fase pre-impianto implicano una serie di complicazioni cosiddette epigenetiche, per cui alcune condizioni mal formative non nascono intrinsecamente all’embrione, ma sono dovute proprio alla manipolazione nelle fasi prima dell’impianto” (7).

In Italia, la PGD, è autorizzata dalla legge 40/2004 (“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”) esclusivamente per finalità diagnostiche e terapeutiche, “volte alla tutela della salute e dello sviluppo dell’embrione stesso, qualora non siano disponibili metodologie alternative” (art. 13, comma 2). E’ comunque vietata “ogni forma di selezione a scopo eugenetico, ovvero interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete ovvero a predeterminarne caratteristiche genetiche” (art. 13, comma 3b). Ma, nonostante la “chiarezza della legge”, purtroppo dobbiamo segnalare “costanti abusi” perpetuati con l’autorizzazione di Tribunali o Corti Internazionali che interpretano “creativamente” la normativa.

Perché? “Perché la diagnosi pre-impianto sottende in realtà una grande menzogna culturale, che cioè dell’embrione prima degli otto giorni si possa fare quello che si vuole. Il dogma culturale generale è stato quello di spostare l’inizio della vita umana dal concepimento all’impianto”(8). E noi affermiamo: intromettersi nel destino di una creatura per poi sbarazzarsene se è portatrice d’imperfezioni è il peggio che si possa fare!

Concludiamo con alcuni numeri.

Il registro delle interruzioni di gravidanza a seguito dei risultati degli screening prenatali non esiste. Possediamo unicamente alcuni numeri presenti nelle Relazioni Annuali al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 194.

Nei testi sono evidenziati le cifre di aborti precedenti alla 12° settimana di gestazione e quelli dopo la 12° settimana che potrebbero corrispondere, in parte, alle interruzioni della gravidanza a seguito di esiti dubbiosi degli screening. Nel 2016 sono stati 4.500, il 5,3% del totale degli aborti di quell’anno.

Don Gian Maria Comolli

NOTE

(1)Cfr. Conferenza Episcopale Italiana, Il diritto a nascere, 1972; Consiglio Permanente della CEI,  Aborto e legge di aborto, 1975;  Consiglio Permanente della CEI, Comunità cristiana e accoglienza della vita umana nascente, 1978.

(2)F. Canova, L’aborto da un punto di vista medico, in AA VV, Si o no all’aborto? Paoline, Alba (Cn) 1976, pg. 77.

(3)Dal materiale predisposto dall’Ufficio per la Pastorale della Salute della Diocesi di Milano per la “Giornata Mondiale del Malato 2012.

(4)B. Haring, Medicina e manipolazione, Paoline, Roma 1976, pg. 277.

(5) Avvenire, 4 febbraio 2017, pg. 13.

(6)E. Sgreccia, Liceità e limiti della diagnosi prenatale, in Atti Convegno A.N.M.I.R.S., Problematiche etiche, psicologiche e medico legali della diagnosi prenatale, Milano 26 febbraio 1998, pg. 24.

(7)Da un’intervista al dottor Giuseppe Noia, presidente dell’Associazione italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici,  Avvenire, E’ vita, 18 giugno 2015.

(8)Dall’intervista al dottor Giuseppe Noia. Cfr. nota precedente.