SUICIDIO ASSISTITO e EUTANASIA (3)

By 21 settembre 2019Pillole di saggezza

Compromissione del rapporto medico-paziente

La legittimazione dell’eutanasia comprometterebbe irreparabilmente “la fiducia”, elemento essenziale del rapporto medico-paziente e “l’alleanza terapeutica”, introducendo in questa relazione situazioni di sospetto, di diffidenza e di sfiducia.

Narrava con rammarico un medico olandese: “La mentalità di morte è diventata la norma fra i medici olandesi. Conosco un internista che curava una paziente con cancro ai polmoni. Arriva una crisi respiratoria che rende necessario il ricovero. La paziente si ribella: ‘non voglio I’eutanasia!’, implora. Il medico l’assicura, I’accompagna in clinica, la sorveglia. Dopo sei ore la paziente respira normalmente, le condizioni generali sono migliorate. ll medico va a dormire. Il mattino dopo, non trova più la sua malata: un collega gliel’aveva ‘terminata’ perché mancavano letti liberi”(1).

Tradimento della professione sanitaria.

Recitando il Giuramento di Ippocrate, il medico giura di operare per “il maggior interesse del paziente”, come pure “di perseguire la difesa della vita, la tutela fisica e psichica dell’uomo e il sollievo dalla sofferenza” (2) cui ispirerà “con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni atto professionale”(3).

Procurare l’eutanasia è in totale opposizione agli obblighi deontologici come pure con il vertice dei principi etici in sanità che racchiude il fine primario della professione medica: il principio di beneficenza (o beneficialità).

Inoltre, in termini di contratto societario, la collettività ha demandato al medico unicamente il compito di assistere e curare il malato.

Legalizzare l’eutanasia stravolge, dunque, il significato della professione sanitaria, trasformando il medico da servitore della vita a collaboratore della morte, attribuendogli un ruolo improprio. E i medici e gli infermieri italiani hanno ben compreso tutto ciò e si stanno ribellando per evitare di trasformarsi in “sicari”.

Lo ha chiaramente ribadito un documento di Filippo Anelli, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici (Fnomceo), inviato nell’aprile 2019 a tutti i colleghi per ricordare che, anche qualora la “dolce morte” un giorno diventasse legge in Italia, esisterebbe ancora un codice deontologico da rispettare; il codice ispirato al giuramento di Ippocrate. Inoltre, il Codice di Deontologia Medica 2018 all’articolo 17 afferma: “Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte”. Ancora più esplicito fu Anelli in un’ intervista al quotidiano La Verità del 17 aprile 2019. “La legge non può imporci di andare contro una deontologia che esiste da più di duemila anni”, in virtù della quale “i medici sono sempre stati custodi della vita”. Ma il presidente dei medici va oltre ricordando ai fautori dell’eutanasia, in primis all’Associazione Luca Coscioni, che è vero che la “società è cambiata”, e i medici non intendono “affrontare il problema sotto il profilo ideologico”, ma neppure è giusto obbligare i medici a “rimanere attori passivi di un passaggio epocale”. Insomma, oltre all’autodeterminazione dell’individuo occorre fare i conti anche con l’altra persona coinvolta del rapporto di cura: “Accanto alla libertà di un cittadino deve esserci anche quella dell’altro cittadino, che in questo caso è un medico, nel rispetto delle sue convinzioni più profonde. Il primato della libertà non può valere solo a senso unico. E dare la morte a una persona è esattamente il contrario del motivo per il quale il 100 per cento dei medici ha scelto questa missione o professione che sia”. E poi prosegue: “Noi non facciamo politica. Ma abbiamo l’obbligo di chiedere che la dignità dell’uomo, anche nel momento supremo della sofferenza, continui ad avere un significato. La soluzione non è mai la morte, piuttosto bisogna mettere in atto quegli strumenti che leniscano la sofferenza del malato. […] Ci sono alternative al suicidio assistito”(4).

Uguale posizione la troviamo anche nel Codice Deontologico delle Professioni infermieristiche 2019: “L’Infermiere presta assistenza infermieristica fino al termine della vita della persona assistita. Riconosce l’importanza del gesto assistenziale, della pianificazione condivisa delle cure, della palliazione, del conforto ambientale, fisico, psicologico, relazionale e spirituale” (art. 24). “Abbiamo rimarcato (con il nuovo codice deontologico) che non siamo per l’eutanasia perché in ogni caso salvaguardiamo la vita”, ha affermato Barbara Mangiacavalli, presidente Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi) (5).

Le attese del malato.

La maggioranza dei medici che operano in reparti di oncologia o in hospice, e anche la nostra esperienza professionale, testimoniano la faziosità e la falsità della motivazione principale evidenziata nella richiesta di una legge che liberalizzi il suicidio assistito e l’eutanasia: il desiderio del malato terminale, trasformando, indegnamente, questa tematica in terreno di scontro ideologico.

Anche la supplica di alcuni: “fatemi morire”, espressa in un momento di dispera­zione, di dolori acuti o in una situazione di solitudine contiene, implicitamente, un’invocazione d’aiuto più che un desiderio di morte; significa: “Occupatevi di me e alleviate il mio dolore, perché non ce la faccio più!”.

Quando al malato terminale si offrono un’autentica vicinanza e un valido aiuto terapeutico accompagnandolo fino alla morte, la richiesta di eutanasia scompare.

Ha affermato il dottor Angelo Mainini, direttore sanitario della Fondazione Maddalena Grassi di Milano sorta nel 1991 e che nel 2016 ha assistito a domicilio di 1.800 malati in condizioni gravi. “La stragrande maggioranza dei nostri pazienti, malati cronici neurodegenerativi, all’inizio ha un’idea, poi però con il progredire della malattia cambia. Se si chiede a una persona in salute cosa vorrebbe fare se diventasse tetraplegica, la risposta è scontata. Ma nella realtà avviene un’altra cosa. Persone che dicono: ‘Il tubo della peg non me lo metterò mai’, quando arriva il momento in cui non riescono più a deglutire, lo richiedono. Perché magari c’è un nipote che deve nascere o un figlio che deve sposarsi. Con il tempo si trovano nuove motivazioni per cui vivere, più profonde, più radicali. In tanti poi dicono: ‘La tracheostomia non la farò mai’. Ma quando rischiano di soffocare la accettano, perché anche se una persona è paralizzata, con l’aiuto di farmaci adeguati che tolgano il dolore, se è voluta bene scopre che vale ancora la pena vivere” (6).

Interessante è questa osservazione di A. M. Gambino. “Diverso è, invece, quando il malato opta per la scelta eutanasica per motivi esistenziali. Qui ci troviamo davanti ad una drammatica sconfitta dello Stato e della Chiesa, intesi come comunità di credenti e non credenti, che non hanno saputo dare risposte alla richiesta di dare un senso alla propria esistenza”(7).

Le motivazioni dei famigliari

Accompagnare un famigliare nel periodo terminale della vita affinchè “muoia con dignità” è un atto d’autentico amore!

Questa visione si scontra con quella dei fautori del suicidio assistito e dell’eutanasia che la giustificano, travisando vergognosamente la nobile affermazione del ”morire con dignità”, insinuando nei famigliari il dubbio che procurare la morte del loro caro sia una modalità eccellente per mostrare affetto, cioè “un bene” compiuto nei suoi confronti, scordandosi che la “pietà” si manifesta non nel sopprimere ma nell’accogliere. Per questo, a volte, implorano con insistenza i medici affinché “il loro caro non soffra più”. E così, l’eutanasia, si trasforma anche in questo caso in una battaglia ideologica dei sani.

Non possiamo scordare, inoltre, che questo comportamento è determinato anche dall’angoscia che alcune patologie provocano nei famigliari. Di conseguenza, possiamo dedurre che l’eutanasia è spesso la tentazione dei sani che temono il confronto con la propria sofferenza e la propria morte per liberarsi anticipatamente da un dolore che li coinvolge profondamente. Ma, sbarazzarsi del malato non è la modalità più opportuna e il modo migliore per rimuovere una propria sofferenza, ma unicamente un’escamotage per evitare il confronto con la propria condizione umana.

Se lo sconforto è ovvio, è inacettabile una scelta di morte per sbarazzarsi velocemente “da qualcosa” che invece è “qualcuno”. Denunciò il cardinale C.M. Martini: “ ‘Mostruosa’ appare la figura di un amore che uccide, di una compassione che cancella colui del quale non si può sopportare il dolore, di una filantropia che non sa se intenda liberare l’altro da una vita divenuta soltanto di peso oppure se stessa da una presenza divenuta soltanto ingombrante” (8).

La risposta attesa dal malato terminale è il conforto dei parenti nella ricerca dei significati della malattia; il loro supporto per affrontarla con dignità poichè, mentre i dolori fisici sono efficacemente sedati, resta terribile la sofferenza psicologica nel presagire l’approssimarsi della morte.

L’errato esercizio della libertà.

Per F. D’Agostino: “Praticare l’eutanasia non è rendere omaggio alla libera volontà di una persona che chiede di essere aiutata a morire, ma sanzionare quello stato di abbandono morale e sociale, che si avrebbe il dovere – sia da parte delle istituzioni che da parte di tutti gli individui di buona volontà – di combattere strenuamente” (9). E qui entra in gioco il valore sociale di ogni vita umana. Ad esempio, da anni, si lotta contro la pena di morte per i condannati per delitti gravissimi e noi condianniamo a morte i più fragili e indifesi?

Ebbene, l’eutanasia potrebbe trasformarsi in una formidabile pressione sulle persone vulnerabili dato che il malato è libero solo formalmente poiché sta vivendo una condizione di totale debolezza a livello psicologico, emotivo ed esistenziale. Si pensi, esempio, alle sollecitazioni che potrebbero essere esercitare sugli anziani, sui depressi e sui disabili, facendogli “pesare” i loro costi per la società. Quindi, il suicidio assistito e l’eutanasia, potrebbero essere utilizzati per risolvere il problema dei costi della sanità e del sociale e tanti potrebbero essere uccisi anche se non lo vogliono. Interessante è la storia di Francois e Anna Schiedts. Nel maggio 2015, questa coppia di ottantenni belgi, Francois (anni 89) e Anne (anni 86), dopo 63 anni di matrimonio decisero di darsi insieme una “buona morte preventiva” per “paura del futuro” dopo aver salutato famigliari e amici. Così commentò la morte dei genitori uno dei tre figli, Jean-Paul: “Capisco perfettamente l’atteggiamento dei miei genitori. Li sostengo, sia per loro che per noi, loro figli, questa è la soluzione migliore. Se uno di loro dovesse morire, chi resta sarebbe così triste e totalmente dipendente da noi”(10).

“Altro che autodeterminazione. Per me, l’eutanasia è una richiesta che proviene dalle persone sane che vogliono disfarsi di un malato grave o in fase terminale” (11)  affermò il francese Lucien Israel, psichiatra e psicoanalista con decenni di esperienza con malati terminali. Sembra insomma che, nella nostra epoca, ammalarsi e invecchiare stia diventando sempre più rischioso e problematico!

Si domanda il cardinale C. Ruini: “Perché dunque non consentire alla libertà di esprimersi fino al suicidio e all’eutanasia? La risposta è che non si può separare la nostra libertà dalla realtà del nostro essere: se va contro questa realtà la libertà si autodistrugge. Possiamo aggiungere che l’uomo è essenzialmente un essere in relazione e quindi la nostra libertà non può prescindere dal rapporto con gli altri: la decisione sulla nostra morte non riguarda dunque soltanto noi. Ancora, non potremmo essere liberi se all’origine della nostra libertà non vi fosse un’altra e più grande libertà, la libertà creatrice di Dio: se infatti fossimo soltanto frutto di una natura inconsapevole, governata dal caso e dalla necessità, da dove potrebbe venire la nostra libertà?” (12).

 Don Gian Maria Comolli

(terza continua)

NOTE

(1)Testimonianze del prof. K. Gunning, in Avvenire 5 Dicembre 2000.

(2)Cfr.: FNOMCeO, 2007.

(3) Cfr.: FNOMCeO, 2007.

(4) Intervista di Giorgio Gandola a Filippo Anelli, presidente dell’Ordine dei medici : “I dottori salvano vite. All’eutanasia preferiamo Ippocrate”, La Verità, 17 aprile 2019.

(5) Pastorale salute: nuovo codice deontologico infermieri. Mangiacavalli (Fnopi), “siamo contrari all’eutanasia”, SIR, 13 maggio 2019.

(6) Tempi.it, 4 settembre 2018.

(7) Zenit.org, 17 dicembre 2016

(8) C.M. Martini, Discorso alla città di Milano per sant’Ambrogio, 6 dicembre 1989

(9) F. D’Agostino – L. Palazzani, Bioetica. Nozioni fondamentali, La Scuola, Torino 2013, pg. 2007.

(10) Dal sito internet: Moustique Magazine.

(11) Psicoanalisi e libertà: omaggio a Lucien Israele: Atti dei giorni IFRAS, giugno 1997, Arcani, Strasburgo, 1999, pg. 282.

(12) Prefazione al libro: E. Roccella, Eluana non deve morire. La politica e il caso Englaro, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2019.