SUICIDIO ASSISTITO e EUTANASIA (5)

By 5 ottobre 2019Pillole di saggezza

Exursus: Olanda docet

Rileggendo la storia degli ultimi decenni in Olanda ci accorgiamo che “la via della morte” si aprì nel 1971, quando si rimosse con l’introduzione dell’aborto un pilastro fondamentale dell’etica medica: la difesa totale della vita umana.

Ma, l’Associazione dei Medici Olandesi, dichiarò che non avrebbe mai tollerato l’eutanasia, anche se, due anni dopo, un tribunale assolse un medico che “aveva affrettato la morte della madre” ed espresse i criteri riguardanti quando un medico non era tenuto a mantenere in vita un paziente contro la sua volontà. Queste regole furono formalizzate poiché applicate ad alcuni casi giudiziari negli anni ottanta e novanta. Un caso famoso riguardò lo psichiatra B. Chabot che somministrò una dose letale di medicinali a una donna depressa di cinquanta anni che rifiutava di subire il trattamento psichiatrico usuale, ma desiderava morire.

La porta era apertà e con il trascorrere degli anni si spalancò sempre di più fino al 2001 quando l’Associazione dei Medici accettò “I’eutanasia per pietà” che divenne legge dello Stato nel 2002. Il testo della normativa indicava da una parte la depenalizzazione dell’eutanasia come accoglienza del desiderio del paziente, ma autorizzava anche il medico, come vedremo inseguito, a sopprimere il sofferente motivato dal “miglior interesse per il malato”.

Emblematico, ma soprattutto scioccante, fu un manifesto affisso in tutto il Paese che rappresentava un orso yoghi sdraiato in una bara nell’atto di calarsi addosso il coperchio. E, nel 2005, solo il 15% dei medici olandesi rifiutava di compiere un atto eutanasico.

Perciò, non meraviglia, che a Groningen, nel nord dell’Olanda, sorse il primo ospedale al mondo dove l’eutanasia fu lecita anche sui minori. I rapporti ufficiali pubblicati dalla commissione che “controlla l’eutanasia” parlano di 16 ragazzi e adolescenti che dal 2005 hanno ricevuto la “dolce morte”. Un ragazzo di 12 anni nel 2011, tra il 2012 e il 2015 cinque adolescenti sotto i 17 anni, nel 2015 uno di 16, nel 2016 due di 16 e 17 anni, altri tre sono morti nel 2017 e tre nel 2018. Undici di loro erano malati di cancro, non si sa nulla invece degli altri cinque.

Oppure, non meraviglia, che tra i medici si raccontano episodi allucinanti come se fosse normale uccidere un paziente per compiacerlo o condiscendere al desiderio dei famigliiari. “So di un malato d’Aizheimer ricoverato in una casa per non autosufficienti. Una settimana dopo la famiglia lo trova in stato di coma. Sospettano qualcosa e così lo fanno trasportare all’ospedale dove il paziente si riprende dopo l’infusione intravenosa di tre litri di liquido. Il figlio di un vecchio paziente ospedalizzato chiede ai medici di ‘accelerare il processo’, in modo che il funerale del padre possa avere luogo prima della sua partenza per le ferie all’estero già prenotate. I medici perciò gli somministrano molta morfina”(1).

Con il trascorrere del tempo i casi “extra-legem” divennero inarestabili. Non a caso “le uccisioni” sono passate da 1.882 nel 2002 a 3.136 nel 2010, a 6.858 nel 2018, il 4,4% dei decessi.

Inoltre, un associzione, la NVVE (Nederlandese Verening Voor Vrijwillge Euthanasie) con 161mila iscritti, si è battuta per l’eutanasia accessibile a tutte le persone che abbiano superato i 70 anni stanche della vita e vogliono deliberatamente porre termine alla loro esistenza richiedendo al servizio pubblico la “Kill Pill” (la pillola che uccide), distribuita dalle farmacie per essere poi assunta a casa propria. Inoltre, nelle norme entrate in vigore nel 2015, si legge che per domandare la morte prima dei 70 anni, “non è richiesto soffrire una malattia mortale. Un insieme di situazioni come problemi della vista, dell’udito, l’osteoporosi, l’artrite, problemi di equilibrio, possono causare sofferenze insostenibili senza prospettive di miglioramento per cui è meglio morire”. Ad esempio, Gaby Olthuis, mamma di due figli di 13 e 15 anni, clarinettista in carriera e ammalata di acufene (2) chiese la “dolce morte”. Dunque, la legge eutanasistica, si è estesa negli anni ad altre situazioni aprendo le porte della “dolce morte” a diverse fragilità: dai disabili[1] ai malati psichiatrici, dagli anziani ai depressi, dai malati di Alzheimer a persone affette da patologie neurodegenerative. Poiché quando l’uccisione si trasforma in “medicalmente accettata”, l’azione da brutale è ritenuta vantaggiosa.

Sempre un progetto di legge olandese, si propone che l’eutanasia possa essere somministrata a “malati di mente” che ne abbiano fatto richiesta in precedenza. “Come soluzione alle inevitabili fragilità dell’esistenza umana, alle persone malate di mente verrà offerta la decisione di prevedere in tempo la loro uscita da questo mondo, quando altri giudicheranno venuto il momento”.

Anche in Italia esiste il sospetto che, già oggi, qualche medico esaudisca richieste eutanasiche di pazienti e di parenti, ovviamente adottando varie cautele affinché il decesso appaia “del tutto naturale”.

Che l’eutanasia possa sostituire in un futuro prossimo, più vicino di quello che riteniamo, i consistenti costi della sanità, non è da escludere, anzi, è probabile. Questo è prevedibile da anni, poichè se oggi è soppresso il bambino non ancora nato, appare logica anche l’uccisione del nato con menomazioni, oppure l’affetto da malattia terminale o l’anziano nel periodo di una vecchiaia giudicata infruttuosa e inconcludente. Ciò genererebbe in molti l’ incubo di essere trascritti in questa lunga lista di condannati a morte (3).

Dunque, l’esperienza olandese ci insegna che “è un’illusione pensare di poter limitare l’eutanasia o il suicidio assistito entro confini rigidi, controllando la pratica”(4), poiché in questo Stato si è partiti dall’omicidio delle persone in fin di vita per passare ai bambini disabili e guingere alle categorie più fragili della popolazione

Emblematico, tra i molti, è il caso di Noa Pothoven, una diciassettenne che nel giugno 2019 si è “lasciata morire” a casa smettendo di bere e di mangiare, coi familiari consenzienti, a seguito di disturbi post traumatici, depressione e anoressia, per tre stupri subiti da ragazza. La sofferenza psicologica che sperimentava l’ha indotta a desiderare la morte. A dicembre aveva raccontato ai media olandesi di contattato una clinica per il fine vita all’Aja ma questa la respinse. Voleva morire, ma soprattutto denunciare che in Olanda non esistono istituzioni specializzate per ragazzi con questo tipo di problemi. Anche quella praticata su Noa dai medici che l’hanno assistita nelle ultime ore fu un atto eutanasico, anche se il famoso Cappato andò su tutte le furie quando i mezzi di comunicazione utilizzarono questo termine, affermando che non è vero che “l’Olanda uccide i depressi”. Il fatto che Noa abbia scelto la morte non modifica le carte in tavola. “Ed è una tragedia maggiore perché è il sintomo di una società che non reagisce più al dolore e che trova come soluzione finire la propria esistenza grazie alla cultura della ‘buona morte’(5). Il professor Giuseppe Nicolò, psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale Asl Roma 5, così commentò la vicenda di Noa: “Non possiamo entrare nel merito di quanto dolore provasse la ragazza, ma immaginare che la soluzione a questa sofferenza sia porre fine alla vita, come psichiatra, lo ritengo abbastanza inconcepibile”. E, alla domanda: “Professore, la ragazza dice che nessuno è stato in grado di aiutarla. Chi ha fallito? Davvero non c’era altra soluzione?”. La sua risposta:Ci sono trattamenti specifici per il disturbo post traumatico da stress che nella ragazza era diventato cronico. Esistono anche terapie farmacologiche per superare la sofferenza generata dal trauma. Lei era davvero molto giovane, immaginare, a quell’età, di dichiarare inguaribile un disturbo post traumatico e che l’unica soluzione sia quella di porre fine alla vita del soggetto è una cosa che per la mia formazione, per il mestiere che faccio, è inconcepibile. Ma la questione è culturale”(6).

In Olanda, negli ultimi cinque anni, i pazienti con problemi psichiatrici che hanno ricevuto l’eutanasia sono stati 378 (senza contare gli 859 dementi). Nel 2018, nel 15% dei casi, l’eutanasia è stata autorizzata per pazienti tra i 18 e i 40 anni con problemi psicologici. Quante persone come Noa Pothoven c’erano tra queste? Sicuramente tante!

Concludiamo riportando un intervista a Theo Boer, docente all’università di Utrecht, convinto sostenitore della dolce morte, membro della Commissione per l’eutanasia in Olanda. Oggi è “pentito” e lancia un appello: “non fate il nostro errore”. Come sempre, mentre in Italia si rincorre l’ultima “novità etica” sul fronte del diritto all’autodeterminazione, all’estero c’è già chi fa marcia indietro.

Nel 2001 l’Olanda ha approvato la legge sull’eutanasia. Com’è cominciato il dibattito e con quali argomentazioni la legge fu accettata?

Il dibattito cominciò alla fine degli anni Sessanta. L’influente psichiatra Jan Hendrik van den Berg sosteneva che i medici infliggessero grandi pene ai loro pazienti accanendosi continuamente nelle cure e che, invece, fosse necessario che prendessero coraggio per porre fine alle loro vita. All’inizio, l’eutanasia era considerata prevalentemente un “omicidio per pietà”. Negli anni Ottanta, poi, decidemmo che l’eutanasia, per definizione, dovesse avvenire su richiesta. L’omicidio di pazienti non capaci di intendere e volere, concordavano tutti, non era prudente. Si decise che, se i dottori avessero rispettato certi criteri, non avrebbero potuto essere perseguiti per il reato di eutanasia. I criteri erano che il paziente fosse capace di intendere e volere e che ne facesse richiesta, che la sofferenza fosse insopportabile e senza prospettive di miglioramento, che non ci fossero alternative e che venisse consultato un secondo medico. Per questo fu istituita nel 1998 una Commissione di controllo dell’eutanasia. Dal 2002 abbiamo una legge basata sugli stessi criteri e che si appoggia alla Commissione. Ho fatto parte di una di queste commissioni per più di nove anni.

-Chi si opponeva alla legge, cosa sosteneva?

Dicevano che l’Olanda si sarebbe trovata su un pericoloso piano inclinato. E che bisognava migliorare le cure palliative. Sopratutto sostenevano che per principio una società non potesse occuparsi dell’uccisione organizzata dei suoi cittadini. Coloro che, come me, appoggiavano la legge sull’eutanasia, argomentavano parlando di pietà, di autonomia e di libertà individuale. Con il senno di poi, dico che ci sbagliavamo. L’eutanasia è diventata sempre più normale e diffusa (i numeri sono cresciuti da 1.800 a 5.500) e molti altri tipi di sofferenza, sopratutto esistenziale, sociale e psichiatrica, sono diventati motivo sufficienti per richiedere l’eutanasia.

-Può descrivere gli effetti che questa legislazione ha avuto sulla società sia in termini numerici sia culturali?

In Olanda la legge sul “suicidio assistito” non ha chiuso la lunga discussione in merito; anzi, ne ha fatta cominciare un’altra. I sostenitori della libertà illimitata hanno visto la norma del 2001 come un trampolino di lancio verso diritti ancora più radicali. In effetti, la legge ha formato una sua propria realtà. Sempre più spesso la morte è contemplata come l’ultimo rimedio a qualsiasi forma di sofferenza grave, fisica, psicologica, sociale o spirituale. E nonostante il secolarismo spinto, molti sono convinti che l’eutanasia sia il passaggio a una vita migliore. Credo che questo sia un errore terribile. Innanzitutto, la decisione di uccidere qualcuno è la decisione di porre fine a un’esistenza. Punto. Si può sperare nell’aldilà, ma credo che dovremmo agire come se la nostra vita sulla terra fosse l’ultima che abbiamo. E credo che la decisione sull’eutanasia non possa essere definita una decisione “autonoma”. È autonoma tanto quanto il voto per un dittatore.

-In questi anni si hanno avuto notizie di persone che hanno avuto accesso all’eutanasia anche se erano solo depresse. Si hanno notizie anche di famiglie intere che hanno “salutato” i propri cari con festicciole.

Anche se occasionalmente, è vero accade anche questo. Anche se la maggioranza dei pazienti e dei medici vedono ancora l’eutanasia come una scelta tragica ed eccezionale, io critico questi sviluppi.

-Oramai sembrano essere saltati tutti i paletti.

Non tutti i paletti sono ancora saltati. La situazione è complicata. Primo, credo che l’Olanda abbia fatto un errore nella legge sull’eutanasia: alcuni criteri furono presupposti in maniera implicita. Ad esempio, la “sofferenza insopportabile” fu un criterio, ma non fu specificato cosa si intendesse. Molte persone negli anni Novanta erano convinte che si parlasse di un contesto legato alla malattia terminale. In realtà, però, ogni paziente oggi può ottenere l’eutanasia. Stando letteralmente alla legge non devi essere nemmeno malato. All’inizio si stabilì anche che la dolce morte fosse permessa solo all’interno del rapporto medico-paziente, ma anche questo non fu specificato. Di conseguenza ora esiste addirittura un’organizzazione di dottori dell’eutanasia a domicilio (“Clinica di fine vita”) che “aiuta” ogni anno centinaia di persone a morire.

-Pare davvero, come sostenne Oriana Fallaci, che l’Occidente sia più innamorato della morte che della vita e quindi della tolleranza individualista che del sacrificio caritatevole. Non le mancano i segni della carità?

Sì, mi mancano molto quei segni. La nostra società sottolinea così tanto la necessità dell’autonomia e dell’indipendenza, spingendo, ad esempio, ogni adulto sano ad entrare nel mercato del lavoro, che il risultato è spesso la grande solitudine di molti anziani. I loro figli, magari, li visitano una volta alla settimana o mensilmente o se ne prendono cura per alcune settimane, ma non possono offrire loro tutte le cure e le attenzioni di cui hanno bisogno. In ultima analisi, credo che il problema dell’eutanasia in Olanda sia in parte un conflitto intergenerazionale. Ciò spiega perché si riscontra difficilmente l’eutanasia nella popolazione immigrata che ha una coesione sociale maggiore.

Cosa direbbe oggi alle persone che in Italia, come avvenne nel suo paese quindici anni fa, chiedono la legalizzazione dell’eutanasia?

In una situazione in cui un numero crescente di persone soffre di solitudine, si può vedere l’eutanasia come la migliore soluzione ad essa. L’opzione dell’eutanasia può distogliere la nostra attenzione dalla ricerca delle alternative. L’eutanasia e il suicidio assistito sono legati alla libertà dell’individuo, ma si tratta anche di un evento sociale. L’omicidio di una persona ha conseguenze anche sulla vita degli altri! La morte assistita può spingere altri a richiederla. La sola offerta dell’eutanasia crea la sua domanda (7).

Don Gian Maria Comolli

(quinto continua)

NOTE

(1)Testimonianze del prof. K. Gunning, in Avvenire 5 Dicembre 2005.

(2)“L’acufene” è un disturbo della capacità uditiva e consiste nella percezione di rumori, suoni, fischi e ronzii.

(3) Ad esempio “Health Psychology” n. 4 del 2007, in un articolo intitolato dal titolo: “Non ancora Morti”, riporta le critiche alla legge sul suicidio assistito da parte dell’associazione di disabili, lamentandosi che si sta creandosi  un doppio binario che da una parte porta a prevenirlo e dall’altra a legalizzarlo per chi è più fragile.

(4)Tempi.it, 11 luglio 2014.

(5) Comunicato Stampa di Pro Vita & Famiglia, 4 giugno 2019.

(6) https://www.huffingtonpost.it/entry/da-psichiatra-trovo-inconcepibile-togliersi-la-vita-a-17-anni-a-causa-della-depressione_it_5cf6b96ce4b0e8085e4209e8

(7) Intervista di Benedetta Frigerio, Tempi.it, 1 luglio 2015