SUICIDIO ASSISTITO e EUTANASIA (6)

By 12 ottobre 2019Pillole di saggezza

Dopo alcune riflessioni sul suicidio assistito e sull’eutanasia volgiamo lo sguardo sulla legge delle DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento), legge 219/2017, contenendo questo testo dei chiari ed espliciti riferimenti eutanasistici.

PREMESSA

Dopo anni di discussioni, a seguito dell’approvazione prima della Camera dei Deputati il 20 aprile 2017, poi del Senato il 14 dicembre 2017, il Disegno di Legge: “Norme in materia di consenso informato e di diposizioni anticipate di trattamento”, le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT) sono divenute legge anche nel nostro Paese, affermando esplicitamente, per la prima volta nella storia della Repubblica, la “disponibilità” della vita umana con ricadute preoccupanti per il cittadino, per il malato e per il medico.

Da notare che deputati e senatori ignorarono totalmente il parere negativo della maggioranza di medici, bioeticisti, giuristi, associazioni di cittadini auditi che avevano argomentato che il Disegno di legge doveva essere modificato, ognuno presentando autorevoli motivazioni. Al Senato su 42 audizioni ben 37 avevano evidenziato consistenti perplessità; lo stesso avvenne a Montecitorio. Questo diniego ha permesso l’approvazione di una normativa ambigua, con ampie falle di incostituzionalità, aperta a molteplici forzature.

SCHEMA DELLA LEGGE

Il testo è costituito di 8 articoli che affrontano due temi: il Consenso Informato e le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (Dat).

Esaminiamo sinteticamente gli aspetti più rilevanti.

Art. 1: Consenso informato

L’articolo afferma che il Consenso informato è l’atto fondante di ogni attività medica; di conseguenza “nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito” privo di questo. E, il medico, è obbligato a rispettare la volontà  espressa dal paziente di accettare o di rifiutare un trattamento diagnostico o terapeutico; solo così sarà “esente da responsabilità civili o penali”. Anche la nutrizione e l’ alimentazione per via enterale o parenterale sono ritenuti “trattamenti sanitari”, quindi il singolo può chiederne la sospensione. Infine, “la piena e corretta attuazione” della legge è a carico di “ogni struttura sanitaria pubblica o privata”, ovviamente anche di quelle di ispirazione cristiana.

Negli 11 commi dell’ articolo notiamo un costante intreccio di tre concetti: il principio di autodeterminazione del paziente, la mutazione della relazione medico-paziente, la concezione contrattualistica della cura.

Art. 2: Terapia del dolore, divieto di ostinazione irragionevole nelle cure e dignità nella fase finale della vita

L’articolo chiede un’appropriata “terapia del dolore” da garantire anche nelle situazioni in cui il malato abbia rifiutato gli interventi indicati dal medico. Obbliga inoltre i sanitari ad astenersi da “ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati”. Impone ai medici “in presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari” di applicare la “sedazione palliativa profonda continua”. L’articolo fa riferimento anche alla legge 38/2000, quella riguardante le “cure palliative”, snaturandone totalmente il senso come vedremo inseguito.

Art. 3: Minori e incapaci

L’articolo affrontato l’argomento del consenso dei minori e delle persone incapaci. Nel primo caso sarà espresso dai genitori, nel secondo dai tutori o amministratori di sostegno.

Art. 4: Disposizioni anticipate di trattamento

E’ l’articolo centrale della legge poiché introduce le “Disposizioni Anticipate di Trattamento” (DAT). Ogni persona maggiorenne in grado di intendere e di volere, sottoscrivendole “in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi”, esprime “le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari”. E, anche qui, il medico è tenuto a rispettarle “senza fiatare”!

Art. 5: Pianificazione condivisa delle cure

Nella relazione tra medico e paziente, rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante, “può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”.

Art. 6: Norma transitoria

L’articolo riguarda le Dichiarazioni depositate presso i comuni o i notai prima dell’entrata in vigore della normativa.

Art. 7: Clausola di invarianza finanziaria

Stabilisce che l’applicazione della legge avvenga senza oneri per la finanza pubblica.

Art. 8: Relazione alle Camere

Il Ministro della Salute relazionerà al Parlamento entro il 30 aprile di ogni anno.

CRITICITA’

 1.”Disposizioni”, “Dichiarazioni” e “Aspetto vincolante”

La prima problematicità la riscontriamo nel titolo della legge: “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”. Il termine “disposizioni” ha sostituito “dichiarazioni” presente nella formulazione originaria del DDL.

Il baratto di “dichiarazioni” con “disposizioni” ha suscitato molteplici perplessità nelle audizioni parlamentari avendo i due vocaboli significati differenti e anche discordanti. Non è nostra intenzione proporre una disquisizione linguistica ma solo affermare il “peso” e il “potere” della singola parola che può costruire o distruggere, creare unione o divisione, fondare la vita o la morte. Ma purtroppo, siamo abituati a svuotare di significato anche termini altamente valoriali, da libertà ad amore, da diritti a responsabilità… E ciò è errato, poiché come affermava Nanni Moretti in “Palombella rossa”, le parole sono importanti, hanno un senso, devono assumere uno specifico significato.

 Il termine “disposizione

E’ un “imperativo vincolante”, frequentemente utilizzato come sinonimo di norma. In questo testo orienta il rapporto medico-paziente nella direzione contrattualista a scapito della relazione di cura scordando l’impossibilità di una parità fra i due soggetti e l’asimmetria della relazione poiché il medico possiede delle competenza professionali, mentre il paziente, il più delle volte, è incapace di impostare un confronto obiettivo con il suo stato di salute, con le istanze scientifiche e con le conseguenze etico-morali. Inoltre, l’attività del medico, è fondata sui principi di autonomia, indipendenza e responsabilità, ha come riferimento le regole deontologiche, e “può rifiutare la propria opera professionale quando vengano richieste prestazioni in contrasto con la propria coscienza o con i propri convincimenti tecnico-scientifici” (1).

Il vocabolo “disposizioni” è concretizzato con affermazioni esplicite in vari punti della legge parlando di “autonomia decisionale del paziente” (art. 1, co. 2); di rifiuto di qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario (cfr. art. 1, co. 5), di vincolare le proprie volontà (cfr. art. 1, co. 1).

 Il termine “dichiarazione”

Fu usato dal Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) nel Parere del 18 dicembre 2003: “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento”. Il Documento invitava i medici ad esaminare i trattamenti ai quali la persona desiderava o non essere sottoposta nel caso in cui non fosse stata più idonea a fornire un consenso o dissenso informato ma sempre “nell’ottica dell’orientamento”, non potendo vietare al medico di agire “secondo scienza e coscienza” compiendo ciò che reputava più opportuno nell’interesse del malato. Affermava il Parere:  “Questo carattere non (assolutamente) vincolante, ma nello stesso tempo non (meramente) orientativo, dei desideri del paziente non costituisce una violazione della sua autonomia, che anzi vi si esprime in tutta la sua pregnanza; e non costituisce neppure (come alcuni temono) una violazione dell’autonomia del medico e del personale sanitario. Si apre qui, infatti, lo spazio per l’esercizio dell’autonoma valutazione del medico, che non deve eseguire meccanicamente i desideri del paziente, ma anzi ha l’obbligo di valutarne l’attualità in relazione alla situazione clinica di questo e agli eventuali sviluppi della tecnologia medica o della ricerca farmacologica che possano essere avvenuti dopo la redazione delle dichiarazioni anticipate o che possa sembrare palese che fossero ignorati dal paziente” (Punto 8).

Il termine “dichiarazioni” è presente anche nella “Convenzione di Oviedo” emanata il 4 aprile 1997 dal Consiglio d’Europa. In essa si dichiarava che “i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione” (art. 9). Da questo articolo si deduce che “i desideri del malato” vanno considerati ma non sono vincolanti. Non a caso l’articolo 9 della Convenzione usa l’ espressione “souhaits e wishes” che corrisponde al concetto di cosa desiderata ma non imposta a terzi. Anche il Codice di Deontologia medica all’articolo 38 è della stessa opinione affermando: “Il medico tiene conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento espresse in forma scritta (…). Il medico, nel tenere conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento, verifica la loro congruenza logica e clinica con la condizione in atto e ispira la propria condotta al rispetto della dignità e della qualità di vita del paziente (…)”. Infine: “procede comunque tempestivamente alle cure ritenute indispensabili e indifferibili”.

 La decisione “vincolante” del paziente

E’ chiaramente ribadita, come già affermato, all’articolo 1, co. 5 acconsentendo al cittadino o al malato il rifiuto degli esami diagnostici e dei trattamenti sanitari anche salvavita. In più, il paziente, può rinunciare anche alla nutrizione e all’alimentazione per via enterale o parenterale. Questa serie di rifiuti che possiamo definire “la scelta del paziente dell’ eutanasia passiva”, demotivano il medico che esaudirà le volontà del malato per evitare fastidiose responsabilità penali o civili.

Ma le domanda che dobbiamo porci sono:

-Chi può fare queste richieste? Tutti coloro che sono in grado di intendere e di volere.

-Quando? Oggi in base allo stato esistenziale che si sta vivendo o “presagendo” la malattia di domani.

Questi interrogativi “mascherano” situazioni assai allarmanti.

Prima. Non contemplando il testo nessun vincolo e non specificando lo stato di salute della persona, ogni malattia anche lieve, può divenire “motivo di morte”, poiché la sospensione delle cure può essere richiesta da chi sta vivendo un esaurimento nervoso e non intende affrontare le sfide della vita, o dall’anziano affetto da patologie croniche, o dal portatore di handicap che si ritiene un onere per la famiglia, soprattutto in quelle regioni dove è carente un’efficiente rete di servizi sanitari e sociali. In Olanda e Belgio si chiama eutanasia “attiva”, in Italia, come già affermato, “passiva”. Qual è la differenza tra le due metodologie che non modifica però la sostanza, poiché l’eutanasia è sempre “un attentato alla vita che nessuna autorità umana può legittimare essendo la vita dell’innocente un bene indisponibile”?(2) E’ “attiva” quando si somministrano sostanze provocanti la morte; è “passiva” quando non si assumono terapie ordinarie o proporzionate alla situazione.

Seconda. Come può un sano prevedere come reagirà da malato?

Tra il momento della redazione delle DAT e il tempo in cui saranno applicate, il più delle volte trascorrerà un lungo periodo. Inoltre, è impossibile conoscere in anticipo, quali patologie ci potrebbero affliggere domani. Per questo, l’esperienza di vari malati, mostra la diversità di prospettiva e di volontà nel sottoscrivere il biotestamento in un determinato periodo della vita, solitamente in condizioni di buona salute, e l’essere affetto da patologia grave o invalidante, quando lo stato d’animo potrebbe non corrispondere più al desiderio originario, poiché la fragilità esistenziale modifica i parametri di osservazione dei valori e delle vicissitudini della vita (3).

L’esperienza che riportiamo mostra la contraddizione tra quanto firmato nelle DAT e quanto richiesto dal malato nell’avvicinarsi alla morte. “Il signor Smith era un cardiopatico; giunto in ospedale per dolori al petto gli fu diagnosticato un infarto. Su richiesta del medico il paziente mostrò una copia del proprio testamento biologico, è un codice DNR (Do Not Resuscitate), un soggetto da non rianimare. Alle quattro del mattino il signor Smith lamentò un dolore sempre più forte, sudava e perciò chiamò l’infermiera con il campanello. Un cardiologo che transitava per la sala medica, accorgendosi dal monitor che il paziente era in arresto cardiaco, si precipitò nella sua stanza per tentare di defibrillarlo, ma fu fermato dall’infermiera essendo un codice DNR. Alla fine, il paziente, fu dichiarato morto” (4). Il signor Smith ci insegna, oltre che aver espresso un consenso “disinformato”, che i moribondi, spesso, si aggrappano alla vita con tutte le loro forze.

Terza. La “verità” dove la mettiamo?

Il tema già trattato precedentemente oltrepassa le DAT ma contemporaneamente le interpella pesantemente in nome di quel consenso libero e informato continuamente decantato.

Don Gian Maria Comolli

(sesta continua)

NOTE

(1)Codice di Deontologia Medica (versione 2018),  art. 22.

(2)Giovanni Paolo II, Enciclica Evangelium vitae, n. 3.

(3) Cfr. R. Puccetti, M.C. Poggetto, V. Castigliola, M.L. Di Pietro, Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat): revisione della letteratura, in Medicina e Morale, LXI, n. 3.

(4) R. Puccetti, Se il testamento biologico apre alla cattiva pratica medica, in Newsletter di Scienza & Vita, 2009, n. 18.