SUICIDIO ASSISTITO E EUTANASIA (7)

By 18 ottobre 2019Pillole di saggezza

Stiamo esaminando le “criticità” presenti nella legge delle DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento), legge 219/20172. Oggi fermeremo la nostra attenzione sulla “sproporzionalità delle cure” e sull’ “alimentazione e idratazione per via enterale o parenterale”.

Sproporzionalità delle cure

Anche l’affermazione dell’articolo 2 co. 2: “Il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati” è ambigua.

Premesso che con “trattamenti inutili o sproporzionati” possiamo intende l’accanimento terapeutico sempre proibito, quello che fa problema è la dicitura: “somministrazione delle cure” avendo confuso il termine “cura” con quello di “terapia” che non sono sinonimi ma azioni distinte. Infatti, la “terapia”, è il complesso di interventi medici e farmacologici che hanno come finalità la guarigione, il miglioramento o la stabilizzazione del malato e in alcuni casi, ad esempio di fronte a situazioni terminali, possono divenire un “trattamento straordinario” e “sproporzionato”, perciò vanno sospesi. La “cura” invece è l’insieme di provvedimenti atti a conservare le condizioni psicofisiche del paziente nella situazione migliore fino alla morte. Potremmo definire la cura come il “farsi carico globalmente del paziente”, ricordata all’ articolo 39 del Codice di Deontologia Medica. “Il medico non abbandona il paziente con prognosi infausta o con definitiva compromissione dello stato di coscienza, ma continua ad assisterlo e se in condizioni terminali impronta la propria opera alla sedazione del dolore e al sollievo dalle sofferenze tutelando la volontà, la dignità e la qualità della vita”.

A questo punto è utile chiarire anche che “l’accanimento terapeutico” che molti temono è sempre proibito. Lo affermano vari documenti:  dal  Codice  di  Deontologia Medica (versione 2018,  art. 16) alla Convenzione di Oviedo(art. 24).Questa è pure la posizione della Chiesa cattolica ribadita nuovamente nel novembre 2017 da papa Francesco nel Messaggio ai partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del Fine-vita: “È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito ‘proporzionalità delle cure’ (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII -1980, 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione ‘il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali’ (ibid). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’ accanimento terapeutico” (7 novembre 2017).

Da notare, però, l’ impossibilità a fornire dei protocolli esaustivi per scongiurare l’accanimento terapeutico, poiché la stessa terapia potrebbe essere ordinaria o straordinaria a secondo della situazione del paziente. Anche una trasfusione di sangue, praticata ad un ammalato in fase agonica, può configurarsi accanimento terapeutico. Osservava il prof. P.Mantegazza, rettore dell’Università degli Studi di Milano dal 1984 al 2001: “Certamente per il medico è un grosso problema, e crediamo che debba veramente agire in ‘scienza e coscienza’ quando deve decidere sull’utilità o sull’inutilità di un atto medico,  e se deve continuare la terapia o no” (1). Gli addetti ai lavori, ben sanno, che questo rischio oggi appare capovolto passando dall’accanimento terapeutico all’ “abbandono terapeutico” dovendo i medici, a volte, optare tra i costi e la cura più opportuna, faticando a prescrivere al paziente quanto scienza e coscienza suggeriscono. Osservava D. Pellegrino: “La battaglia più dura che molti medici oggi si trovano a combattere (…) si risolve, principalmente, nel tentativo di riduzione dei costi della sanità” (2).

Alimentazione e idratazione per via enterale o parenterale

Il testo all’articolo 1, co. 5 presenta l’alimentazione e l’ l’idratazione per via enterale o parenterale “trattamenti sanitari”, quindi il paziente può esigere di interromperli. Al di la del fatto che nuovamente non si specifica in quali situazioni possono essere sospesi, quello che vogliamo sottolineare è che nella “cura” devono rientrare sia l’alimentazione che l’ idratazione per via enterale o parenterale da fornire anche ai pazienti che versano in condizioni gravi, oppure sono in coma o in stato vegetativo persistente per il semplice fatto che la nutrizione e l’idratazione sono “sostegni vitali” sia per il sano che per il malato, dunque atti dovuti eticamente, deontologicamente e giuridicamente, e non smarriscono questa qualifica in base al mezzo utilizzato per assumerli. Se queste fossero sospese, il paziente morirebbe, non a causa della malattia che lo affligge ma per la sottrazione, appunto, dei mezzi di ordinaria sussistenza configurando questa azione come eutanasia passiva.

Il carattere artificiale della nutrizione è presente anche in altre situazioni; ad esempio con il latte ricostituito per i neonati che non possono essere allattati dalla mamma per via naturale. Ma nessuno ritiene che questa nutrizione vada sospesa perché artificiale. Da notare, inoltre, che la sospensione soprattutto dell’idratazione, provocherebbe al malato atroci sofferenze che potrebbero prolungarsi per giorni, non essendo la morte immediata, e allora il testo propone una soluzione quasi peggiore del problema: il ricorso alla sedazione profonda somministrando analgesici anche in dosi letali (cfr. art. 2, co. 2).

Dunque, “no” all’accanimento terapeutico e “no” all’abbandono terapeutico!

Al di là dalla nostra opinione anche la comunità medico-scientifica è dubbiosa sul fatto che l’alimentazione e l’ idratazione per via enterale o parenterale siano terapia. Per quanto riguarda l’aspetto bioetico facciamo nostra quest’ osservazione di F. D’ Agostino, presidente onorario del Comitato Nazionale per la Bioetica: “La modalità di assunzione di cibo e acqua, anche se mediante sondino naso gastrico, non li rende un ‘preparato artificiale’ (come la deambulazione non diviene artificiale se l’individuo usa una protesi). Si tratta di cure proporzionate ed efficaci. La loro sospensione configura un abbandono del malato e una forma di eutanasia omissiva: la loro obbligatorietà si giustifica per la valenza umana e simbolica della cura di persone in condizioni di estrema vulnerabilità” (3).

Don Gian Maria Comolli

(Settima continua)

NOTE

(1)Corriere Medico, novembre 1989, pg. 8.

(2)D.Pellegrino – A. Tomasma, Medicina per vocazione, EDB, Roma 1992, pg. 32.

(3)F. D’Agostino – L. Palazzani, Bioetica. Nozioni fondamentali. La Scuola, Torino 2013, pg. 197.