SUICIDIO ASSISTITO E EUTANASIA (8)

By 28 ottobre 2019Pillole di saggezza

Stiamo esaminando le “criticità” presenti nella legge delle DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento), legge 219/20172. Oggi fermeremo la nostra attenzione sul “grande pasticcio” del rapporto medico-paziente poiché questa legge stravolge e altera il plurimillenario ruolo del medico, tramutandolo da difensore della vita in un acritico esecutore dei desideri di morte del paziente.

Il grande pasticcio del rapporto medico-paziente

Questa legge stravolge e altera il plurimillenario ruolo del medico, tramutandolo da difensore della vita in un acritico esecutore dei desideri di morte del paziente. Per questo molti medici sono terrorizzati, e vari più propensi ad arrendersi che a lottare ed alcuni temendo guai giridici sono orientati all’abbandono terapeutico. Annotava il filosofo e psichiatra tedesco K. Jaspers: “un medico non è un tecnico, né un salvatore, ma un’esistenza che risponde ad un’altra esistenza…”(1). Ma è eticamente e deontologicamente corretto e accettabile finalizzare un elemento primario della cura, cioè il rapporto medico-paziente, alla semplice firma di un documento enfatizzando la libertà del paziente e riducendo, fino farla scomparire, quella del medico?

La legge sulle DAT intende “riscrivere” l’identikit del medico e il suo rapporto con il malato come affermato da accreditati professionisti, avendo volontariamente tralasciato nell’esporre la relazione tra i due alcuni principi etici essenziali nella buona pratica clinica: dal principio di beneficialità e non maleficialità a quello di fedeltà, dal principio di giustizia a quello della prudenza, dal principio di totalità (o terapeutico) a quello del duplice effetto. Il medico, è descritto in questo testo normativo, come un nemico da difendersi o un violento che condiziona il libero arbitrio del sofferente per il semplice motivo che svolge la sua professione che è quella del curare in “scienza e coscienza”.

Si costringe, inoltre, il sanitario a compiere “azioni illecite”, altrimenti non avrebbe senso l’affermazione riportata al comma 6 del primo articolo: “il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale”. La sottolineatura dell’esenzione del medico “da responsabilità civile o penale”, è una chiara conferma che al medico potrebbero essere richieste prestazioni illecite eticamente.

Due interrogativi.

Quale medico desidera il malato del terzo millennio?

Quando possiamo affermare che un consenso è libero e informato poiché la normativa non offre parametri di riferimento?

 Quale medico desidera il malato del terzo millennio?

Il malato del terzo millennio non ricerca un medico burocrate o meramente esecutore delle sue richieste, ma un professionista “compagno di viaggio” con il quale stipulare un’ ideale “alleanza terapeutica”, che pur valorizzando la sua autonomia fondi la relazione sulla reciproca fiducia in un clima di umana solidarietà che porti a una valutazione condivisa delle varie terapie o anche alla loro sospensione. Quanti malati chiedono al loro medico: “lei cosa farebbe se fosse al mio posto?”. E, nei momenti difficili, le decisioni migliori sono quelle sostenute da un’alleanza terapeutica tra medico, famigliari e paziente.

 Quando un consenso è libero e informato?

Il Consenso informato fu definito dal Comitato Nazionale per la Bioetica, “la legittimazione e il fondamento dell’atto medico e, allo stesso tempo, strumento per realizzare quella ricerca di alleanza terapeutica – nell’ambito delle leggi e dei codici deontologici – e di piena umanizzazione dei rapporti fra medico e paziente cui aspira la società attuale”(2). Dunque, il consenso all’atto medico da parte del paziente, non è primariamente o esclusivamente un problema etico – uno dei tanti che la pratica medica genera – e tanto meno unicamente un aspetto deontologico o giuridico, ma s’inerisce nell’essere della medicina, essendo il “presupposto antropologico” del rapporto fiduciale tra paziente e medico. Quindi, un documento ragguardevole e rilevante, che pone degli interrogativi a cui il testo legislativo non risponde, rischiando di vanificare il suo alto significato valoriale.

Come stilare un consenso informato? Con quale contenuto? In quale modo presentarlo? Che cosa significa “pianificazione condivisa delle cure” (cfr. art. 5)? Come dovrà comportarsi il medico di fronte ad urgenze ed imprevisti non contemplati dal consenso? Tutto ciò non ci è dato sapere. Riprenderemo nuovamente queste tematiche ma una certezza l’abbiamo: una firma posta in calce al consenso non può divenire motivo di una “condanna a morte” come abbiamo visto in precedenza per il signor Smith.

Il documento di consenso, o meglio le informazioni che dovrà contenere, devono rispondere alle attese del sofferente e a ciò che vuole realmente conoscere, ponderando anche la sua condizione psico-emotiva. I sofferenti, inoltre, rappresentano tutte le fasce d’età e di scolarità, non dimenticando le persone immigrate con alle spalle ambienti culturali, sociali e anche religiosi eterogenei. E, allora, come assicurarci che l’informazione sia realmente e totalmente compresa?

Nell’audizione al Senato, “Cittadinanza Attiva”, ha fornito delle fondamentali indicazioni che come molte altre non sono state recepite. Auspichiamo che nel testo del DDL, alla base del consenso informato, o meglio all’origine di questo, non ci sia solo l’informazione che il medico rende alla persona, bensì anche e soprattutto l’informazione che la persona offre al medico, sulle sue aspettative di guarigione, sulle aspettative che la persona vorrebbe realizzare attraverso la prestazione sanitaria. Dopo, e solo dopo, il medico illustra al paziente le possibilità terapeutiche che la scienza e la loro prestazione possono garantire al paziente e alla fine la persona sceglie consapevolmente se accettare o no la prestazione sanitaria”. “Sulla base della nostra esperienza sentiamo forte il bisogno di un’informativa tra il medico e il paziente che non si esaurisca nel consenso, cioè prima che il medico inizi il trattamento sanitario (come se la “firma del consenso” fosse solo un atto burocratico e una liberatoria di responsabilità – oggi purtroppo, a volte, è percepita dalla persona in questo modo), ma che prosegua anche dopo quando tocca al paziente fare i conti con le modificazioni funzionali che la prestazione medica ha provocato o con il fallimento naturale di questa. Proponiamo quindi che all’interno del DDL si prevedano delle misure che diano azione concreta ad un vero e proprio diritto all’informazione dinamico durante tutto il percorso di cura della persona e non soltanto come accade oggi solo prima dell’intervento previsto”. “Spesso i moduli che riproducono il consenso sono incompleti rispetto ad alcune informazioni (alternative terapeutiche, grado di accesso all’innovazione garantito nella struttura…), poco comprensibili e fruibili per la persona, nonché difformi da struttura sanitaria a struttura sanitaria, anche per stesse tipologie di prestazioni. Questi sono realizzati dalle strutture sanitarie, in alcuni casi con la collaborazione delle sole società scientifiche di riferimento. Per questo proponiamo che all’interno del testo del DDL sia previsto espressamente la necessità di maggiore standardizzazione dell’architettura dei documenti che riproducono il consenso”(3).

 Don Gian Maria Comolli

(ottava continua)

 NOTE

(1)K. Jaspers, Il medico nell’età della tecnica, Cortina Editore, Milano 1991, pg. 91.

(2)Comitato Nazionale per la Bioetica, Informazione e consenso all’atto medico, Roma 1999, pg. 12.

(3) Dal Documento prodotto da Cittadinanza Attiva per l’audizione di fronte alla 12° Commissione Igiene e Sanità del Senato, 12 maggio 2017.