SUICIDIO ASSISTITO E EUTANASIA (9)

By 1 novembre 2019Pillole di saggezza

Stiamo esaminando da alcune settimane le “criticità” presenti nella legge delle DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento), legge 219/20172. Proseguiamo la nostra verifica “critica”.

E’ stata “dimenticata volutamnte” l’obiezione di coscienza per l’operatore sanitario

Affermò il Ministro della Salute B. Lorenzin il 21 dicembre 2017 alla Camera dei Deputati nel corso del “Question Time” rispondendo a un’interrogazione del deputato A. Pagano: “Non ignoro che la legge appena approvata non contempla una specifica disciplina in tema di obiezione di coscienza per i medici”.

In un testo obbligante e coercitivo riguardante “il fine vita”, con la possibilità del malato di richiedere la sospensione delle terapie anche salva-vita, è deontologicamente obbligatorio prevedere esplicitamente il “diritto all’obiezione di coscienza”, mentre questa normativa non la contempla nonostante le molteplici richieste di chi fu ascoltato in audizione sia alla Camera sia al Senato. Quindi, non una dimenticanza, ma un vuoto premeditato!

E l’Associazione Luca Coscioni dopo le dichiarazioni della Lorenzin fu molto chiara: “Il ministro Lorenzin deve garantire l’applicazione di una legge di Stato di cui è lei stessa ministro. Il biotestamento non prevede l’obiezione di coscienza. I medici che sceglieranno di andare in questa direzione saranno perseguibili per aver violato la legge” dichiarò il segretario Filomena Gallo.

Un ulteriore problema

L’articolo 4, co. 5 come già evidenziato afferma: “il medico è tenuto al rispetto delle DAT”, quindi anche all’interruzione del trattamento terapeutico ma poi aggiunge: “salvo che queste (cioè le DAT) appaiono incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente”. E, tu pensi, che allora il paziente non possa vantare ogni scusante per esigere l’applicazione delle dichiarazioni anticipate di trattamento, ma ti sbagli perché con la congiunzione “ovvero” il legislatore specifica meglio il concetto: “ovvero, sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento di vita”. Di nuovo ricadiamo nelle ambiguità, poiché le DAT potranno essere disattese certamente di fronte a nuove terapie salvavita ma ad una condizione: solo se queste porteranno ad un “miglioramento di vita”. Dobbiamo quindi interrogarci: che significato ha l’affermazione “miglioramento di vita”? E, “miglioramento di vita”, rispetto a quando o a che cosa?

Ammettiamo che il signor Piero che aveva redatto le DAT è vittima di un incidente stradale e giunga in coma al pronto soccorso. Il medico lo può salvare, ma risvegliandosi dallo stato di coma, il signor Piero per i danni celebrali subiti dovrà trascorrere il resto della vita su una carrozzina, che ovviamente, è una situazione di vita peggiore della precedente. Come dovrà comportarsi il medico non potendo offrire a questo malavventurato un miglioramento dello stato di vita rispetto alla condizione precedente all’incidente?

La decisione dovrà essere presa “in accordo con il fiduciario” (art. 4, co 5) e, se tra i due, persiste un conflitto interverrà il giudice. Ma, anche questo, secondo quali elementi potrà fornire il proprio parere vincolante sul futuro del signor Piero?

Responsabilità sui minori e incapaci

Minori e incapaci

Il tema che riguarda pazienti che potremmo definire “doppiamente fragili” è trattato all’articolo 3, e anche qui, ci dispiace ripeterci, ma costatiamo aspetti poco condivisibili.

Fino all’approvazione della legge le decisioni per questi soggetti erano affidate al rappresentante legale (genitori, tutori, amministratori di sostegno…) ma con una chiara finalità: “salvaguardare il maggiore interesse del minore o dell’incapace”. E, anche il medico, era coinvolto in questa tutela, infatti nel caso in cui per il minore i genitori avessero scelto di non salvare la vita del figlio, esempio non sottoponendolo a una terapia salvavita, il sanitario era tenuto a informare il giudice dei minori che nella maggioranza dei casi imponeva la terapia.

Nel nostro testo, pur rimanendo la tutela a genitori o tutori, il saggio principio della difesa della vita è capovolto come già avviene in Olanda (cfr.: Protocollo di Groningen) e in Belgio nelle decisioni di praticare l’eutanasia ai minori e agli incapaci poiché i genitori o tutori, hanno acquisito in questa normativa un “potere di vita e di morte” su figli e incapaci, anche disattendendo il parere medico che non possiede ormai nessuna importanza. Per la verità, anche qui, si è ricorso all’ambiguità poiché il comma 2 dell’articolo 3 afferma che il consenso da parte dei rappresentati legali deve essere prestato “avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore nel pieno rispetto della sua dignità”. Ma, questo “pieno rispetto della dignità” può essere interpretato sibillinamente, poiché nell’attuale contesto societario “la dignità”, il più delle volte, è associata alla “qualità della vita”, e questa è percepita prevalentemente in termini di beni, d’efficienza e di piacere. Perché rianimare un neonato prematuro o non prematuro con sopravvivenza incerta o certa ma affetto da disabilità, magari down, costretto a vivere da infelice, secondo molti, per tutta la vita? Per alcuni si tutela meglio la loro dignità lasciandoli morire come vedremo inseguito trattando del “best interest” inglese. Anche in questo caso, una cosa è certa: chi decide non è il paziente, e questo dilata ulteriormente interpretazioni errate e arbitri.

Interessante per comprende appieno l’argomento è l’osservazione della “Comunità Papa Giovanni XXIII” fondata da don Oreste Benzi negli anni sessanta del XX secolo, che rivolge la sua opera alle varie forme di disagio sociale. “La normativa all’art.3 ci preoccupa notevolmente in quanto il DDL riconosce a Tutori e rappresentanti legali dei minori e delle persone interdette, amministratori di sostegno un potere decisionale ‘anaffettivo’, in quanto in moltissime situazioni le persone con disabilità gravi e gravissime con cui la nostra Comunità condivide la vita ogni giorno, in modo stabile e continuativo, 24h su 24, hanno tutori che non li hanno mai incontrati. Spessissimo i rappresentanti legali di queste persone in uno stato di fragilità esistenziale grave sono distanti ed estranei alla persona disabile che rappresentano. Si rischierebbe di riconoscere ai tutori e rappresentanti legali il potere di prendere decisioni fondamentali sulla vita di minori e incapaci senza aver mai condiviso con essi neanche un minuto della loro vita!”(1).

 “L’Incapace” non può revocare il consenso

La “logica di morte” presente in vari passaggi della legge, la ritroviamo anche quando si afferma che una persona capace di intendere e volere che ha firmato le DAT ma poi è divenuta “incapace”, non può revocare ciò che ha espresso avendo perduto “l’ autonomia intellettuale”. E, se questa, non ha nominato un fiduciario, secondo l’articolo 4 co. 4 la disposizione firmata molti anni prima, poiché le DAT non hanno scadenza, vincola il medico ad eseguire ciò che il poveraccio, ormai privato di tutti i diritti, aveva disposto.

Ma anche la presenza di un fiduciario non risolve la problematica dato che oltre ai dilemmi che questo deve affrontare, in alcuni casi lo stesso fiduciario potrebbe decidere condizionato da interessi personali o influenzato dal tornaconto dei parenti dell’incapace. In ogni caso al fiduciario è demandata una responsabilità enorme dovendo interpretare il desiderio attuale del suo assistito. Da ciò nasce la necessità che le DAT vadano continuamente attualizzate prevedendo una scadenza temporale, permettendo al firmatario di aggiornare le sue informazioni.

 Nebulosità della registrazione

Anche la stesura delle DAT è alquanto nebulosa.

Si afferma all’articolo 4, co. 6: “Le DAT devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata ovvero per scrittura privata consegnata personalmente dal disponente presso l’ufficio dello stato civile del comune di residenza del disponente medesimo, che provvede all’annotazione in apposito registro, ove istituito, oppure presso le strutture sanitarie, qualora ricorrano i presupposti di cui al comma 7”.

Alcune osservazioni.

Primo. La legge non prevede nessuna presenza quando si redigono le DAT, neppure quella del medico. Ciò significa che possono essere formulate senza possedere adeguate nozioni sui trattamenti sanitari da scegliere e sull’iter terapeutico che si seguirà.

Secondo. L’assenza di testimoni non permette l’accertamento che in quel momento la persona sia lucida e consapevole, potrebbe quindi essere sotto l’effetto di alcol o di stupefacenti, oppure essere condizionata da patologie depressive o psicotiche. Basta andare in comune, all’ufficio anagrafe e dire all’impiegato: “Mi chiamo Pietro Paolo, questa è la mia carta d’identità e queste sono le mie DAT, le conservi come meglio crede”. E l’impiegato, ovviamente senza controllare il contenuto del testo, si accerta unicamente che chi ha firmato le DAT sia effettivamente chi dichiara di essere.

Terzo. Non specificando uno schema di DAT, la persona può scaricare da Web qualsiasi testo anche quelli predisposti scaltramente da associazioni pro-eutanasia.

Dulcis in fundo. A quasi due anni dall’approvazioni della legge le DAT ne sono state depositate circa 45mila di cui 6.714 a Milano, 4.000 a Palermo, 2.715 a Roma.

 Don Gian Maria Comolli

 (nona continua)

NOTE

(1) Audizione presso la Commissione XII del Senato, 9 maggio 2017.