SUICIDIO ASSISTITO e EUTANASIA (13)

By 29 novembre 2019Pillole di saggezza

Il “best interest”

In Gran Bretagna alcuni bimbi gravemente malati sono stati condannati a morte con la scusante di salvaguardare il loro “best interest”, cioè non è nel miglior interesse del bimbo proseguire i trattamenti vitali e accompagnarlo fino alla morte naturale. In altre parole, dei piccoli pazienti con vite “imperfette”, non hanno diritto a vivere nonostante la volontà dei genitori sia opposta; è la rigida applicazione della versione pediatrica del “Liverpool care pathwayfor the dying patient”. Ma questo, è esattamente il medesimo approccio funzionalista adottato dai medici nazisti del programma eutanasico T4, i quali verificavano le condizioni delle persone e poi deliberavano se lasciarli vivere o ucciderli.

Non sappiamo quanti piccoli hanno subito questo atroce trattamento, certamente centinaia. Conosciamo unicamente alcuni casi che hanno attratto l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale e che vogliamo ricordare.

CHARLIE GARD

Nato il 4 agosto 2017, Charlie soffriva di una rarissima malattia genetica, la sindrome da deperimento mitocondriale che indebolisce gli organi vitali e i muscoli fino alla morte, infatti a soli dieci mesi Charlie era supportato nella respirazione da un polmone artificiale. Il suo era un caso disperato; il sedicesimo caso al mondo conosciuto. Ma, i genitori, non si diedero per vinti lo volevano trasferire negli Stati Uniti per sottoporlo a una cura sperimentale, per questo raccolsero 1 milione e 400 mila sterline in donazioni private da tutto il mondo. I medici del Great Ormond Street Hospital di Londra non accettrono questa soluzione. Si avviò un lungo iter giudiziario. Tre tribunali del Regno Unito: l’Alta Corte di Londra, la Corte d’Appello e la Corte Suprema britannica negarono sia l’autorizzazione al trasferimento che la prosecuzione delle cure, non essendoci secondo loro, possibilità di miglioramento per il piccolo. Dello stesso parere fu anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Il caso varcò i confini della Manica, e da Papa Francesco al presidente statunitense Donald Trump, espressero il loro sostegno alla famiglia Gard che non intendeva arrendersi. Tutto inutile. Il 26 luglio 2017, su ordine di un giudice del tribunale londinese in accordo con i medici del Great Ormond Street Hospital, il bambino fu trasferito in un hospice per malati terminali e gli fu staccato il respiratore artificiale. Morì il 27 luglio 2017.

Alcune domande. Perché i medici inglesi proibirono il trasferimento all’estero senza oneri per lo Stato? Perché negarono al professore statunitense Michio Hirano (quello del trattamento sperimentale) e al professor Enrico Bertini, del Bambino Gesù di Roma struttura disponibile a accogliere Charlie, di visitare il piccolo? Perché fu vietato ai genitori di far morire il figlio nella loro abitazione circondato dal loro affetto? Le risposte sono semplici. Perché i medici londinesi avevano stabilito fin dal novembre 2016, appena chiarita la diagnosi, che il “miglior interesse” del bimbo fosse morire.

ISAIAH HAASTRUP

Isaiah, nacque nel febbraio 2017 al King’s College Hospital di Londra ma subì danni cerebrali catastrofici alla nascita per la privazione di ossigeno perciò fu immdiatamente intubato. Dopo undici mesi dalla nascita, Alistair MacDonald, giudice del tribunale per i minori dell’Alta Corte di Londra, acconsentì alla richiesta dell’ospedale di uccidere il piccolo poiché non era “nel migliore interesse del paziente continuare l’accanimento terapeutico per tenerlo in vita”. Eppure, i genitori del piccolo, hanno dichiarato: “Quando gli parliamo lui ci risponde lentamente aprendo un occhio. Riconosce la nostra voce. E non spetta comunque ai medici o a un giudice decidere se la sua qualità di vita è così bassa da non essere degna di essere vissuta”. Fu ucciso il 7 marzo 2018 sospendendogli la ventilazione dopo una agonia durata sette/otto ore. La motivazione della condanna? Essere nato mediante un parto difficilissimo durante il quale subì, secondo i medici, danni irreversibile al cervello.

ALFIE EVANS

Nacque il 9 maggio 2016 e nel dicembre dello stesso fu attaccato a un respiratore artificiale. Nonostante fosse nato perfettamente sano, i genitori avevano chiesto aiuto ai medici a causa di alcuni suoi movimenti sospetti, ma per questi si trattava unicamente di un lieve ritardo nello sviluppo. Nel dicembre 2016 Alfie contrasse un’infezione toracica che gli causò violente convulsioni, e da quel momento fu attaccato ai permanentemente ai supporti vitali artificiali presso l’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool. Con questi supporti riprese la respirazione autonomamente ma un’altra infezione, seguita da ulteriori convulsioni, lo costrinsero nuovamente alla respirazione artificiale. Nel dicembre 2017, i medici dell’Alder Hey Children’s Hospital, non erano giunti a una diagnosi ma unicamente a delle supposizioni. Rifiutarono la richiesta dei genitori di trasferire il piccolo all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, poichè, secondo loro, l’unica via percorribile era l’interruzione della ventilazione artificiale che lo avrebbe portato in breve tempo alla morte. Il 20 febbraio 2018 un giudice dell’Alta Corte di Giustizia raccogliendo le indicazione dei medici dell’Alder Hey Children’s Hospital emise una sentenza che autorizzava l’interruzione della respirazione artificiale. Kate James e Tom Evans, genitori di Alfie, si appellarono alla Corte Suprema Britannica per contrastare la sentenza dell’Alta Corte, ma la loro richiesta fu respinta il 20 marzo 2018. Per la Corte Suprema una cura medica attiva non era nel “migliore interesse di Alfie”. Il 18 aprile, papa Francesco dopo aver ricevuto Tom Evans, nel corso dell’Udienza Generale, rivolse un commovente appello a favore di Alfie. E, nuovamente, l’ ospedale Bambino Gesù di Roma e l’Istituto neurologico C. Besta di Milano manifestano la loro disponibilità ad accogliere Alfie per diagnosticare la patologia. Ma, la sentenza, oramai era definitiva: il 23 aprile si doveva sospendere la ventilazione, l’idratazione e l’alimentazione. A nulla servì neppure la “cittadinanza italiana” concessa dal nostro Governo per facilitare il trasferimento di Alfie in Italia. Alle 22.30 del 23 aprile, iniziò l’esecuzione della condanna a morte di Alfie, ma, il piccolo, continuò a respirare! Panico generale nei medici che dopo nove ore gli applicarono la mascherina dell’ossigeno e dopo quindici ripresero l’ idratazione. I genitori non si arresero e presentano nuovi ricorsi per ottenere il trasferimento del piccolo a Roma. Tutti respinti; Alfie non potrà lasciare il Regno Unito! Il protocollo di morte fu ripreso, e il 28 aprile il piccolo morì. Affermò l’avvocato Filippo Martini che tenne i rapporti tra la famiglia Evans e gli ospedali italiani: “È incredibile come in questa vicenda manchi ancora la diagnosi del bambino. Sì. Reputo che i genitori abbiano tutto il diritto di conoscere una oggettiva diagnosi prima che venga adottato ogni provvedimento coercitivo nei riguardi di loro figlio. Chiunque capisce che almeno una diagnosi certa, cioè il motivo per cui il piccolo Alfie deve essere condannato a morte, è qualcosa che i genitori devono assolutamente conoscere. Anzi, che il mondo deve conoscere! Mi lasci dire che sarebbe stato deontologicamente doveroso un confronto o almeno una risposta rispetto alle disponibilità mostrate da parte del Bambino Gesù e del Besta, due ospedali che si sono esplicitamente esposti ed offerti in tal senso. I medici italiani che ho sentito telefonicamente ieri mattina erano molto stupiti di ciò, e non si capacitavano del perché da Liverpool non pervenisse nemmeno una riposta, fosse anche un ‘no’, ma almeno motivato” (1).

I casi esaminati posseggono una caratteristica comune: lo Stato sostituendosi alla volontà della famiglia, senza indietreggiare neppure di fronte a richieste che lo solleverebbero di qualsiasi responsabilità, ha violato pesantemente i diritti più elementari. Ha calpestato con Charlie, Isaiah e Alfie la volontà di mamme e di papà, esautorati nel loro ruolo genitoriale di cura e di accudimento. A questi bambini e ai loro genitori fu negata la possibilità di autodeterminazione e ritenuti “proprietà” di uno Stato che ha deciso per loro. Un potere immenso che ricorda quello ancora vigente in alcuni regimi totalitari dalla Cina alla Corea del Nord; un potere che svergogna e disonora una Nazione che si presenta come la madre della liberal-democrazia. 

Don Gian Maria Comolli

(tredici fine)

NOTE

(1) V. Pece, Alfie: “L’ospedale di Liverpool ha bluffato in modo plateale”, Tempi.it., 12 aprile 2018.