QUALITA’, DIGNITA’ E SACRALITA’ DELLA VITA: “PADRE NON E’ BELLA LA MIA VOCAZIONE?”

By 15 febbraio 2020Pillole di saggezza

 Mi ha scritto Silvia.

Ho 26 anni, abito a Milano, e da poco tempo sono medico. Terminato il liceo classico mi sono iscritta alla facoltà di medicina più per motivi opportunistici e speculativi che valoriali. Poi, man mano che praticavo il tirocinio, che mi portò a contatto con la sofferenza reale, mi sono «innamorata» dei miei pazienti, ed ora per loro faccio il possibile e anche l’impossibile, ma poi, ad un certo punto, mi devo arrendere. Sono cristiana ma non praticante. Quello che non approvo della Chiesa è l’ insistenza sulla «dignità della vita» anche quando è totalmente priva di qualità e direi di senso. E’ questa un’esperienza che vivo quotidianamente operando in un reparto di malattie celebro-vascolari dove stò specializzandomi. Le racconto una situazione che nel corso degli studi mi ha segnata profondamente e mi ha suscitato alcuni interrogativi esistenziali per ora senza risposte. Al secondo anno di medicina ho scelto un Corso Elettivo (quelli facoltativi) dal titolo «Il Volontariato Socio-Sanitario» che mi ha permesso di accostare alcune tipologie di malati. Era la prima volta, e mi ricordo perfettamente il trauma che ho subito incontrando in un istituto di riabilitazione psichiatrica persone di venti, trenta, quarant’anni e più che affetti da ritardo mentale, parlavano ed agivano il più delle volte da bambini. E mi sono chiesta se la loro fosse un’accettabile «vita di qualità». Silvia.

 Conosco il Corso Elettivo citato da Silvia avendo collaborato per alcuni anni all’attuazione, in collaborazione con la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano. Ricordo la nostra preoccupazione affinché il Corso fosse ricco di significati per gli studenti, non unicamente a livello teorico ma anche professionale ed esistenziale. Perciò, con le lezioni,  programmammo il tirocinio molto apprezzato e attuato presso associazioni di volontariato o enti socio-assistenziali. Mi fa piacere che una visita a sofferenti psichiatrici suscitò in Silvia l’interrogativo sulla «qualità della vita» a cui tenterò, non di rispondere, ma di offrire dei suggerimenti, memore dell’insegnamento di C. Bo, famoso critico letterario italiano, che affermò: «non c’è una letteratura delle sofferenze, ci sono solo dei gridi». E i «gridi», non si spiegano, ma si ascoltano.

Silvia si chiede: Io da medico devo salvaguardare la qualità o la dignità dell’esistenza dei miei pazienti? Nella nostra società che tende principalmente alla «qualità» a scapito della «dignità», dove molti agiscono pavlovianemente indotti dai massmedia, la mia risposta è che dobbiamo proteggere entrambi. Qualità, dignità, ed aggiungo sacralità, vanno intersecarsi, essendo l’uomo un essere unitario.

La dicitura qualità della vita è d’uso comune; coinvolge la sfera societaria e personale,   estendendosi dalla salute al desiderio di autodeterminazione. Indicativa è l’irrealistica definizione di salute proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OSM): «Stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, e non solo assenza di malattia e di infermità», cui fa seguito un’ambigua concretizzazione: «Lo stato di benessere fisico e mentale è necessario per vivere una vita piacevole, produttiva e ricca di significato». E’ opportuno sottolineare, superando l’utopia, che nessuno  realizzerà contemporaneamente i vari «benesseri» indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quindi, pochi, se assumessimo come riferimento esistenziale la formula proposta, concretizzerebbero una vita piacevole, produttiva e ricca di significati. La «qualità della vita» percepita unicamente in termini di beni, d’efficienza e di piacere diverge notevolmente dall’idea cristiana di «dignità e sacralità della vita», perché chi non consegue per la fragilità un livello minimale o affronta situazioni di completa compromissione, senza opportunità di recupero, smarrirebbe il significato dell’esistenza. Di conseguenza, come reputare gli handicappati gravi o mentali, gli affetti da alzheimer, i malati terminali o in stato vegetativo persistente?

Decantare la qualità della vita equivale a valorizzare unicamente la porzione di esistenza riferibile alla materialità, tralasciando le dimensioni percepibili dai sensi (relazioni affettive, amore, amicizia, mutualità e solidarietà) e l’aspetto spirituale. E’ irrinunciabile identificare parametri alternativi per dimostrare che ogni vita, anche se oppressa dalla sofferenza, può ottenere una rilevante ed accettabile qualità. Questa coincide con l’adattamento alle limitazioni esistenziali, con l’accoglienza positiva delle trasformazioni che una patologia comporta, con il significato attribuito a quel periodo dell’esistenza. L’errore odierno consiste nel coniugare i parametri di qualità con il concetto di salute, scordando che la malattia, la disabilità e le difficoltà sono parti costitutive del Dna di ogni persona. E nonostante gli sforzi dell’uomo, sarà irrealizzabile debellare totalmente la fragilità e sconfiggere la morte. E’ opportuno, quindi, riappropriarsi della cultura della malattia per procurare  senso al soffrire e valore di esperienza pienamente umana al morire. L’esasperazione del concetto di salute sta diffondendo, subdolamente, un clima culturale di morte, oltre un messaggio ambiguo: le condizioni di terminalità o di fragilità grave ed invalidante non sono conciliabili con un’esistenza degna di essere vissuta.

Quella proposta, è la semplice teoria di un sano, o corrisponde all’esperienza di alcuni sofferenti? E’ la testimonianza san Giovanni Paolo II che ha trascorso lunghi periodi di dolore fisico, e ha denominato i sofferenti «tesori» per la Chiesa e per l’umanità. E’ la voce di molti malati che incontro da cappellano ospedaliero. E’ l’esperienza del cardinale A. Comastri, già arcivescovo di Loreto, che ci offre una testimonianza più significativa di mille ragionamenti. «Una sera al termine della preghiera nella basilica di Loreto, piena di malati, mi avvicino ad una culletta sostenuta dalle braccia robuste di un barelliere, ma dentro non vedo un bambino bensì una donna adulta: un piccolissimo corpo (58 centimetri) con un volto splendidamente sorridente. Tendo la mano per salutare, ma l’ammalata con gentilezza mi risponde: “Padre non posso dar­le la mano, perché potrebbe frantumarmi le dita: io soffro di osteogenesi im­perfetta e le mie ossa sono fragilissime. Voglia scusarmi”. Ovviamente non c’e­ra nulla da scusare, ma rimasi affascinato dalla serenità e dalla dolcezza del­l’ ammalata e volevo sapere qualcosa in più della sua vita. Mi prevenne e mi disse: “Padre, sotto il cuscino della mia culletta c’è un piccolo diario è la mia storia. Se ha tempo, può leggerla”.  Presi i fogli lessi il titolo: “Felice di vivere”. Io la riguardai e domandai: “Perché sei felice di vivere? Puoi anticiparmi qual­cosa di quello che hai scritto?”. L’ammalata mi disse: “Padre, lei vede le mie condizioni, ma la cosa più triste è la mia storia! Potrei intitolarla così: abban­dono! Eppure sono felice, perché ho capito qual è la mia vocazione. Sì, la mia vocazione! Io, per un disegno d’amore del Signore, esisto per gridare a chi ha il dono della salute: ‘Non avete diritto di tenerla per voi, la dovete donare a chi non ce l’ha, altrimenti la salute marcirà nell’egoismo e non vi darà la felicità’. Io esisto per gridare a coloro che si annoiano: ‘Le ore in cui voi vi annoiate mancano a qualcuno che ha bisogno di affetto, di cure, di premure, di compagnia; se non regalerete quelle ore, esse marciranno e non vi daranno felicità’. Io esisto per gridare a coloro che vivono di notte e corrono da una discoteca all’altra: ‘Quelle notti, sappiatelo, mancano drammaticamente, mancano a tanti amma­lati, a tanti anziani, a tante persone sole che aspettano una mano che asciughi una lacrima: quelle lacrime mancano anche a voi, perché esse sono il seme della gioia vera! Se non cambierete vita, non sarete mai felici!’. Io guardavo questa ammalata e non osavo commentare e fu lei che aggiunse: “Padre, non bella la mia vocazione?”» (dalla relazione: Il malato e il giorno del Signore – Chianciano Terme, 22 giugno 2004). L’orgoglio di affermare: «Padre non è bella la mia vocazione?», racchiude l’esperienza di  colei che ha conseguito una degna qualità di vita, convivendo con le proprie limitazioni.

Don Gian Maria Comolli