ENCICLICA ” LAUDATO SI’ ” (2) – Cap. 1 Quello che sta accadendo nella nostra casa (nn. 17-61)

By 30 Maggio 2020Pillole di saggezza

CAPITOLO 1 – QUELLO CHE STA ACCADENDO NELLA NOSTRA CASA (nn. 17-61)

Introduzione (nn.17-20)

Il Papa, nell’introduzione al capitolo, afferma che tratterrà gli aspetti più urgenti e preoccupanti della crisi ecologica, il cui impatto ricade prevalentemente sui più poveri. Non si scaglia in generale contro i “cambiamenti” nei vari settori societari, anzi: “…il cambiamento è qualcosa di auspicabile, ma diventa preoccupante quando si muta in deterioramento del mondo e della qualità della vita di gran parte dell’umanità”(18). E infine puntualizza che “…l’obiettivo (di questa prima parte) non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare” (19) per un miglioramento globale.

Inquinamento e cambiamenti climatici (nn. 20-26)

Il Papa intraprende l’analisi della situazione attuale con un’affermazione lapidaria: “dal nostro comportamento irresponsabile”, “la terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia” (21) per questo “protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei” (21).

Nella disamina, il pontefice, mostra “le criticità” dell’inquinamento dovuti al divario fra i tempi rapidi della tecnologia e quelli tardivi della biologia. Ciò provoca i cambiamenti climatici che hanno, a volte, conseguenze devastanti, ma contemporaneamente non scorda il diffondersi della “cultura dello scarto”, che “colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura” (22).

Inoltre, il deterioramento del “clima” che il Papa definisce “un bene comune, di tutti e per tutti” (23), contribuisce alla desertificazione di regioni, e ciò accresce le miserie, le morti e le “migrazioni dei popoli” a cui l’enciclica dedica il numero 25.  “Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento (…). È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa”. Ma “la mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile” (25). E, questo immenso “debito ecologico” e di “giustizia globale” è ignorato quando chiudiamo le nostre frontiere a chi giunge da noi poiché gli abbiamo bruciando la casa.

Come ridurre i disperati viaggi di speranza cui assistiamo ogni giorno? “Per risolvere il problema del degrado ambientale (una delle cause delle migrazioni), va cambiato il cuore dell’uomo e il suo comportamento, non tanto gli strumenti tecnologici. L’uomo va portato a rispettare la creazione, e il primo passo è cominciare a rispettare la natura umana” (26).

L’acqua (nn. 27-31)

Un problema nel problema è la gestione dell’acqua: “un diritto umano essenziale”.

 L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici”(28). Mentre “la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità” (30).

Perdita di biodiversità (nn. 32-42)

Dobbiamo recuperata la tutela della biodiversità poiché “ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre” (33). E la “stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto” (33).

A questo punto, papa Francesco, fa un primo accenno al mercato e all’impresa, preziosi alleati del bene comune, se rimangono unicamente una dimensione della vita sociale. La pericolosità sorge
quando l’intervento umano si pone a servizio della finanza e del consumismo e “fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia”.
Riguardo al mercato, il Papa, suggerisce tre considerazioni: rievoca la sua vocazione di reciprocità; condanna l’ efficienza quando è valutata unicamente da una prospettiva tecnica reputandola eticamente neutra; suggerisce il “mutuo vantaggio” come legge primaria anche per il mercato.  Ricorda, inoltre, “gli obblighi di potere”, cioè gli obblighi morali irrinunciabili per noi e per le future generazioni. Un esempio: lasciare le foreste in eredità alle nuove generazioni è un obbligo morale nei loro confronti.

 Deterioramento della qualità della vita umana e degradazione sociale (nn. 43-47)

In questo paragrafo, papa Francesco, sollecita i responsabili mondiali  a ponderare le conseguenze del “cambiamento globale” che generano “l’esclusione sociale, l’aumento della violenza, il consumo crescente di droghe, la perdita di identità” (46). “Queste situazioni provocano i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta” (47).

 Iniquità planetaria (nn.48-52)

Nel capoverso, il Papa, riprende a riflettere sul “debito ecologico”, “soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi” (51). Il 10% dell’umanità ha costruito il proprio benessere scaricando i costi “sull’atmosfera di tutti”. L’imperativo che ne consegue è categorico: “È necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile” (n. 52).

L’enciclica spiega, poi, un argomento oggi assai dibattuto; quello demografico. La quantità della popolazione umana mondiale non è la radice della drammatica situazione ambientale; per questo apostrofa chi “invece di risolvere i problemi dei poveri e pensare a un mondo diverso, si limita a proporre una riduzione della natalità” (50). Si riferisce quindi al “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa” che afferma: “se è vero che l’ineguale distribuzione della popolazione e delle risorse disponibili crea ostacoli allo sviluppo e ad un uso sostenibile dell’ambiente, va riconosciuto che la crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale” (n.483). E conclude: “Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi” (50).

La debolezza delle reazioni (nn. 53-59)

Anche le relazioni tra i popoli sono “deboli”; questo è l’emblema di “un certo intorpidimento e di una spensierata irresponsabilità” (59).

Nuovamente è denunciata la sopravvalutazione del mercato tramutato da “mezzo” a “fine” con tutte le conseguenze negative derivanti. E nel “mercato” “ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti” (54).

E’ assente, secondo il Papa, “la cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future” (53). Perciò “si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di  potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia” (53).

Dopo aver segnalato la debolezza delle reazioni politiche internazionali, il Papa, chiede a tutti la disponibilità a modificare gli stili di vita, la produzione e il consumo (cfr. 59).

 Diversità di opinioni (nn. 60-61)

Il capitolo termina con un messaggio di speranza che non intende negare le difficoltà:  “La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi” (61).

Don Gian Maria Comolli

(seconda continua)