ENCICLICA ” LAUDATO SI’ ” (3) – Cap. 2 Il Vangelo della creazione (nn. 62-100)

CAPITOLO II –  IL VANGELO DELLA CREAZIONE (nn. 62-100)

Introduzione

Questo capitolo con il sesto presentano alcuni principi di riferimento essenziali per affrontare appropriatamente i complessi problemi ecologici ed antropologici che affliggono la terra accennati precedentemente.  Il Papa si pone anche un interrogativo rilevante per il “dialogo”: “Perché inserire in questo documento, rivolto a tutte le persone di buona volontà, un capitolo riferito alle convinzioni di fede?” (62). Papa Francesco è  convinto che nel dialogo multiculturale tra l’etica cristiana, la ricerca scientifica e le responsabilità politiche attorno alla “cura della casa comune”, gli insegnamenti delle Sacre Scritture e la Dottrina Sociale della Chiesa possono far si che le molteplici decisioni che dovranno essere adottate siano sempre a beneficio dell’uomo.

La luce che la fede offre (63-64)

In questi due paragrafi, il Papa, ritorna al pensiero espresso nel numero 62 affermando che “ le convinzioni di fede offrano ai cristiani, e in parte anche ad altri credenti, motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili”. (64). Cita san Giovanni Paolo II: “i cristiani, in particolare, avvertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede (1 gennaio 1990)” (64). E conclude: “Pertanto, è un bene per l’umanità e per il mondo che noi credenti riconosciamo meglio gli impegni ecologici che scaturiscono dalle nostre convinzioni (64). E’ interessante notare lo stile di deferenza, di stima e di rispetto nei confronti di tutti (cfr.: 63).

 La sapienza dei racconti biblici (65-75)

I problemi evidenziati nel primo capitolo sono ora letti con lo sguardo costante alla Sacra Scrittura, rileggendo i racconti biblici della creazione, il  libro dei Salmi “che invitano con frequenza l’essere umano a lodare Dio creatore” (72) e gli ammonimenti dei profeti che “invitano a ritrovare la forza nei momenti difficili contemplando il Dio potente che ha creato l’universo”(73).

Ma “la peculiarità” è accordata al racconto della creazione.

1.Per riflettere sul rapporto tra l’essere umano “creato per amore, fatto ad immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen. 1,26)” (65) e le altre creature, e sul fatto  che il peccato abbia lacerato l’equilibrio dell’intera la creazione. “L’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi dal peccato” (66).

2. La “tremenda responsabilità” (66) dell’uomo nei confronti del creato. La terra è un dono, non una proprietà, ci è stata consegnata per amministrarla, non per distruggerla. Di conseguenza dobbiamo “leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a ‘coltivare e custodire’ il giardino del mondo (cfr. Gen. 2,15). Mentre ‘coltivare’ significa arare o lavorare un terreno, ‘custodire’ vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura” (67); esclude pertanto ogni “antropocentrismo dispotico che non s’interessi delle altre creature” (68). E qui, il Papa, chiarisce che  “la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono completamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in sé stesse e noi potessimo disporne a piacimento” (68). Riferendosi ad un documento dei Vescovi della Germania*, l’enciclica afferma che “si potrebbe parlare della priorità dell’essere rispetto all’essere utili” (68).

3.Riferendosi alla “legge dello Shabbat” (festa del riposo) e spiegandone brevemente il percorso storico, papa Francesco, nel paragrafo 71, afferma che “lo sviluppo di questa legislazione ha cercato di assicurare l’equilibrio e l’equità nelle relazioni dell’essere umano con gli altri e con la terra dove viveva e lavorava. Ma, allo stesso tempo, era un riconoscimento del fatto che il dono della terra con i suoi frutti appartiene a tutto il popolo. Quelli che coltivavano e custodivano il territorio dovevano condividerne i frutti, in particolare con i poveri, le vedove, gli orfani e gli stranieri” (71). Era la consapevolezza della “destinazione comune dei beni”.

Questa è la conclusione dell’enciclica: “Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre potenze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite”. (75).

Il mistero dell’universo (76-83)

L’enciclica, trattando del “mistero dell’universo” spiega che per la tradizione giudaico-cristiana la “creazione” è più della “natura” poiché è direttamente connessa con il “progetto dell’amore di Dio dove ogni creatura ha un valore e un significato” (76) dal momento che “l’universo non è sorto come risultato di un’onnipotenza arbitraria, di una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione: la creazione appartiene all’ordine dell’amore. L’amore di Dio è la ragione fondamentale di tutto il creato” (77).

In questa ottica l’uomo, dotato d’ intelligenza, d’ identità personale e di libertà, caratteristiche che possono contribuire al suo sviluppo o al suo degrado, è responsabile del creato consegnato al suo governo.

Il messaggio di ogni creatura nell’armonia di tutto il creato (84-88)

Nell’armonia del creato: “ogni creatura ha una funzione e nessuna è superflua” (84) e tutto l’universo è “carezza di Dio” (84), cioè frutto inesauribile della sua sollecitudine  e  luogo della sua presenza; quindi ci sollecita all’adorazione.  E il Papa ci invita a ritornare a quei luoghi che ci fanno percepire il mistero. “Chi è cresciuto tra i monti, o chi  da bambino sedeva accanto al ruscello per bere, o chi giocava in una piazza del suo quartiere, quando ritorna in quei luoghi si sente chiamato a recuperare la propria identità” (84).

E per sottolineare maggiormente l’idea fa riferimento ad un detto di san Giovanni Paolo II e  di Paul Ricœur. “Possiamo dire che accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è , quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte” (Giovanni Paolo II, 2 agosto 2000) (85). “Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo” (Paul Ricoeur**) (85).

Una comunione universale (89-92)

L’importanza della comunione universale, poiché “creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile” (89). Partendo dal principio che l’uomo non può e non deve reputarsi “padrone dell’universo”, papa Francesco chiarisce che questo “non significa equiparare tutti gli esseri viventi e toglier[gli] quel valore peculiare” (89) che lo caratterizza; e “nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità” (90).
Inoltre, ammonisce il Papa, “non può essere autentico un sentimento  di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani”(91).

 La destinazione comune dei beni (93-95)

I “frutti” della terra devono essere condivisi da tutti gli uomini. In questa affermazione è racchiuso il contenuto dei paragrafi 93-95. “Di conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati” (93). L’enciclica,  successivamente, accenna alla “proprietà privata” chiarendo, che “il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una ‘regola d’oro’ del comportamento sociale,  il ‘primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale’ (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, n. 19)(93). Qual’è la posizione della Chiesa nei riguardi della “proprietà privata”. L’enciclica risponde citando un discorso tenuto da san Giovanni Paolo II ai campesinos del Messico nel 1979: “la Chiesa difende sì il legittimo diritto alla proprietà privata, ma insegna anche con non minor chiarezza che su ogni proprietà privata grava sempre un’ipoteca sociale, perché i beni servano alla destinazione generale che Dio ha loro dato” (93).

Lo sguardo di Gesù (96-100)

Nei paragrafi conclusivi del secondo capitolo, il Papa, invita a guardare al Signore Gesù che esortava “a riconoscere la relazione paterna che Dio ha con tutte le creature” (96) e “viveva una piena armonia con la creazione” (98), senza disdegnare le realtà materiali. “Il destino dell’intera creazione, afferma papa Francesco, passa attraverso il mistero di Cristo, che è presente fin dall’ origine” (99) e che, alla fine dei tempi, consegnerà tutto al Padre. “In tal modo, le creature di questo mondo non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza” (100).

Don Gian Maria Comolli

(Terzo continua)

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*Zukunft der Schöpfung – Zukunft der Menschheit. Erklärung der Deutschen Bischofskonferenzzu Fragen der Umwelt und der Energieversorgung (1980), II, 2.

** Philosophie de la volonté. Finitude et Culpabilité,  Paris 2009, 216 (trad. it.: Finitudine e colpa, Bologna, 1970, 258).