ENCICLICA ” LAUDATO SI’ ” (4) – Cap. 3 La radice umana della crisi economia (101-136)

By 13 Giugno 2020Pillole di saggezza

CAPITOLO 3 – LA RADICE UMANA DELLA CRISI ECONOMICA  (101-136)

Il terzo capitolo dell’Enciclica è diviso in tre parti:

-La tecnologia: creatività e potere (102-105);

-La globalizzazione del paradigma tecnocratico (106-114);

-Crisi e conseguenze dell’antropocentrismo moderno (115-136);

ed esamina la “radice umana” della crisi ecologica, concentrandosi sul “paradigma tecnocratico dominante”.

 La tecnologia: creatività e potere (102-105)

Il Papa inizia il capitolo analizzando le radici umane della crisi ecologica per comprendere  non unicamente i sintomi ma soprattutto le cause più profonde. Punta l’attenzione sulla tecnologia alla quale mostra gratitudine  per “l’apporto al miglioramento delle condizioni di vita”(102), ma contemporaneamente, rammenta che questa fornisce “a chi  detiene la conoscenza e soprattutto il potere economico un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero” (104). E come esempi evidenzia l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica e la conoscenza del nostro DNA… Per il Papa è “terribilmente rischioso che questo potere “risieda in una piccola parte dell’umanità” (104) poichè “l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza, dato che l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza(105). Queste mancanze potrebbero distruggere la natura e sfruttare le persone e le popolazioni più deboli.

La globalizzazione del paradigma tecnocratico (106-114)

L’enorme crescita della tecnologica, insufficiente di responsabilità e di valori, ha portato avanti, come accennato lo sfruttamento poiché:  “ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti”(106).

Si è scordato che Dio collocò l’uomo nel “giardino terrestre” come guardiano e custode della creazione e producesse frutti con la sua attività lavorativa, ma il suo intervento doveva favorire “il prudente sviluppo del creato essendo questo il modo più adeguato di prendersene cura, dato che implica il porsi come strumento di Dio per aiutare a far emergere le potenzialità che Egli stesso ha inscritto nelle cose” (107).

Affinchè  “questo giardino” generi benefici permanenti sono fondamentali: un dialogo tra tutti i popoli onesto e trasparente permettendo a ciascuno di fare udire la propria voce; la condivisione delle articolate informazioni disponibili; l’integrazione tra le diverse “prospettive” (scientifiche, tecniche, economiche, sociali, etiche e religiose). In una “ecologia integrale” nessuna “prospettiva” può primeggiare o imporsi sulle altre, poiché diversamente si trasforma in tecnocrazia, cioè in un palese sovvertimento della natura umana colpendo “la vita umana e la società in tutte le loro dimensioni”(107).

Al numero 109, il Papa porta come esempio il circolo vizioso che seguendo la logica della tecnocrazia, hanno assunto la finanza e l’economia. Riportiamo interamente il paragrafo essendo assai eloquente. “La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato. Non è una questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’economia. Coloro che non lo affermano con le parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente e dei diritti delle generazioni future. Con il loro comportamento affermano che l’obiettivo della massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale”. Ciò è disastroso per l’uomo: “La vita diventa un abbandonarsi alle circostanze condizionate dalla tecnica, intesa come la principale risorsa per interpretare l’esistenza. Nella realtà concreta che ci interpella, appaiono diversi sintomi che mostrano l’errore, come il degrado ambientale, l’ansia, la perdita del senso della vita e del vivere insieme. Si dimostra così ancora una volta che (si cita l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium n. 131) ‘la realtà è superiore all’idea’ “ (110).

 Crisi e conseguenze dell’antropocentrismo moderno (115-136)

Il paragrafo è diviso a sua volta in tre parti: Il relativismo pratico; La necessità di difendere il lavoro; L’innovazione biologica a partire dalla ricerca.

Il Papa introducendo questa terza parte si domanda come l’umanità sia giunta a questa drammatica situazione. La risposta: non rispettando l’ambiente naturale anzi rendendolo un immondezzaio e disinteressandosi dei Paesi più poveri che maggiormente vivono le conseguenze del degrado ambientale.

La causa è un  “un eccesso di antropocentrismo” (116),  “una posizione autoreferenziale, centrata esclusivamente su di sé e sul proprio potere” (116) che l’uomo moderno ha assunto nei confronti dell’ambiente e degli altri individui. E’ stato stralciato  “ogni riferimento a qualcosa di comune e rimosso ogni tentativo di rafforzare i legami sociali” (116); di conseguenza, la “cultura dello scarto” sia ambientale che umano, sono più che giustificati. E’ questo un relativismo pratico che insegue gli interessi contingenti, trascurando le prospettive di lungo termine. E’ “il sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato  l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile” (116).

Francesco, accenna poi alla tecnologia, esaltando nuovamente da una parte la creatività del genio umano nell’escogitare “supporti al lavoro” ma contemporaneamente condanna  che questi rimpiazzano l’attività umana. Infine, denuncia pesantemente, la contraddizione di chi si dà da fare nell’accudire l’ambiente ma favorevole all’aborto: “non è compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto. Non appare praticabile un cammino educativo che non dà protezione a un embrione umano” (120).

Ecco il suo parere di fronte  all’avanzare del paradigma tecnocratico: “non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali (…).
Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma all’avanzare del paradigma tecnocratico” (111).

Il testo prosegue con tre riflessioni.

1.Il relativismo pratico (122-123).

Quando l’uomo,  elimina Dio dalla storia e  “pone sé stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti, e tutto il resto diventa relativo” (122); “tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati” (121) e  scompaiono le “verità oggettive e i principi stabili che sono fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate” (123). Le conseguenze sono dolorose poiché, afferma papa Francesco, “la cultura del relativismo è la stessa patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducendola in schiavitù a causa di un debito. È la stessa logica che porta a sfruttare sessualmente i bambini, o ad abbandonare gli anziani che non servono ai propri interessi. È anche la logica interna di chi afferma: ‘lasciamo che le forze invisibili del mercato regolino l’economia, perché i loro effetti sulla società e sulla natura sono danni inevitabili’ ” (122).

2.La necessità di difendere il lavoro (124-129).

Il lavoro può innalzare o distruggere la dignità della persona e salvaguardare o deteriorare la natura. Il Papa, ben comprende la nobiltà del lavoro definito anche “l’altare dell’uomo”, per questa ragione rivolge il suo pensiero ai disoccupati e a chi è privo di fonti di guadagno. E, pur essendo meritevole aiutare i disoccupati offrendo del denaro, questo “dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze” (128) ma non l’obiettivo delle società che “dovrebbe sempre essere quello di consentire loro (all’uomo) una vita degna mediante il lavoro” (128). Nel programmare politiche lavorative il criterio economico non deve essere né l’unico, né il più importante.

3.L’innovazione biologica a partire dalla ricerca (130-136).

Un’altra incoerenza che Francesco denuncia nell’ “ecologismo contemporaneo” è il fatto, già brevemente accennato in precedenza e qui approfondito, che molti sostengono le tecniche di sperimentazione sugli embrioni umani. Si ha l’impressione di un maggiore impegno nella difesa  degli animali, ad esempio nel campo sperimentale, che nei confronti della vita umana. A proposito di sperimentazione sugli animali, oggetto spesso di polemiche, il Papa, riferendosi al Catechismo della Chiesa Cattolica, è molto chiaro: “le sperimentazioni sugli animali sono legittime solo se si mantengono in limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o a salvare vite umane (CCC 2417). Per quanto riguarda la vita umana “è preoccupante il fatto che alcuni movimenti ecologisti difendano l’integrità dell’ambiente, e con ragione reclamino dei limiti alla ricerca scientifica, mentre a volte non applicano questi medesimi principi alla vita umana. Spesso si giustifica che si oltrepassino tutti i limiti quando si fanno esperimenti con embrioni umani vivi. Si dimentica che il valore inalienabile di un essere umano va molto oltre il grado del suo sviluppo. Ugualmente, quando la tecnica non riconosce i grandi principi etici, finisce per considerare legittima qualsiasi pratica” (136).

L’ultimo argomento trattato riguarda l’impiego degli “organismi geneticamente modificabili” (OGM).
E’ un tema sensibile e controverso, per questo il Papa non prende una posizione ma si limita ad un’analisi, spiegando che gli OGM devono seguire un approfondimento eterogeneo a secondo dei vari settori; le modificazioni genetiche in agricoltura assumono  un rilievo differente da quelle impiegate per fini terapeutici.

Il Papa, però, non risparmia una critica al fenomeno della “Land grab” (rapina grab della terra land). E’ il nuovo feudalesimo dei Paesi ricchi e delle multinazionali che acquistano o affittano ampi appezzamenti di terra in Africa, Asia e in America latina, utilizzandoli per l’allevamento, il pascolo e la produzione agricola o per la coltivazione di piante destinate alla produzione dei bio-carburanti (cfr. n. 134). E molti lavoratori hanno dovuto per migrare vivendo ora nella schiavitù o nella più assoluta povertà.

Il consiglio: “E’ necessario disporre di luoghi di dibattito in cui tutti quelli che in qualche modo si potrebbero vedere direttamente o indirettamente coinvolti (agricoltori, consumatori, autorità, scienziati, produttori di sementi, popolazioni vicine ai campi trattati e altri) possano esporre le loro problematiche o accedere ad un’informazione estesa e affidabile per adottare decisioni orientate al bene comune presente e futuro” (135).

Don Gian Maria Comolli

(4 continua)