XII DOMENICA TEMPO ORDINARIO (A) – Riconoscere Cristo e essere riconosciuti da Lui

By 18 Giugno 2020Spiritualità

Geremia 20,10-13; Romani 5,12-15; Matteo 10,26-33

Il brano di Vangelo di questa domenica è una parte del secondo grande discorso del Signore Gesù, quello definito “missionario” e invita al coraggio: “non temete coloro che uccidono il corpo ma non hanno il potere di uccidere l’anima…; perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non temete: voi valete di più di molti passeri”.

Il Cristo ci chiede inoltre di non vergognarci di Lui, di non presentarci come cristiani timidi e paurosi, come i cristiani di un “ora alla settimana”, cioè quando partecipiamo alla Messa. Ricordava sant’ Agostino nell’ opera “La Città di Dio” che il discepolo  “deve proseguire il suo pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”. Dunque, superando la paura, poiché san Paolo rammenta: “Se Dio è con noi chi è contro di noi? Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutto ciò, noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm. 8,31-32)

Accanto alle incitazioni al coraggio è presente una frase che dovrebbe spronarci: “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. Di conseguenza, dobbiamo combattere e superare gli atteggiamenti che creano in noi l’indifferenza religiosa che ci portano a negare, anche solo passivamente, il Cristo.

Cos’è l’indifferenza religiosa?

Non è l’odio o l’avversione alla fede e al cristianesimo ma è il vivere “come se Dio non esistesse” e si esprime nelle preoccupazioni unicamente terrene reputando la dimensione temporale prioritaria e unica. Quindi non s’instaura un rapporto con Dio, si trascura la dimensione spirituale, si scorda il destino eterno che ci attende.

L’indifferenza religiosa blocca la maturazione umana e cristiana; non permette di sfruttare adeguatamente i talenti donati da Dio ad ogni uomo. Ciò provoca problematicità e, con il trascorrere degli anni, accentuandosi fa smarrire il senso della vita rendendoci incapaci di rispondere agli interrogativi esistenziali, quelli presenti nel cuore di ogni persona e che attendono dei riscontri.

Pure a livello sociale porta ad approvare comportamenti morali ed etici non condivisibili: la legalità dell’omicidio provocato con l’aborto diventa legittimità, le pratiche del suicidio assistito e dell’eutanasia sono percepite come atti di solidarietà nei confronti del malato, gli attacchi alla famiglia e le unioni tra persone dello stesso sesso, il diffondersi dell’ideologia del gender, i molteplici scandali, la diffusione della pornografia e i cosiddetti “nuovi diritti” lasciano neutrali e impassibili.

Come nasce l’indifferenza religiosa?

Origina quando, scordandoci di Dio, non recitiamo più le preghiere del mattino e della sera, quando per pigrizia, per negligenza, per indifferenza tralasciamo di partecipare alla Messa domenicale, quando non avvertiamo più l’esigenza del perdono di Dio celebrando il sacramento della riconciliazione.

Ma, l’ammonimento del Signore Gesù non lascia scampo: “Non vi riconoscerò davanti al Padre mio”; e ciò come logica conseguenza dei nostri atteggiamenti e comportamenti.

Come superare l’indifferenza religiosa?

Riconoscendo il Cristo Maestro, riallacciando un rapporto vitale con Lui, superando il rispetto umano, la mediocrità e il compromesso. Ciò implica nella famiglia, nelle relazioni sociali, nell’ambiente di lavoro e nello studio: l’onestà, la rettitudine, la purezza dei costumi, gli obblighi di giustizia, la ricerca del bene comune, il distacco dal denaro, la partecipazione alle gioie e sofferenze degli altri. Ma spesso, purtroppo, ci conformiamo tremebondi alla mentalità della maggioranza, alla moda corrente, al “politicamente corretto”.

E allora una domanda è d’obbligo: in questo momento della mia vita, Cristo mi riconoscerebbe?

Dalla paura al coraggio

La vita di ogni uomo è spesso accompagnata dalla paura che possiamo riassumere genericamente nella paura del futuro e della morte. La paura nasce dalla constatazione di eventi pericolosi o minacciosi in atto, dalla previsione, realistica o erronea, di pericoli futuri e possibili, provocando una notevole sofferenza psicologica e spirituale. Ogni processo emotivo che provoca la paura è diverso da soggetto a soggetto e dalla paura, spesso non espressa, dallo stato d’incertezza prolungato nascono ansia e angoscia.

La paura è presente anche di fronte al dovere della testimonianza, che come affermato, per il cristiano è un dovere. E sempre il Signore Gesù ci ricorda di non temere, di superare la paura perché “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm. 8,18).

Cos’è il coraggio?

Il coraggio, ricordava il filosofo V. Jankelevitch è “la gioia di tutte le virtù, è l’elemento di trionfo virtuale che c’è in ogni virtù, che rende le altre virtù efficaci e operanti” (Trattato delle virtù, Garzanti, pg. 387) rilevando ciò che affermava Aristotele: “Le persone veramente coraggiose agiscono solo per amore del bene”. Dunque, ogni virtù, è espressione di coraggio!

L’uomo coraggioso è libero, sincero e leale e crea nella quotidianità una perfetta armonia tra intenzioni, progetti, azioni, gesti e parole, fondando questi atteggiamenti sulla fiducia e sulla sicurezza donati da Dio come doni dello Spirito Santo.

Tutto questo sull’esempio del Signore Gesù che ebbe timore delle minacce portategli da un ambiente e da un’autorità politica ostile, ma reinterpretando  le leggi e le usanze religiose, seppe intessere rapporti autentici fondati sulla verità, sulla sincerità e sulla schiettezza.

Attenzione. Il coraggio non si esprime unicamente nell’eroismo delle grandi azioni, ma soprattutto nelle scelte quotidiane, quelle di tutti i giorni e di tutta la vita e si propaga con l’esempio, la coerenza e la perseveranza.

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