XIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO (A) – Il primato di Dio e l’accoglienza dell’altro

By 25 Giugno 2020Spiritualità

2Re 4,8-11.14-16a                 Romani 6,3-4.8-11          Matteo 10,37-42

Il Vangelo di questa domenica propone alla nostra riflessione due temi: le condizioni fondamentali per potersi chiamare discepoli del Signore Gesù e il valore dell’accoglienza.

Le condizioni per potersi chiamare discepoli del Signore Gesù

 La libertà dagli affetti.

“Se uno viene dietro a me e non odia suo padre, sua madre…”. Il primo insegnamento è di non porre nessuno prima di Dio; nemmeno le persone più care.

Per essere discepoli del Signore Gesù si è costretti a una scelta: prima sta’ sempre Lui. E questo vale per ognuno di noi e per quelli che maggiormente amiamo; tutti devono essere liberi di anteporre a tutto la loro scelta a favore di Cristo. Pensiamo a un/una giovane che deve scegliere tra la realizzazione della propria vocazione e i progetti dei genitori su di lui. Per rispondere all’appello del Signore Gesù, a volte deve lottare e magari anche interrompere i rapporti con la propria famiglia.

La libertà da se stessi.

“Se uno non mi preferisce alla stessa sua vita…”. Essere discepolo significa anche affrontare la persecuzione e la morte violenta sull’esempio di Cristo e per fedeltà a Lui. Apprendiamo dai dati del rapporto World Watch List 2020 di Porte Aperte che in 50 Paesi essere cristiani è motivo di persecuzione. E, se da una parte cala il numero dei cristiani uccisi – da 4.305 del 2018 a 2.983 del 2019, dall’altra aumenta la pressione sui cristiani: vessazioni, aggressioni e violenze interessano 260 milioni di Cristiani. Lo conferma papa Francesco: “In questo momento, ci sono molti cristiani che patiscono persecuzioni in varie zone del mondo” e “i martiri di oggi sono più dei martiri dei primi secoli” (29 aprile 2020). Ciò subdolamente avviene anche in Italia. Pur abitando in un Paese fondato sulla democrazia, dove la libertà religiosa e di espressione dovrebbe essere una caratteristica fondamentale, a volte notiamo nei confronti del cristianesimo e, conseguentemente, di coloro che si presentano come discepoli del Signore Gesù una persecuzione infida, sottile e martellante a vari livelli attraverso la derisione, una satira idiota, battutacce, l’emarginazione e anche il ricatto.

La libertà dagli oggetti.

“Chi di voi non rinuncia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo”: Ordinariamente non siamo chiamati come Francesco d’Assisi a disprezzare quello che possediamo, ma dobbiamo essere disposti alla rinuncia se fosse necessario, poiché il Signore Gesù, deve primeggiare anche sulle cose.

Concretamente. E’ giusto un equo guadagno, prevedere e provvedere anche economicamente al futuro; è errato compiere ogni azione per il guadagno,  trasformare nobili professioni unicamente in fonte di lucro, esigendo, ad esempio, onorari spropositati e in modo indiscriminato rispetto alle reali possibilità economiche dei singoli.

Molta gente, ricordano i Vangeli; seguivano il Cristo. Anche oggi in tanti si dichiarano cristiani. Pure ai suoi discepoli del XXI° secolo, il Signore Gesù pone le stesse esigenti condizioni: completa libertà dagli affetti, dalle cose, dalla stessa vita.

Lui, prima di tutto e di tutti; diversamente si sbagliano i riferimenti e si rischia di divenire “cristiani falliti”: nel matrimonio che si sfascia; negli affari dove l’interesse prevale sulla coscienza, sull’onestà e sulla giustizia; nella politica dove la sete del potere prevale sullo spirito di servizio; nei drammi della vita in cui il dolore spegne la fede e la speranza.

L’irrinunciabilità dell’accoglienza

L’ultima parte di questo discorso di Gesù definito “missionario” è dominato dal verbo “accogliere”; attualissimo anche oggi.

Questo tema trova nell’Antico Testamento dei ripetuti e importanti punti di riferimento cfr. Gn. 18,1ss; 34,9s; Lv. 25,40; Dt. 23,17; Gdc 13,15; 14,11; 17,10s; 19,3-9; 19,15-30; 1Sam. 25,14; 1Re 11,18; 2Re 4,10; 2Cr. 18,2; Tb. 7,1-11; Sir. 11,29-34). Questi brani, oltre che mostrare la sacralità dell’ospite, indicano gli atteggiamenti da assumere. L’episodio più indicativo è quello di Abramo che è modello di ospitalità nei confronti dei tre misteriosi stranieri alle Querce di Mamre (cfr. Gn. 18,1 ss.). E questi, prima di ripartire, come ringraziamento gli annunciarono che la moglie Sara avrebbe partorito un figlio.

Nel Nuovo Testamento lo stesso Signore Gesù si presenta come “ospite” che implora accoglienza degli uomini ed Egli stesso la offre a chi incontra.

Il prologo del Vangelo di Giovanni afferma che Cristo si fece ospite degli uomini: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi … venne tra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto”(Gv. 1,11.14). Gesù, poi, nel corso del suo ministero indica gli atteggiamenti da assumere nei riguardi degli altri. Pensiamo a ciò che avvenne nella casa del fariseo Simone quando una peccatrice innominata lava e profuma i piedi del Maestro (cfr. Lc. 7,36); oppure, ospite di un capo dei farisei, guarisce un idropico in giorno di sabato (cfr. 14,1); e infine quando si reca alla casa di Zaccheo (cfr. Lc 19,5). Ci ricorda inoltre che l’ospitalità sarà la “base” del giudizio finale che ogni uomo dovrà affrontare dopo la morte (cfr. Mt. 25,33s). Gesù, non solo ha accolto ogni bisognoso, ma ha pure richiesto ai suoi discepoli questo stile di vita. Come esempio ha operato le guarigioni, ha tolto gli ostacoli nel raggiungimento della guarigione (cfr. paralitico calato dal tetto Mt. 9,1-8; paralitico piscina di Betzata Gv. 5,1-9); ha supportato la persona nel superare la colpa (cfr. cieco nato Gv. 9,1-40) e l’esclusione culturale e sociale (cfr. donna emoroissa Mt. 9,20-22; donna dalla schiena ricurva Lc. 13,10-16; lebbroso Mt. 8,1-4; dieci lebbrosi Lc. 17,11-19). E, base della sua accoglienza, ha posto dei gesti comuni: dalla parola al silenzio, all’uso di semplici oggetti (cfr. cieco di Betsaida Mc. 8,22-26) o di gesti simbolici (cfr. sordomuto Mc. 7,32-37). Gesù non ha guarito le centinaia di malati che ha incontrato, solo diciannove, ma tutti sono stati accolti da Lui con umanità e tenerezza. Anche nelle prime comunità apostoliche si nota il rilievo di questo atteggiamento: “Siate…solleciti per le necessità dei fratelli e premurosi nell’ospitalità” (Rm. 12,13); “Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1 Pt. 4,9).

Quale motivazione dobbiamo porre alla base dell’accoglienza, virtù di origine non solo umana ma divina? Il fatto che noi per primi siamo stati accolti e beneficiati dal Signore Gesù.

La Messa è il momento di grazia per rinnovare la nostra adesione libera, consapevole e responsabile al Cristo; Lui prima di tutto e di tutti.

Preghiamo inoltre perché l’accoglienza e l’accompagnamento dell’altro, soprattutto se sofferente, si concretizzino nella quotidianità, e il nostro non sia un accogliere unicamente esteriore ma un totale rispetto del mistero che abita l’altro. Infine, non sottraiamoci all’impegno con la banale scusa che non possiamo risolvere tutti i problemi.

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