DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA: PROGETTO PER RIFORMARE LA SOCIETA’- 1.Contenuti, protagonisti, destinatari, obiezioni…

By 20 Settembre 2020Pillole di saggezza

CAP. 1 DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA: Contenuti, protagonisti, destinatari

Premessa sulla Dottrina Sociale della Chiesa

La Chiesa, da sempre, ma soprattutto dalla fine del XIX secolo, ha prestato una notevole e costante attenzione all’evolversi sociale, economico e politico della società promuovendo una propria Dottrina Sociale. Questo percorso ha come tappe alcune Encicliche o Discorsi dei Pontefici: dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891) alla Quadragesimo Anno di Pio XI (1931), dal Radiomessaggio di Pentecoste di Pio XII (1 giugno 1951 ) alla Mater et Magistra di Giovanni XXIII (1961), dalla Populorum Progressio (1967) alla Octogesima Adveniens (1971) entrambe di Paolo VI, dalla Laborem exercens (1981) alla Sollicitudo Rei Socialis (1987) alla Centesimus Annus di Giovanni Paolo II per giungere alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Accanto ai documenti pontifici sono presenti altri del Magistero Universale, ad esempio la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II (1965) oltre a quelli redatti delle varie Conferenze Episcopali, fino al Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (2004) auspicato da Giovanni Paolo II nell’Esortazione Post Sinodale Ecclesia in America (1999) e pubblicato nel 2004 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Il testo ha riassunto con sistematicità in duecento pagine (escluse le note) la Dottrina Sociale della Chiesa.

Tutti questi documenti hanno un unico filo conduttore: il “primato della persona” e offrono delle indicazioni prevalentemente etiche affinché l’uomo risulti il centro e il punto di riferimento assoluto ed esclusivo nello sviluppo di ogni settore societario.

 Cos’è la Dottrina Sociale della Chiesa?

Essendo complesso fornire una definizione sistematica ci riferiremo al pensiero di San Giovanni Paolo II che nel suo lungo pontificato ha rilanciato questo “settore” oltre che sottolinearne l’essenzialità per tutta la Chiesa.

Nostro punto di riferimento sarà l’enciclica Sollecitudo Rei Socialis dalla quale attingiamo la definizione, gli obiettivi, la metodologia e le finalità.

DEFINIZIONE

Una Premessa: “La sollecitudine sociale della Chiesa, finalizzata a un autentico sviluppo dell’uomo e della società, che rispetti e promuova la persona umana in tutte le sue dimensioni, si è sempre espressa nei modi più svariati” (n.1).

La Definizione: “Non è una terza via tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale” (n. 41).

OBIETTIVI

Suo scopo principale è interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente: per orientare, quindi, il comportamento cristiano” (n. 41).

METODO

Pertanto, cominciando dal validissimo apporto di Leone XIII, arricchito dai successivi contributi magisteriali, si è ormai costituito un aggiornato corpus dottrinale, che si articola man mano che la Chiesa, nella pienezza della Parola rivelata da Gesù Cristo e con I’assistenza della Spirito Santo, va leggendo gli avvenimenti mentre si svolgono nel corso della storia. Essa cerca cosi di guidare gli uomini a rispondere, anche con l’ausilio della riflessione razionale e delle scienze umane, alla loro vocazione di costruttori responsabili della società terrena” (n.1).

FINALITA’

Così facendo la Chiesa adempie alla missione di evangelizzare, poiché dà il suo primo contributo alla soluzione dell’urgente problema dello sviluppo, quando proclama la verità su Cristo, su se stessa e sull’uomo, applicandola ad una situazione concreta (n. 1).

Un ampliamento del concetto è presente nella Centesimus Annus.

Per la Chiesa insegnare e diffondere la Dottrina sociale appartiene alla sua missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio cristiano, perché tale dottrina ne propone le dirette conseguenze nella vita della società e inquadra il lavoro quotidiano e le lotte per la giustizia nella testimonianza a Cristo salvatore” (n. 5).

Dunque, la Dottrina Sociale della Chiesa, partendo dalla “centralità della persona” che non può essere omessa da nessuna società, attualizzando il concetto di bene comune e i principi etici (dalla solidarietà alla giustizia, dalla sussidiarietà alla partecipazione, alla destinazione universale dei beni…) propone dei modelli per costruire la civiltà a “misura d’uomo” a livello sociale, politico ed economico. Possiamo quindi definire la Dottrina Sociale una scienza normativa e contemporaneamente un’ etica sociale dello scopo, dei doveri e dei diritti. E’ l’annuncio del pensiero del Signore Gesù che il cristiano, sale della terra e luce del mondo, deve comunicare alle realtà temporali.

 Tutto ruota attorno alla “persona”

La Dottrina Sociale della Chiesa pone al centro l’uomo facendo propria la millenaria visione personalista ben riassunta nel salmo VIII che così descrive la persona rivolgendosi a Dio: “Hai fatto l’uomo poco meno degli angeli, di gloria e di onore Io hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani; tutto hai posto sotto i suoi piedi, tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci che percorrono le vie del mare” (vv. 4-9). E, al termine, il salmista proclama: “O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli s’innalza la tua magnificenza” (v.10). Nel salmo osserviamo che I’ uomo è collocato al centro della creazione, “partner di Dio” nel governo della terra, finalizzata unicamente a lui. La felicità e il totale compimento dell’uomo erano gli obiettivi primordiali di Dio, e ciò si sarebbe realizzato nella completa comunione Lui. Questo fondamento della visione personalista è affermato tra i molti da sant’Ireneo: “Gloria Dei vivens homo”, da san Tommaso d’Aquino sostenendo  che la persona umana rappresenta “l’essere più perfetto della natura” (Summa Theologiae, op. cit., I, q.29, a, 3g), dalla Costituzione Pastorale Gaudium et spes: “anima et corpore unus”(n. 14) e ribadito da papa Benedetto XVI: “non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzionismo. Ciascuno di noi è frutto di un pensiero di Dio”(13 ottobre 2010). Questo è legittimato anche dai primi capitoli del Libro della Genesi dove costatiamo che Dio serba per l’uomo premure e privilegi particolari. E leggendo la Sacra Scrittura, notiamo che I’ uomo nonostante la sua fragilità e condizionato dal peccato originale, è al vertice della creazione, superiore alle creature terrestri, inferiore unicamente agli spiriti celesti, poiché con l’ “intelligenza” scruta, domina e trasforma I’ universo; con la “libertà” assoggetta le creature; mediante i “sensi” gusta la bellezza e I’ armonia delle cose; per mezzo delle “mani” trasforma la realtà fisica in ciò che desidera. Ma, purtroppo, nel corso della storia e anche oggi in tanti  manipolano, snaturano, sfruttano e umiliano la persona, modificano e riducono la sua dignità e sacralità fin dal concepimento. Accanto a tutte queste caratteristiche della persona non possiamo tralasciare sua “natura relazione” ben descritta dal filosofo Emmanuel Mounier  riconoscendo che l’uomo non è un’entità giuridica da proteggere nei confronti della collettività, ma un soggetto impregnato fin dalla nascita in una comunità assumendo di conseguenza anche un “valore sociale” (cfr. Le personnalisme). Pensiero ripreso dal Concilio Vaticano II: “Per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti” (GS 12). Ebbene, l’uomo, è fra tutti gli esseri viventi il più comunitario poiché sia per vivere che per realizzarsi necessita della collaborazione degli altri. Rammenta il teologo e moralista Anselm Günthör: “Gli uomini sono, inevitabilmente, legati gli uni agli altri e soggiacciono in molteplici modi gli uni dagli altri; di conseguenza, sono tenuti ad attuare tale legame nel modo giusto per il bene dei singoli e del tutto, e sono responsabili nei confronti degli altri e della comunità, così come questa, a sua volta, deve prendersi cura dei singoli membri” (Chiamata e risposta, Vol. III, pg. 49). Attinente con il concetto di comunità sono quelli di “libertà” e di “autodeterminazione” che oggi godono sempre maggiori consensi ma separati e slegati dalla comunità si autodistruggono.

Le colonne portanti della Dottrina Sociale della Chiesa

La prima colonna è la Bibbia, la radice, il punto di riferimento e la linfa vitale per il credente. Anche se non racchiude dottrine politiche o economiche e non propone soluzioni ai problemi della società o suggerimenti operativi o norme giuridiche ma unicamente indicazioni a volte generiche a volte universali, la Bibbia essendo un annuncio di salvezza è un faro per la Dottrina Sociale. Dalla Bibbia inoltre va colto che unicamente il rapporto con Cristo consente all’uomo e alle società di conoscersi e di realizzarsi. Da qui l’appello di San Giovanni Paolo II all’inizio del suo Pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa ‘cosa è dentro l’uomo’. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna” (22 ottobre 1978).

La seconda colonna è la storia costituita dall’evolversi degli avvenimenti determinati dalla libera volontà degli uomini, senza mai scordarsi però che il susseguirsi delle epoche, degli avvenimenti, delle guerre, delle dittature e dei grandi personaggi, e anche l’oggi è unicamente una cornice, poiché nella storia è presente, “qui” e “ora”, Dio. Spesso discutendo della storia è definita “laica” o “profana”. In realtà la storia possiede un ampio e profondo “significato teologico”. Interessante per comprendere il concetto è il capitolo 3 del Vangelo di San Luca che presenta l’inizio della predicazione di Giovanni Battista. “Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa…” (vv.1-2). Il ricordo in poche righe di vari personaggi stupisce e interroga sull’avvenimento che sta per compiersi. Ma la risposta è semplice: La Parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. “Tutto qui”, afferma qualcuno. Tutto qui! Ma un “tutto qui” denso di significati poiché ci ricorda che la Parola si è incarnata e anche oggi si rivolge a ogni uomo, ed è la Parola che indirizza il mondo alla salvezza e insegna che nel tempo non tutto è passeggero poiché in esso si è inserito l’Onnipotente.

 I protagonisti della Dottrina Sociale della Chiesa: i fedeli-cristiani-laici

La Chiesa a chi affida l’onore e l’onore di approfondire o meglio studiare la sua Dottrina Sociale per poi concretizzarla nella quotidianità? Prevalentemente e principalmente ai fedeli-cristiani-laici; per questo è importante conoscere le caratteristiche di questa figura.

Il vocabolo “laico” deriva dalla parola greca laïkós che significa “del popolo”; quindi il laico è un “membro del popolo”. Il termine nel nostro contesto culturale assume due connotati: uno ecclesiale e uno sociale-politico.

In ambito ecclesiale il laico è il battesimo, membro del popolo di Dio radunato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il laico, pur distinguendosi dal religioso, dal diacono, dal sacerdote e dal vescovo, nella Chiesa assume la stessa dignità pur con compiti differenti. Mentre i consacrati mediante il sacramento dell’Ordine o i tre “voti” religiosi  esercitano mansioni prevalentemente spirituali, ai laici è richiesto di instaurare il  Regno di Dio operando nelle realtà terrene. I laici, rammenta il Concilio Vaticano II, “implicati in tutti i singoli affari del mondo, e nelle ordinarie condizioni di vita familiare e sociale, sono chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo manifestare Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro stessa vita” (LG n.31).

In ambito “sociale-politico”,  il laico è chi s’illude operare nel mondo confidando unicamente nelle risorse umane. Laicismo, quindi, equivale alla professione di uno pseudo umanesimo racchiuso esclusivamente nel temporale, nel profano e nel secolare.

Da quanto affermato si comprende che il compito del fedele-cristiano-laico non è quello di far presente il Signore Gesù nei vari campi della società essendo Cristo già presente in ogni luogo ma quello di supportare i propri contemporanei ad accorgersi che Lui, il Signore Gesù, c’è; quindi serve aprire gli occhi per individuarlo, per scorgerlo, per riscoprirlo in comunione con la Chiesa.

A questo argomento il Concilio Vaticano II dedica il Decreto Apostolicam actuositatem(1965) e Papa Giovanni Paolo II l’Esortazione Apostolica Post Sinodale Christifideles Laici (1988). Per cogliere l’atteggiamento del laico cristiano è interessante questo episodio della vita del venerabile Giorgio La Pira celebre sindaco di Firenze e geniale uomo politico. In occasione della sua visita a Mosca nel 1959, primo uomo politico occidentale a varcare la “cortina di ferro” per implorare il Soviet Supremo di “tagliare il ramo secco dell’ateismo di Stato”, scrisse a papa Giovanni XXIII una lettera: “Vado come ambasciatore di Cristo e della Chiesa di Cristo a mie spese e a mio rischio. Se sbaglio la colpa è mia; se non sbaglio il merito è unicamente di Dio e della Chiesa di Dio”. Questo è il fulcro dell’apostolato del fedele-cristiano-laico! Un apostolato che per il Concilio Vaticano deve appoggiarsi su alcune colonne: una forte spiritualità personale; il comandamento della carità interpretato non solo con ottiche di compassione, di beneficienza e di elemosina ma anche culturali; il lasciarsi guidare dallo Spirito che elargisce carismi particolari (cfr. AA n.3). Inoltre, al fedele-cristiano-laico occorrono vaste competenze nel settore della sua attività, un ricco corredo di virtù umane, un’autentica vita cristiana e la conoscenza della Dottrina Sociale della Chiesa per risvegliare nel cuore degli uomini, nel mondo del lavoro, della tecnica, della sanità e della scienza, della cultura e della politica la figura del Signore Gesù spesso assopita, emarginata o allontanata.

Leggiamo e meditiamo le parole del Concilio: “I laici devono assumere il rinnovamento dell’ordine temporale come compito proprio, e in esso:

  1. guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, devono operare direttamente e in modo concreto;
  2. come cittadini devono cooperare con altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità;
  3. dappertutto ed in ogni cosa devono cercare la giustizia del Regno di Dio.

Insomma, l’ordine temporale deve essere rinnovato in modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue proprie, sia reso conforme ai principi superiori della vita cristiana e adattato alle svariate condizioni di luogo, di tempo e di popoli” (AA. n.7).

Ebbene, il fedele-cristiano-laico è oggi il ponte fra la Chiesa e una società spesso insensibile, diffidente e ostile nei riguardi della religione. I laici sono un ponte non per assicurare alla Chiesa ingerenze o dominio nelle realtà temporali o negli affari societari ma per non privare ogni ambiente societario, pluriculturale o multiculturale, del messaggio evangelico di salvezza.

Terminata la seconda guerra mondiale alcuni soldati americani, acquartierati in un paesino tedesco distrutto dai bombardamenti, aiutarono gli abitanti a riparare le case diroccate. L’impresa maggiore fu la chiesa. Ricostruirono il tetto, consolidarono i muri, restaurarono la statua di Cristo caduta dall’altare. Rimessa sul piedistallo, la figura appariva nuova tranne le mani che non fu possibile ritrovare. Quindi decisero di porre ai piedi del Cristo mutilato questa emozionante scritta: “Non ho altre mani che le vostre” che potremmo così ampliare: “Non ho altre mani che le vostre per rendere più umana e cristiana la società del nostro tempo”. Luigi Einaudi, primo Presidente della nostra Repubblica nel saggio “Il buon governo”, scrisse: “Erra chi afferma che la fede, che la credenza in una data visione della vita sia un affare privato. Colui il quale restringe la fede alle pratiche di culto, e non informa a quella fede tutta la propria vita, la vita religiosa e civile, la vita economica e politica, non è un vero credente” (Laterza pg. 341).

Interferenza o collaborazione con la società?

Un’obiezione che potrebbe nascere in alcuni lettori e che rileviamo spesso in vari dibattiti è la seguente: che autorità ha la Chiesa per interessarsi delle questioni sociali, politiche ed economiche? Per molti, la Chiesa dovrebbe limitare il proprio ambito di azione alla sfera spirituale, poiché secondo loro, il Signore Cristo non si è mai lasciato i coinvolgere in progetti o interpretazioni politiche, sia della sua persona sia della sua azione.

Questo è vero in parte se interpretiamo il termine “politica” nell’accezione restrittiva di fenomeno partitico-governativo. Non è così se la rapportiamo al termine greco πόλις che significava città, e di conseguenza il suo immediato rapporto con l’uomo fondato su un modello politico prevalentemente ateniese che comprendeva una comunanza d’intenti sociali, politici, economici e culturali. Perciò, possiamo affermare che “la politica”, nobilmente interpretata  “è I’attività mirante a determinare i criteri o i valori base di regolamentazione della vita globale del gruppo, le finalità primarie e intermedie da perseguire, gli strumenti per il loro conseguimento” (E. Chiavacci, Termine “politica” in Nuovo Dizionario di Teologia Morale, pg. 952) al fine di costruire, come affermò il già rettore dell’Università Cattolica di Milano Giuseppe Lazzati: “la città dell’uomo a misura d’uomo”. Per questo il venerabile Giorgio La Pira, in una lettera a papa Pio XII del 25 maggio1958, scriveva: “La politica è l’attività religiosa più alta, dopo quella dell’unione con Dio: perché è la guida dei popoli… una responsabilità immensa, un severissimo e durissimo impegno che si assume… La politica è guidata non dal basso, ma dall’alto: nasce da una virtù di Dio e si alimenta di essa: altrimenti fallisce: cade, come cade e rovina la casa costruita sulla sabbia”.

Il Signore Gesù, inoltre nella sinagoga di Cafarnao, presentando le finalità della sua missione e della sua persona, affermò: “Il tempo è compiuto. Il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc. 1.15). In questo annuncio è presente l’espressione “Regno di Dio” e il Cristo indica I’azíone da intraprendere per la sua costruzione: la “conversione”. Ne consegue che il Regno di Dio non è unicamente escatologico ma una realtà in divenire nella storia come confermato più volte dall’apostolo Paolo con le espressioni “già” e “non ancora” (Rm. 5,9; 8,18-30; Col. 3,1-4; Ef. 2,1-10; 1Ts. 3,12-14; 5,23-24) dove evidenzia la prospettiva  escatologia del cristiano che vive “già” della salvezza ma tuttavia attende ancora un compimento in base al “non ancora”. Ebbene, se è Dio che guida la storia come affermato in precedenza, se il Regno di Dio è un “già” e un “non ancora” presente nella storia in attesa della fine del mondo che concluderà la vicenda umana con la creazione di nuovi cieli e una nuova terra, non può esserci settore societario dove l’annuncio del Vangelo sia carente poiché solo così potrà avvenire la  “conversione” verso nuovi atteggiamenti riguardanti la vita individuale e societaria.

Da ultimo dobbiamo scrostare il termine “salvezza” che frequentemente è imprigionato nell’isolato aspetto religioso-o spirituale ritenendolo riferito unicamente all’anima. Sempre san Paolo è di opinione contraria: “Tutto quello che fate, parole o azioni, tutto sia fatto nel nome di Gesù, nostro Signore e per mezzo di Lui, ringraziate Dio nostro Padre”. (Col. 3,17). L’Apostolo delle genti ricorda che le nostre azioni non esprimono unicamente dei significati temporali ma sono anche opere di salvezza. Di conseguenza dobbiamo valutare ogni bene temporale nella sua prioritaria relazione con il Trascendente, superando il limite di reputare la persona una giustapposizione di due dimensioni, quella del corpo e quella dello spirito, scordando che questi elementi sono intimamente fusi, essendo l’unità anima e corpo non accidentale ma sostanziale. Se distinguiamo ancora tra la vita del corpo, intesa come fisica, e quella dell’anima concepita come spirituale, o se riteniamo gli affetti e i sentimenti come assestanti, smarriamo la concezione dell’unità dell’uomo e pure faticheremo a comprendere le finalità della Dottrina Sociale della Chiesa.

Riguardo la Dottrina Sociale della Chiesa è presente anche un altro equivoco: reputarla uno strumento sociale, politico ed economico. In realtà, come afferma il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, è un esame delle realtà temporali riferendosi agli insegnamenti del Cristo, cioè il valutare ciò che accade nella scuola, nella politica, nella famiglia,  nell’economia… con lo sguardo fisso sul Vangelo. E, a riguardo delI’aspetto strettamente economico non esiste un manuale cattolico di economia poiché la Chiesa, come afferma la Quadragesimo anno, “non vuole avere nessuna autorità magisteriale sulle questioni di carattere scientifico e tecnico relative all’economia”, ma come più volte affermato, “intende solo onorare e promuovere la dignità della persona umana, la sua vocazione integrale e il bene dell’intera società. L’uomo infatti, è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economica e sociale (cfr. n. 2-3).

Conclusione

San Giovanni Paolo II, il Papa che negli ultimi decenni ha fortemente evidenziato l’importanza della Dottrina Socialedella Chiesa ha più volte chiesto lo studio di questa disciplina convinto che quella che ha definito “nuova evangelizzazione” fallirebbe senza un’approfondita conoscenza del contributo che la Chiesa Cattolica può offrire alla globalità della società.  Concetto ripreso anche da Papa Francesco nell’Udienza Generale del 5 agosto 2020, rilanciandola come strumento per superare i problemi valoriali e strutturali che la Pandemia ha aperto: “La Chiesa, benché amministri la grazia risanante di Cristo mediante i Sacramenti, e benché provveda a servizi sanitari negli angoli più remoti del pianeta, non è esperta nella prevenzione o nella cura della pandemia. E nemmeno dà indicazioni socio-politiche specifiche (cfr S. Paolo VI,Lett. ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 4). Questo è compito dei dirigenti politici e sociali. Tuttavia, nel corso dei secoli, e alla luce del Vangelo, la Chiesa ha sviluppato alcuni principi sociali che sono fondamentali (cfr Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 160-208), principi che possono aiutarci ad andare avanti, per preparare il futuro di cui abbiamo bisogno”.

Don Gian Maria Comolli

(Prima continua)