DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA: PROGETTO PER RIFORMARE LA SOCIETA’ (2) – Le “pietre miliari” della Dottrina Sociale della Chiesa a partire dal bene comune

By 18 Ottobre 2020Pillole di saggezza

Dopo aver illustrato le finalità della Dottrina Sociale della Chiesa entriamo nello specifico   trattando i fondamenti. Abbiamo affermato che la Dottrina Sociale indica in ogni situazione le modalità per salvaguardare la centralità e la dignità incondizionata di ogni uomo. Come? Perseguendo il Bene Comune supportato da tre colonne: solidarietà, sussidiarietà e partecipazione. Termineremo con qualche accenno ai “principi non negoziabili”.

1.Bene Comune

 Origine e sviluppo del Bene Comune

Il Bene Comune trova la sua origine direttamente dal racconto della creazione del mondo narrata nei primi capitoli del Libro della Genesi, quando Dio dona all’uomo la terra per dominarla con il suo agire per poi gioirne dei frutti; però non da padrone ma da collaboratore del Creatore. Afferma il cardine Dionigi Tettamanzi: “Poiché immagine di Dio, e quindi collaboratore di Dio, l’uomo non è l’arbitro insindacabile o il padrone assoluto del creato: è unicamente ‘l’economo di Dio’ ” (L’uomo immagine di Dio. Linee fondamentali di morale cristiana, pg. 45). E papa Francesco definisce questa missione una “tremenda responsabilità dell’uomo nei confronti del creato” (Laudato sì n. 66). Da ciò comprendiamo che l’uomo non può rivendicare un diritto assoluto all’uso dei beni seguendo criteri individualisti ma deve comprendere che questa fruizione, basandosi sul diritto naturale, abbraccia tutti e supera ogni privilegio o monopolio come affermato da san Paolo VI nella Enciclica “Populorum Progressio”: “Tutti gli altri diritti, qualunque essi siano, incluso quello di proprietà e al libero mercato, devono essere subordinati alla universale destinazione dei beni […] essi devono farne procedere l’applicazione”(n. 22).

Nell’ambito cattolico la prima formulazione di Bene Comune fu dei Padri della Chiesa in particolare di Basilio Magno (330-379) con il testo “Il buon uso della ricchezza” (Nuova Editrice Berti, 1995) dove leggiamo un’eloquente metafora. Il santo invita a guardare un pozzo. Se attingiamo l’acqua, la sorgente la ricrea, perciò è possibile distribuirla a quelli che la necessitano. Se invece l’acqua non è prelevata dopo un po’ di tempo diviene inutilizzabile. Così è il bene comune: deve circolare, cioè produrre utilità per ciascuno e per tutti contemporaneamente. San Tommaso d’Aquino approfondisce il concetto: “(…) per gli aspetti che ha comuni con tutti i viventi e con tutti gli animali l’uomo sia subordinato alla comunità sociale e politica sacrificando il suo bene individuale per la comunità”. Ma l’Aquinate puntualizza: “L’individuo ha da realizzare certi valori che non possono essere sacrificati per nessuna cosa al mondo” (De regimine principum, l. I, c. 1).

Con il trascorrere dei secoli, il concetto di Bene Comune, fu meglio strutturato. Evidenziamo, tra i molti, due contributi. La Costituzione Pastorale “Gaudium et spes” del Concilio Vaticano II lo definisce come: “L’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno e spedito della loro perfezione” (n. 74). E, il “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa”, afferma: “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune” (n. 164).

Ebbene, il Bene Comune, può essere conseguito unicamente operando tutti insieme;  ognuno esercitando le sue responsabilità e avvalendosi delle opportunità che la vita gli offre, non scordando però che ogni uomo ha il diritto di ottimizzare la propria esistenza e potenziare le proprie doti per affermarsi totalmente e consapevolmente mediante la libertà di parola, di pensiero, di azione e pervenire così a una degna “qualità di vita”.

Bene Comune: un termine in declino     

La dicitura “bene comune”, pur possedendo un’alta carica valoriale, oggi rischia il tramonto sostituita da espressioni che potrebbero apparire simili ma analoghe non sono: “beni pubblici”, “beni comuni” (ma al plurale) fissando l’attenzione su quelli materiali, “bene collettivo”, “interessi generali”… Queste locuzioni non sono affini poiché tracciano visioni antropologiche e sociali riferendosi a ideologie divergenti, almeno in parte, da quella cristiana. Il “bene pubblico” è inerente al liberalismo, gli “interessi generali” all’utilitarismo sociale e il “bene collettivo” è un’espressione tipica del socialismo. Inoltre, la modifica dell’articolo V° della Costituzione italiana che ha introdotto nella nostra Carta il principio di sussidiarietà lo ha poggiato sull’ interesse generale non sul Bene Comune e ciò, ovviamente, provoca delle ripercussioni a livello societario. Il Bene Comune proposto dalla Dottrina Sociale si differenzia dalle prospettive evidenziate poiché si prefigge primariamente la valorizzazione della singolarità e della sacralità di ogni uomo depositario contemporaneamente di diritti e di doveri.

Bene Comune e bene personale

Viele Handflächen liegen aufeinander

La ricerca del Bene Comune non è né pauperistica né individualista ma un processo di progresso societario che rende compatibili contemporaneamente il conseguimento del benessere collettivo e del singolo. E’ la difficile ricerca dell’armonia tra queste due istanze che richiede “la capacità di vedere il bene altrui come se fosse il proprio” (Compendio n. 167). Pur nella sua complessità, operare per il Bene Comune, oggi è l’unica possibilità che ci resta per superare e sconfiggere scenari che da decenni ci logorano e che la pandemia ha accresciuto. Orbene, il Bene Comune, non è un’utopia o un’idea astratta ma comportamenti, atteggiamenti e condotte da ricostruire, oltrepassando la nostrana e pessima abitudine che individua, sempre e comunque altrove, le responsabilità di ciò che accade.

Comunque, la responsabilità che tutti abbiamo nei confronti del Bene Comune, non  prescinde dalla ricerca del proprio benessere, ma postula contemporaneamente l’obbligo  di valutare l’altrui interesse come il proprio riconoscendo, rispettando e accrescendo i diritti di ogni membro della società.

Bene Comune e formazione

Il traguardo del Bene Comune non sarà raggiunto senza percorsi educativi e formativi.  Nel periodo del lockdown ma pure in questi giorni ministri, presidenti delle regioni, sindaci… invitano con enfasi, e a volte con minacce, i cittadini a osservare alcune misure precauzionali. Allora era il “rimanere a casa”, oggi l’indossare le mascherine, il distanziamento, l’evitare gli assembramenti… Ma, un numero notevole di persone, ignora questi appelli. Ciò che meraviglia è che nessuno di questi amministratori si interroghi riguardo alle motivazioni che inducono tanti a fare finta di non capire avendo la questione origini lontane e profonde, e per alcuni politici e opinion leader, è imbarazzante riferirsi al trascurato aspetto educativo e culturale, avendo spesso negato l’intersecarsi dei diritti con i doveri. Ma già nel 2001, la scrittrice Oriana Fallaci in “Rabbia e orgoglio” ammoniva: “da decenni in Italia si parla sempre di diritti e mai di doveri. In Italia si finge di ignorare o si ignora che ogni diritto comporta un dovere…” (pg. 73). Ebbene, da decenni, la cultura dominante insegna a rivendicare prepotentemente i diritti soggettivi, scordandosi dei doveri dell’ “io personale” verso il “tu comunitario”, ritenuti un limite alla libertà. Eppure, senza un percorso educativo-culturale, non si va da nessuna parte! Lo aveva ben compreso San Paolo VI che nell’enciclica “Octogesima adveniens” trattando del Bene Comune indicò chi doveva assumersi questa gravosa responsabilità: “Non spetta né allo Stato né ai partiti politici che sarebbero chiusi su se stessi, di imporre un’ideologia con mezzi che sboccherebbero nella dittatura degli spiriti, la peggiore di tutte. E’ compito dei raggruppamenti culturali e religiosi, nella libertà d’adesione che essi presuppongono, di sviluppare nel corpo sociale, in maniera disinteressata e per vie loro proprie, queste convinzioni ultime sulla natura, l’origine e il fine dell’uomo e della società” (n. 25). Da questa frase comprendiamo nuovamente il rilevante compito affidato alla Dottrina Sociale della Chiesa.

Il Bene Comune si appoggia prevalentemente su due principi che si intersecano: quello di solidarietà e quello di sussidiarietà, poiché una solidarietà separata dalla sussidiarietà diviene assistenzialismo mentre una sussidiarietà svincolata dalla solidarietà si trasforma in benefici unicamente per alcune categorie.

2.Principio di Solidarietà

Il principio di solidarietà pur avendo antiche origini giuridiche, è presente nella Costituzione Italiana (cfr. art. 2) evidenziando la predisposizione solidaristica del nostro Paese. La solidarietà, auspicata sia dal versante cattolico che da quello laico-socialista nella stesura della Carta Costituzionale, si è incrementata negli anni ‘90 del XX secolo nel dibattito che ha accompagnato la transizione dalla fase di Welfare State a quella di Welfare Comunity, con il posizionamento del volontariato e del no-profit nelle finalità di interesse generale presentate dall’ordinamento giuridico.

La Dottrina Sociale come interpreta la solidarietà? “Non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti” (Sollecitudo Rei Socialis n. 38). Dunque, il principio di solidarietà, evidenzia un’ovvietà che però spesso fatichiamo a riconoscere. Ogni uomo è strutturalmente vincolato agli altri e nessuno potrebbe vivere e realizzarsi senza la loro collaborazione. Di conseguenza, ognuno di noi, è responsabile dei singoli e della comunità che deve prendersi cura di ogni membro operando per la sua realizzazione, con un’attenzione particolare a coloro a cui  ha donato poco.

Quindi, solidarietà, è assumersi totalmente la preoccupazione per lo sviluppo di tutti non unicamente donando cose o tempo ma favorendo il loro potenziamento umano e culturale e la loro felicità.

Però, il principio, deve oltrepassare il singolo per coinvolgere le istituzioni, le politiche e le leggi superando un’insidia evidenziata da monsignor Giampaolo Crepaldi: “i cattolici oggi sono pronti ad agire con forme di solidarietà immediata e di emergenza, ma stanno perdendo di vista il loro compito più architettonico di costruire la società e la politica” (Lezioni di Dottrina sociale della Chiesa pg. 61). Possiamo chiamare l’ aspetto sottolineato dall’Arcivescovo di Trieste: “solidarietà culturale” che richiede di incidere sugli stili di vita, sul pensiero e sui registri della percezione per diffondere il “nuovo umanesimo” che il Signore Gesù ha insegnato. La sfida che oggi la solidarietà deve affrontare è duplice: da una parte rispondere con sollecitudine alle povertà, alle emarginazioni e alle esclusioni; dall’altra plasmare un evangelico modo di essere, di conoscere e di agire penetrando negli spazi dove si crea e si monopolizza il pensiero e il giudizio, oltre che nei luoghi dove si vive, si soffre e si spera.

3.Principio di Sussidiarietà

 Di cosa stiamo parlando?

Il vocabolo “sussidiarietà” deriva dal latino “subsidium” che significa soccorso, promozione, sviluppo… Dunque, la sussidiarietà, è l’intervento “compensativo” e “ausiliare” che lo Stato deve promuovere a favore dei singoli e dei gruppi supportandoli nel loro sviluppo memori che una nazione che massifica, che si propone come il “grande padrone” di orwelliana memoria, che svaluta e deprezza le singolarità gestendo totalmente ogni servizio  dall’istruzione alla sanità, che priva di responsabilità le famiglie non solo ferisce e mortifica i cittadini ma causa colossali disservizi dovuti a uno statalismo incontrollabile, a inflessibili amministrazioni e impersonali burocrazie che si presentano disumane e impietose essendo fondate sull’anonimato e sul rapporto da persona a struttura. Mentre una trasparente concorrenza tra Stato, mercato e società civile, o meglio una partnership tra questi soggetti in condizioni paritetiche (sussidiarietà circolare), offre prestazioni più efficienti, a un costo minore e con notevole soddisfazione dei cittadini.

Purtroppo, dobbiamo costatare che nel nostro Paese, il principio fatica a essere compreso e attualizzato anche oggi pur essendo velatamente menzionato nell’articolo 2 della Carta Costituzionale, pur espresso diversamente da come oggi è recepito. Dunque, latitante fino al 2001, il principio di sussidiarietà fu potenziato con l’introduzione nella Carta costituzionale degli articoli 118 e 119 a seguito della riforma del Titolo V. Esso riguarda da una parte la ridistribuzione delle competenze alle Città metropolitane, alle Province e alle Regioni e dall’altra è presente l’invito a favorire “l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale” (art. 118). Alcuni comuni, provincie e regioni hanno recepito questa novità normativa, altri invece l’hanno completamente ignorata e in molteplici situazioni, come pure nella visione politica attuale, si ha l’impressione che l’apparato Statale voglia rimanere o meglio ritornare a essere “l’unico gestore” dei servizi, concedendo ai corpi intermedi di svolgere unicamente funzioni di supplenza in settori in cui l’amministrazione pubblica fatica a intervenire. Esempio emblematico sono la gestione delle nuove povertà, dell’emarginazioni e dell’immigrazione.

Sussidiarietà e Dottrina Sociale

La sussidiarietà, pur avendo centinaia di anni di storia, ebbe uno slancio particolare nel 1625 quando l’olandese Huig de Grott (trad. italiana: Ugo Grozio), giurista, filosofo e politico, pubblicò il saggio “De iure belli ac pacis” evidenziando il rapporto che doveva instaurarsi tra il monarca e i cittadini. Con il trascorre del tempo, superate quasi totalmente  forme di governo autoritario, la sussidiarietà si è sempre più aperta al concetto di Welfare.

Per la Chiesa cattolica è uno dei principi fondamentali della sua Dottrina Sociale.

Il concetto fu espresso per la prima volta dal Magistero nell’enciclica “Rerum Novarum”: “Non è giusto che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo stesso Stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare, salvo il bene comune e gli altrui diritti” (n. 28). Papa Pio XI nell’enciclica “Quadrigesimo Anno” puntualizzando il concetto di sussidiarietà, ammonì: “è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità possono fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle” (n. 80). In altre parole il Pontefice precisò che lo Stato non può ingerire o insinuarsi nei settori di competenza degli organismi minori ma deve occuparsi delle funzioni proprie e istituzionali, infatti “il solo mantenimento di questo livello di ordine gerarchico renderà l’azione dello stato più prospera e tanto più forte sarà la potenza sociale” (n. 81). Con una specifica: lo Stato, però, deve esercitare, a secondo dei casi, il ruolo di direzione, di coordinamento, di sorveglianza, di vigilanza oltre che di impulso e di stimolo (cfr. n. 81). San Giovanni XXIII, nell’enciclica “Mater et magistra”, richiamò  ulteriormente la sinergia che dovrebbe caratterizzare il rapporto tra Stato e enti sociali, asserendo che “i poteri pubblici devono essere attivamente presenti allo scopo di promuovere, nei debiti modi, lo sviluppo produttivo in funzione del progresso sociale a beneficio di tutti i cittadini. Ma la loro azione, che ha carattere di orientamento, di stimolo, di coordinamento, di supplenza e d’integrazione deve ispirarsi al principio di sussidiarietà” (n. 40). Infine, san Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Centesimus annus” attribuì al principio una visione più ampia evidenziandone gli aspetti etici e morali. “Disfunzioni e difetti dello stato assistenziale derivano da un’inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito deve essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune” (n.48).

Ebbene, la Dottrina Sociale offre al principio di sussidiarietà, associandolo a quello di solidarietà, il ruolo di organizzare la società mediante una corretta ed efficiente collaborazione delle soggettività, condannando l’ingiustificata supplenza da parte delle istituzioni delle competenze spettanti agli organismi intermedi.

Tre caratteristiche della sussidiarietà

Verticale

E’ il decentramento di alcune competenze esercitate dallo Stato verso Regioni, Provincie, Comune e Corpi Intermedi come richiesto dalla Riforma del Titolo V della Costituzione.

Orizzontale

Favorisce i molteplici soggetti della società civile nella gestione dei alcuni servizi, con la certezza che mediante la loro competenza e sollecitudine possano rispondere in modo migliore e più professionalmente alle attese, alle esigenze e ai bisogni di territori e di persone. Ciò avviene nei servizi sociali, sanitari e educativi ma anche in alcune attività economiche dato che particolari attese non richiedono unicamente risposte tangibili ma anche l’accoglienza del desiderio del cittadino alla partecipazione, appartenendo questo all’indole più profonda dell’uomo. Lo Stato, in queste situazioni, deve impegnarsi a offrire  un adeguato finanziamento ma pure a verificare la qualità delle prestazioni.

In Italia, lo Stato per attuare questa visione deve ancora percorre un lungo cammino di maturazione essendo nettamente predominanti le sue istituzioni, mentre in vari Paesi europei, Stati Uniti e Australia si verifica l’opposto poichè il privato è ampiamente diffuso. Il vantaggio è notevole ed evidente essendo queste migliori poichè spesso incalzate dal mercato che indirizza all’eccellenza. Ovviamente, questa modalità organizzativa, porta con sé anche delle negatività. La maggiore è la disuguaglianza, cioè la possibilità di pochi di accedere, ad esempio, al migliore insegnamento o alle cure più efficaci. La sussidiarietà che la Dottrina Sociale della Chiesa propone non propende per l’ esclusione ma per inclusione valorizzando le iniziative sorte dal basso, caratterizzate dalla logica del dono peculiarità ad esempio del Terzo Settore, e accessibili a tutti con il supporto prevalentemente economico dello Stato. Essendo argomenti complessi, che possono suscitare dubbi e perplessità, li riprenderemo e li approfondiremo nel seguito delle lezioni concretizzandoli in ogni settore societario.

Circolare

E’ una prospettiva di sussidiarietà che si sta aprendo negli ultimi anni e che ha come punto centrale il vocabolo “insieme”, convinti dell’ insufficienza della delega o del decentramento.  La sussidiarietà circolare richiede che lo Stato proceda per il raggiungimento degli obiettivi di benessere comune operando con il mercato e con i corpi intermedi, o meglio condividendo con loro “quote si sovranità”, non scordando che oggi, ma soprattutto domani, l’ente pubblico possiederà risorse in progressiva diminuzione, rischiando di non essere più in grado di rispondere ai vari bisogni nell’ottica dell’universalismo. Per questo dei politici lungimiranti dovrebbero comprendere che ormai è irrimandabile l’interazione tra Stato, mercato e società civile organizzata, compreso il Terzo Settore, ma in condizioni paritetiche, cioè superando ogni supremazia degli uni sugli altri. Ben si comprende che questo processo di circolarità richiede a tutti i soggetti coinvolti una nuova “forma mentis”. L’autorità democraticamente eletta deve rinunciare alla convinzione di detenere poteri assoluti. Il mercato deve oltrepassare la logica del semplice profitto aprendosi al Bene Comune che si concretizza nella solidarietà. Pure i corpi intermedi devono compiere un salto di qualità rifiutando mansioni di “operatori sociali” commissionate da altri per valorizzare e partecipare l’enorme potenzialità umana e relazionale che posseggono.

Concludendo e riassumendo possiamo affermare che il principio di sussidiarietà, oltre che disegnare un nuovo ruolo dell’autorità pubblica, quella di garante del Bene Comune, si erge in chiara polemica sia nei confronti dei regimi fondati sul centralismo dello Stato e su esecutivi sempre più potenti, sia nei riguardi dell’esclusione sociale e dell’individualismo che vorrebbero far prevalere la logica del “fai da te”.

4.Principio di Partecipazione

Pure la partecipazione attiva, dinamica e solerte di tutti alla vita societaria mediante rapporti sinergici fra tre soggetti: Stato, partititi politici e cittadini rafforza il Bene Comune.

Lo Stato deve garantire coerenza, unità e organizzazione della società civile di cui è espressione, armonizzare le finalità della società civile, salvaguardare i singoli fornendo la possibilità di accesso a “tutte quelle cose che sono necessarie a condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestito, l’abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, all’educazione, al lavoro, al buon nome, al rispetto, alla necessaria informazione, alla possibilità di agire secondo il retto dettato della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla giusta libertà anche in campo religioso” (Gaudium et spes n. 26).

I partiti politici che nella democrazia parlamentare sono gli intermediari tra istituzioni e cittadini dovranno riacquistare l’autorevolezza, l’affidabilità e la credibilità smarrita negli ultimi decenni. Situazione denunciata già negli anni 70’ del XX secolo dal professor Giuseppe Lazzati ma che con il trascorrere degli anni si è ulteriormente deteriorata creando i preoccupanti fenomeni dell’ “anti-politica” e dell’ “anti-casta”. Affermava il Rettore dell’Università Cattolica: “Quello che prevale e si coglie è l’impressione che il singolo partito non cerchi il bene comune, ma il proprio bene che coincide con l’acquisto del potere e lo cerchi come se fosse solo a muoversi in questo senso e, cioè, senza avere, e aiutare ad avere, coscienza dialettica del bene comune” (La città dell’uomo, pg. 23).

La partecipazione, infine, deve coinvolgere i cittadini che da tempo, come ricordato,  ostentano sempre di più i loro diritti, compreso i “nuovi diritti”, scordando i doveri. Al cittadino è chiesta da una parte l’osservanza di norme e di regole facili a capirsi oltre il subordinare gli interessi privati a quelli della collettività. Pure l’aspetto fiscale nell’ottica del Bene Comune non è secondario. Partecipazione significa, inoltre, la scelta responsabile e consapevole dei propri rappresentati negli organismi politici e amministrativi.

5.Valori non negoziabili e Bene Comune

Terminiamo il capitolo con uno sguardo a quelli che papa Benedetto XVI ha più volte definito “valori non negoziabili” e che incontreremo nel proseguo dell’esame della Dottrina Sociale della Chiesa.

La categoria della “non negoziabilità” è emersa per la prima volta nel Magistero della Chiesa nella “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica emanata il 24 novembre 2002 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. La Nota firmata dal cardinale Joseph Ratzinger, nella qualità di Prefetto della Congregazione fu approvata da san Giovanni Paolo II.

Nel paragrafo 3 si ribadisce che “non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete – e meno ancora soluzioni uniche – per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno”. Se però, aggiunge la Nota, il cristiano è tenuto ad “ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali”, egli è ugualmente chiamato “a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nocivo per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili”.

Quali sono questi valori non negoziabili? Tutela della vita in tutte le sue fasi, riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, salvaguardia del diritto dei genitori di educare i propri figli. Concetti nitidamente espressi da Benedetto XVI il 30 marzo 2006 nel discorso ai partecipanti ad un Convegno promosso dal Partito Popolare Europeo di cui riportiamo alcuni passaggi: “Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti: tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale; riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale; tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli. Questi principi non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa”.

Don Gian Maria Comolli

(seconda continua)

Lezione 1. Contenuti, protagonisti, destinatari della Dottrina Sociale della Chiesa