“FRATELLI TUTTI”. ENCICLICA SULLA FRATERNITA’ E L’AMICIZIA SOCIALE (3) – Capitolo III: PENSARE E GENERARE UN MONDO APERTO

By 20 Maggio 2022Pillole di saggezza

L’argomento e il riassunto del terzo capitolo dell’Enciclica è presente nel numero 105 quando il Papa afferma che il virus più difficile da sconfiggere è “l’individualismo radicale”, poiché “l’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli. La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità. Neppure può preservarci da tanti mali che diventano sempre più globali. Ma l’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere. Inganna. Ci fa credere che tutto consiste nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune” (105). Se non si estirperà questo agente patogeno è pura utopia pensare di costruire e generare un “mondo aperto”, cioè senza muri, senza confini, senza esclusi e senza estranei, anzi “non c’è futuro né per la fraternità né per la sopravvivenza dell’umanità (107).

Al di là

Il punto di partenza per oltrepassare l’individualismo è l’amore che sollecita il singolo a uscire da sé stesso per muoversi verso l’altro poiché, ricorda il Papa, “siamo fatti per l’amore e c’è in ognuno di noi ‘una specie di legge di estasi’: uscire da se stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere” (88). Ma, questo “andare”, deve superare la coppia, la famiglia o il piccolo gruppo poichè “i gruppi limitati al noi sono forme idealizzate di egoismo e di mera auto-protezione” (89) e inoltre ci frenano e ci bloccano anche nel comprendere noi stessi. Pure “la mia relazione con una persona che stimo non può ignorare che quella persona non vive solo per la sua relazione con me, né io vivo soltanto rapportandomi con lei. La nostra relazione, se è sana e autentica, ci apre agli altri che ci fanno crescere e ci arricchiscono” (89).

Il valore unico dell’amore e la progressiva apertura all’amore

La dinamica che consente l’apertura verso gli altri è la carità; senza questa, tutte le altre virtù risultano traballanti e vulnerabili. Ebbene, ribadisce il Papa, “la statura spirituale di un’esistenza umana è definita dall’amore” (92) che deve incoraggiarci a ricercare il meglio per il prossimo, disgiunto da ogni egoismo, poiché reputiamo l’altro e lo stimiamo un enorme valore prescindendo delle apparenze fisiche o morali e dalle etnie, dalle società e dalle culture (cfr. 95). Ciò vale non solo per i rapporti personali ma anche nelle relazioni e comunicazioni tra le regioni e le nazioni (cfr. 95). E’ uno stile che deve animare ogni collettività e ogni società spronando ad accogliere tutti con sollecitudine e dedizione (cfr. 96) concretizzando l’affermazione del Signore Gesù: “Voi siete tutti fratelli” (Mt. 23,28).

Società aperte che integrano tutti

Una società, è aperta e disponibile, quando integra tutti, non unicamente territorialmente ma particolarmente “esistenzialmente” superando il subdolo virus del razzismo (cfr. 97) che contagia tanti nei rapporti con lo straniero e con le persone con disabilità avvertite come zavorra, oppure gli anziani ritenuti un impaccio e un ingombro scordando il “singolare apporto al bene comune che comunicano attraverso la propria originale biografia” (98). Spesso “vengono trattati come corpi estranei della società”(98) e poco è riconosciuta la loro  dignità.

 Comprensioni inadeguate di un amore universale 

L’amore, per il Papa, deve porre alla base l’ “amicizia sociale” che superi “le categorie di prima e di seconda classe, di persone con più o meno dignità e diritti” (99) che in nome della globalizzazione ed osservando un universalismo autoritario e astratto, spesso domina, depreda e omogenizza, distruggendo pure le peculiarità di un popolo. Ricorda Francesco: “C’è un modello di globalizzazione che ‘mira consapevolmente a un’uniformità unidimensionale e cerca di eliminare tutte le differenze e le tradizioni in una superficiale ricerca di unità. (…) Se una globalizzazione pretende di rendere tutti uguali, come se fosse una sfera, questa globalizzazione distrugge la peculiarità di ciascuna persona e di ciascun popolo” (100). “Dobbiamo vivere in pace e armonia – ammonisce il pontefice – ma senza essere tutti uguali” (100).

 Andare oltre un mondo di soci

Ritornando alla parabola del buon samaritano ed esaminando nuovamente gli atteggiamenti dei personaggi, il Papa si chiede: “Quale reazione potrebbe suscitare oggi questa narrazione, in un mondo dove compaiono continuamente, e crescono, gruppi sociali che si aggrappano a un’identità che li separa dagli altri? Come può commuovere quelli che tendono a organizzarsi in modo tale da impedire ogni presenza estranea che possa turbare questa identità e questa organizzazione autodifensiva e autoreferenziale?” (102). Tranne che nel samaritano “la parola ‘prossimo’ perde ogni significato, e acquista senso solamente la parola ‘socio’, colui che è associato per determinati interessi” (102).

Libertà, uguaglianza e fraternità

L’eclisse della fraternità pregiudica anche i valori della libertà e dell’uguaglianza, poiché riduce la prima ad “una condizione di solitudine, di pura autonomia per appartenere a qualcuno o a qualcosa, o solo per possedere e godere” (103). E, la seconda, a puro astrattismo (cfr. 104). Unicamente una società fraterna promuoverà l’educazione al dialogo che sconfigge “il virus dell’individualismo radicale” (105) consentendo ad ogni individuo di offrire il meglio di sé.

 Amore universale che promuove le persone

Punto di partenza per promuovere la fraternità universale è il “rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona, sempre e in qualunque circostanza” (106), ossia va dichiarato e riconosciuto il valore di ogni individuo indipendentemente da ogni situazione o luogo di nascita. Principio spesso ignorato poiché spesso si ritiene che le opportunità hanno origine dal singolo. Ciò, ovviamente è falso, per le persone e le famiglie fragili o povere (cfr. 108/109) soprattutto nelle società che si reggono primariamente sui criteri dell’efficienza e della libertà di mercato. Ebbene, ammonisce il Papa, “parole come libertà, democrazia o fraternità si svuotano di senso” (110), pure dove si tende “verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali – sono tentato di dire individualistici –, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico” (111). E, ciò, spesso è sorgente di conflitti e di violenze. La soluzione è “uno Stato presente e attivo, e istituzioni della società civile che vadano oltre la libertà dei meccanismi efficientisti di certi sistemi economici, politici o ideologici, perché veramente si orientino prima di tutto alle persone e al bene comune” (108).

Promuovere il bene morale

“Il desiderio e la ricerca del bene degli altri e di tutta l’umanità implicano anche di adoperarsi per una maturazione delle persone e delle società nei diversi valori morali che conducono ad uno sviluppo umano integrale” (112). Se non si tramandano i valori, mette in guardia il Papa, e l’esperienza degli ultimi anni lo insegna, “si trasmettono l’egoismo, la violenza, la corruzione nelle sue varie forme, l’indifferenza e, in definitiva, una vita chiusa ad ogni trascendenza e trincerata negli interessi individuali” (113).

Il valore della solidarietà

Nella trasmissione della solidarietà come virtù morale e come atteggiamento sociale, un ruolo rilevante è promosso “dalla formazione” che coinvolge molteplici soggetti: dalla famiglia interpellata alla missione educativa primaria e imprescindibile, alla scuola, dai centri di aggregazione infantile e giovanile ai mezzi di comunicazione sociale (cfr. 114). La solidarietà si esprime concretamente nel “farsi carico degli altri”. Cosa significa? “Guardare sempre il volto del fratello, toccare la sua carne, sentire la sua prossimità fino in alcuni casi a ‘soffrirla’ ” (115). Per questo “il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone” (115). “La solidarietà” che il Papa definisce: “una parola che non sempre piace; direi che alcune volte l’abbiamo trasformata in una cattiva parola”(116) deve oltrepassa i gesti di generosità sporadici per combattere le cause strutturali della povertà, della disuguaglianza, della mancanza di lavoro, della terra e della casa, oltre che lottare contro la negazione dei diritti sociali e lavorativi (cfr. 116).

Riproporre la funzione sociale della proprietà

Tutti nasciamo con la stessa dignità; di conseguenza tutti devono possedere le opportunità per condurre una via degna al di là del luogo di origine, del colore della pelle o della religione che professa. Ciò pone il problema sulla destinazione dei beni creati (cfr. 118/119). Il Pontefice ferma l’attenzione particolarmente sulla proprietà privata affermando, come i suoi predecessori, che essa non è un diritto assoluto ma secondario, che deve porre alla base il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti. Attenzione quindi, avverte il Papa che i diritti secondari non prevalgano su quelli primari (cfr. 120).

 Diritti senza frontiere

I diritti sono senza frontiere di luogo o di genere (cfr. 121). E qui Francesco rivolge l’attenzione al mercato, dichiarando che la libertà d’impresa e di mercato non possono prevalere sui diritti dei poveri e dei popoli, come pure va rispettato l’ambiente da amministrare a beneficio di tutti. Un ruolo importante è svolto dagli imprenditori, definiti “dono di Dio”, avendo il compito di superare le miserie e orientare le persone al progresso (cfr. 123)

 Diritti dei popoli

ll principio della destinazione comune dei beni della terra va applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse. In questa prospettiva, evidenzia il Papa, “possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo” (n. 124). “Anche la mia Nazione – prosegue Francesco – è corresponsabile del suo sviluppo” accogliendo lo straniero in Nazioni diverse da quelle di origine, oppure promuovendo lo sviluppo delle altre terre, con l’attenzione di non svuotarle delle loro risorse naturali (cfr. 125). In quest’ottica, il Pontefice richiama la riflessione su “un’etica delle relazioni internazionali” che comporta, in alcuni casi, di intervenire sul debito che può compromettere la sussistenza e la crescita dei Paesi più poveri (cfr. 126).

Don Gian Maria Comolli

(terza continua)

TESTO “TUTTI FRATELLI”

RIASSUNTO CAPITOLI PRECEDENTI