“FRATELLI TUTTI”. ENCICLICA SULLA FRATERNITA’ E L’AMICIZIA SOCIALE (7) – Capitolo VII. PERCORSI DI UN NUOVO INCONTRO (225-270)

By 18 Giugno 2022Pillole di saggezza

Il settimo capitolo espone il valore e la promozione della pace strettamente congiunta alla verità, alla giustizia e alla misericordia.

Ricominciare dalla verità

Ogni processo per raggiungere una pace consapevole e duratura, e non unicamente un ambiguo accordo, che il Papa specifica il risultato di “diplomazie vuote, discorsi doppi, buone maniere che nascondono la realtà” (226) è duro, arduo e faticoso. Il primo passo da compiere è la ricerca della verità sulle origini della crisi poiché “solo dalla verità storica dei fatti potranno nascere lo sforzo perseverante e duraturo di comprendersi a vicenda e di tentare una nuova sintesi per il bene di tutti” (226). La verità, accompagnata dalla giustizia e dalla misericordia, deve chiarire ciò che è accaduto, evitando però, di condurre alla vendetta che genera violenza, odio e morte (cfr. 227).

 L’architettura e l’artigianato della pace

Il cammino verso la pace esige che tutti i protagonisti, consapevoli dell’apporto che possono fornire, ricerchino insieme un obiettivo condiviso dopo l’identificazione del problema e delle difficoltà (cfr. 228). Importante, inoltre, è il senso di appartenenza dei vari soggetti poiché li stimola all’impegno, come pure la convinzione dell’irrinunciabilità dell’unione per una società. Il Papa concretizza questo clima evidenziando ciò che accade nella famiglia dove tutti contribuiscono ad un progetto comune ma senza annullare l’identità dell’individuo, dove il legame che si instaura non evita il litigio ma consente immediatamente alla conciliazione (cfr. 230). Nella società, ognuno deve sentirsi “a casa” e trasformarsi in un “artigiano di pace” con il suo stile quotidiano poiché la pace è un “artigianato” che coinvolge tutti e, ciascuno,  deve fare la sua parte comprese le istituzioni e i settori societari (cfr. 231).

 Soprattutto con gli ultimi

“L’artigianato del pace” non può scordare gli ultimi della società che molti definiscono “antisociali”, ma un motivo ci sarà. E’ la loro mancata inclusione sociale e l’impossibilità di sapersi soggetti attivi nei processi societari (cfr. 234). Ecco allora la riflessione di Francesco: “La pace non è solo assenza di guerra, ma l’impegno instancabile – soprattutto di quanti occupiamo un ufficio di maggiore responsabilità – di riconoscere, garantire e ricostruire concretamente la dignità, spesso dimenticata o ignorata, dei nostri fratelli, perché possano sentirsi protagonisti del destino della propria nazione” (233).

 Il valore e il significato del perdono

A questo punto, il Papa, introduce un altro termine intrinsecamente associato alla pace. E’ il “perdono” al quale, il pontefice, ridona il suo alto contenuto valoriale, superando la visione di chi lo valuta l’atteggiamento del debole o della persona priva di forza e di autorità (cfr. 236).

 Il conflitto inevitabile

Perdono e riconciliazione sono argomenti rilevanti nel cristianesimo e in altre religioni. Il Vangelo impone di perdonare “settanta volte sette” (Mt 18,22) e già, la prima comunità cristiana, era di esempio per pazienza, tolleranza e comprensione (cfr. 237/239). Ma, prosegue il Papa, nel Vangelo è presente un’ espressione di Gesù che sorprende: “Io non sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la spada. Sono venuto a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre, e nemici anche dell’uomo saranno quelli della sua casa.” (Mt 10, 34-36) “È importante – spiega il Papa – situarla nel contesto del capitolo in cui è inserita. Lì è chiaro che il tema di cui si tratta è quello della fedeltà alla propria scelta, senza vergogna, benché ciò procuri contrarietà, e anche se le persone care si oppongono a tale scelta” (240). Ebbene, il conflitto è inevitabile, ma non dobbiamo rinunciare ai principi.

 Le lotte legittime e il perdono 

Il Papa continua la sua disamina dichiarando: “Non si tratta di proporre un perdono rinunciando ai propri diritti davanti a un potente corrotto, a un criminale o a qualcuno che degrada la nostra dignità. Siamo chiamati ad amare tutti, senza eccezioni, però amare un oppressore non significa consentire che continui ad essere tale; e neppure fargli pensare che ciò che fa è accettabile. Al contrario, il modo buono di amarlo è cercare in vari modi di farlo smettere di opprimere, è togliergli quel potere che non sa usare e che lo deforma come essere umano. Perdonare non vuol dire permettere che continuino a calpestare la dignità propria e altrui, o lasciare che un criminale continui a delinquere” (241) poiché nessuna famiglia, nessuna etnia, nessun Paese avrà un futuro se aleggia l’odio o la vendetta (cfr. 242). Ebbene, occorre difendere “con forza” ma non “con la forza” i propri diritti e custodire la propria dignità mediante la metodologia del perdono.

 Il vero superamento

L’autentica riconciliazione non teme il conflitto, non fugge da esso ma lo supera e lo sconfigge con l’onesto dialogo fondato sulla giustizia e con trattative schiette, leali e trasparenti (cfr. 244/245).

 La memoria

Non ostacola il perdono nemmeno la “memoria” dei dolorosi misfatti della storia: dalla Shoah ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, dalle persecuzioni al traffico degli schiavi, dai massacri etnici ai molti episodi storici che ci fanno vergognare di essere uomini (cfr. 248). Perché ricordare? “Non possiamo permettere – afferma il Papa – che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno” (248). Fa molto bene fare memoria “anche se oggi è facile cadere nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato molto tempo e che bisogna guardare avanti” (249). “No – esorta Francesco – per amor di Dio! Senza memoria non si va mai avanti” (249). Altrettanto importante è fare memoria del bene, di chi ha scelto il perdono e la fraternità.

Perdono senza dimenticanze

A questo punto, il Papa, propone un interessante precisazione: “Il perdono non implica il dimenticare” (250) poiché alcuni fatti non possono essere negati, relativizzati o dissimulati. Chiaramente dobbiamo ricercare la giustizia ma senza essere travolti dalla vendetta, oltre che spezzare il circolo vizioso della violenza e frenare l’incremento delle forze di distruzione tutt’ora presenti nel mondo (cfr. 251). Il pontefice, inoltre, definisce il perdono libero e sincero che la persona può accordare “una grandezza che riflette l’immensità del perdono divino” (250).

La guerra e la pena di morte

Il Papa dedica l’ultimo paragrafo del capitolo a due situazioni estreme a cui si giunge rinunciando al dialogo e alla riconciliazione: la guerra e la pena di morte. Entrambe, ammonisce Francesco: “sono false risposte, che non risolvono i problemi che pretendono di superare e che in definitiva non fanno che aggiungere nuovi fattori di distruzione nel tessuto della società nazionale e mondiale” (255).

L’ingiustizia della guerra

La guerra, avverte il pontefice, “non è un fantasma del passato, ma una minaccia costante” (256) e rappresenta la negazione di tutti i diritti, una drammatica aggressione all’ambiente e il fallimento della politica e dell’umanità, e le decine di conflitti presenti nel mondo ce lo ricordano (cfr. 257). “Nel nostro mondo ormai non ci sono solo ‘pezzi’ di guerra in un Paese o nell’altro, ma si vive una ‘guerra mondiale a pezzi’, perché le sorti dei Paesi sono tra loro fortemente connesse nello scenario mondiale” (259). Per questo occorre l’impegno di tutti a scongiurare questa follia in ogni angolo del mondo. “A tal fine – afferma Francesco – bisogna assicurare il dominio incontrastato del diritto e l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato, come proposto dalla ‘Carta delle Nazioni Unite’” (257).

Negli ultimi anni tutte le guerre hanno preteso di avere una giustificazione, pure il Catechismo della Chiesa Cattolica autorizza la legittima difesa mediante la forza militare, come pure si vogliono giustificare indebitamente attacchi “preventivi” o determinate azioni belliche. Papa Francesco sottolinea con chiarezza che non esistono “guerre giuste” soprattutto di fronte al potenziamento negli ultimi decenni delle armi atomiche, biologiche e chimiche che possiedono un potere distruttivo incontrollabile colpendo molti civili innocenti (cfr. 258). “Dunque non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce” (258). E, per non rimanere nel teorico, il Papa invita a prendere contatto con il dolore delle vittime della guerra. “Rivolgiamo lo sguardo a tanti civili massacrati come ‘danni collaterali’. Domandiamo alle vittime. Prestiamo attenzione ai profughi, a quanti hanno subito le radiazioni atomiche o gli attacchi chimici, alle donne che hanno perso i figli, ai bambini mutilati o privati della loro infanzia. Consideriamo la verità di queste vittime della violenza, guardiamo la realtà coi loro occhi e ascoltiamo i loro racconti col cuore aperto. Così potremo riconoscere l’abisso del male nel cuore della guerra e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perché abbiamo scelto la pace” (261). Piuttosto – suggerisce il Papa – con il denaro che si investe negli armamenti, si costituisca un Fondo mondiale per eliminare la fame (cfr. 262).

 La pena di morte

L’ultima attenzione del Papa è riservata alla pena di morte che San Giovanni Paolo II nell’Enciclica “Evangelium vitae” (n. 56) l’aveva dichiarata inadeguata sul piano morale e non più necessaria sul piano penale, poiché “neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante” (269). Ebbene, la pena di morte, è inammissibile e la Chiesa si impegna affinché sia abolita in tutto il mondo come pure l’ergastolo che “è una pena di morte nascosta” (268). Il Papa amplia poi il discorso a tutto il percorso detentivo. Ogni violazione esige ovviamente una pena proporzionale alla gravità della trasgressione ma, questa, non può tramutarsi in vendetta. Serve invece accompagnare il detenuto nel suo percorso di guarigione e di reinserimento sociale oltre che garantirgli un idoneo e dignitoso trattamento carcerario (cfr. 268).

Don Gian Maria Comolli

(settima continua)

TESTO: FRATELLI TUTTI