QUARESIMA 2023: Un cammino verso la santità (6) – Combattimento, vigilanza e discernimento

By 3 Aprile 2023Attualità

Il quinto capitolo dell’Esortazione Apostolica di papa Francesco “Gaudete et exultate” riguardante “l’itinerario della santità”, termina il nostro cammino quaresimale nella settimana più importante dell’anno “quella SANTA”, evidenziando i pericoli e i rischi della vita cristiana, compresa la lotta contro il diavolo. Come reagire? Con il combattimento, la vigilanza e il discernimento.

Il combattimento e la vigilanza

La quotidianità, ammonisce il Papa, non può essere ridotta unicamente a «un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia» (159). E, neppure, a «una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via)» (159). È sempre «anche una lotta costante contro il DIAVOLO, il principe del male. Gesù stesso festeggia le nostre vittorie e si rallegrava – scrive il Papa – quando i suoi discepoli riuscivano a progredire nell’annuncio del Vangelo, superando l’opposizione del Maligno, ed esultava: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore” (Lc 10,18)» (159).

 Qualcosa di più di un mito

Per papa Francesco, come per i suoi predecessori, il diavolo è «un essere personale che ci tormenta» (160) e non soltanto «una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea» (161), poiché, «tale inganno, ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi» (161). Di conseguenza, unicamente «la convinzione che questo potere maligno è in mezzo a noi, ci permette di comprendere perché a volte il male ha tanta forza distruttiva. È vero che gli autori biblici avevano un bagaglio concettuale limitato per esprimere alcune realtà e che ai tempi di Gesù si poteva confondere, ad esempio, un’epilessia con la possessione demoniaca. Tuttavia, questo non deve portarci a semplificare troppo la realtà affermando che tutti i casi narrati nei vangeli erano malattie psichiche e che in definitiva il demonio non esiste o non agisce. La sua presenza si trova nelle prime pagine delle Scritture, che terminano con la vittoria di Dio sul demonio (…). Di fatto – continua il Pontefice – quando Gesù ci ha lasciato il “Padre Nostro” ha voluto che lo terminiamo chiedendo al Padre che ci liberi dal Maligno» (160). Dunque, il diavolo, descritto da Paolo VI, come «un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore è una terribile realtà, misteriosa e paurosa» (Nota 121).

 Svegli e fiduciosi

Qual è la maggiore astuzia del diavolo, si chiede Francesco? «La più grande astuzia del diavolo è convincerci che lui non esista. Inoltre, come affermava Tommaso Moro: “Quello spirito orgoglioso non può tollerare di essere canzonato”» (162). Da qui l’accorato appello del Pontefice ad essere «svegli e fiduciosi» (162). «La Parola di Dio ci invita esplicitamente a “resistere alle insidie del diavolo” (Ef. 6,11) e a fermare “tutte le frecce infuocate del maligno” (Ef. 6,16). Non sono parole poetiche, perché anche il nostro cammino verso la santità è una lotta costante. Chi non voglia riconoscerlo si vedrà esposto al fallimento o alla mediocrità» (162). Per combattere il diavolo, prosegue il Papa, «possediamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazione della Messa, l’adorazione eucaristica, la riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario (…). Se le trascuriamo ci sedurranno facilmente le false promesse del male, poiché, come affermava il santo sacerdote Brochero: “Che importa che Lucifero prometta di liberarvi e anzi vi getti in mezzo a tutti i suoi beni, se sono beni ingannevoli, se sono beni avvelenati?”» (162). Infine, Papa Bergoglio ricorda che in questo cammino: «lo sviluppo del bene, la maturazione spirituale e la crescita dell’amore sono il miglior contrappeso nei confronti del male» (163).

 La corruzione spirituale

Il diavolo, inoltre, è il fautore della corruzione spirituale definita come la «peggiore caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: dall’inganno alla calunnia, dall’egoismo all’autoreferenzialità» (165). Per rispondere a queste provocazioni sono fondamentali “l’esame di coscienza” e “una sana autocritica” per evitare una specie di stordimento o torpore che negano il peccato, cioè le gravi mancanze che si possono commettere contro la legge di Dio. Perduto “il senso del peccato”, le persone «non trovano niente di grave da rimproverarsi, non avvertono quella tiepidezza che a poco a poco si va impossessando della loro vita spirituale e finiscono per logorarsi e corrompersi» (164).

Il discernimento

Nella seconda parte del capitolo il Papa si domanda: «come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo?» (166). La sua risposta. «L’unico modo è il discernimento» (166). Un dono dello Spirito ma anche una caratteristica da coltivare mediante «la preghiera, la riflessione, la lettura, il buon consiglio» (166). Abbandonato il discernimento che il Papa ritiene “una sapienza”, soprattutto oggi, «possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento non corrispondendo alla volontà di Dio» (167). Ma attenzione, il discernimento «è necessario non solo in momenti straordinari, ci serve sempre per essere capaci di riconoscere i segni dei tempi di Dio e la sua grazia per non sprecare le ispirazioni del Signore…» (169). È nelle piccole cose semplici e quotidiane che si rivelano le ispirazioni del Signore e, il discernimento, ha come fondamento “un sincero esame di coscienza” da praticarsi quotidianamente. Papa Francesco prosegue evidenziando che il discernimento è sempre “una grazia”, anche se non esclude gli apporti delle sapienze umane, esistenziali, psicologiche, sociologiche o morali (cfr.170). A quale obiettivo deve condurci il discernimento? Risponde il Pontefice: «alla fonte stessa della vita che non muore, cioè “che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv. 17,3)» (170).

 Il discernimento richiede l’ascolto e la rinuncia ai propri schemi

Solo «chi è disposto ad ascoltare – afferma papa Francesco – ha la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale e insufficiente, alle proprie abitudini, ai propri schemi. Così è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze ma che lo porta a una vita migliore» (172). Questo «implica obbedienza al Vangelo come ultimo criterio, ma anche al Magistero che lo custodisce, cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per l’oggi della salvezza» (173). Non si tratta, però, di applicare ricette o di ripetere il passato, poiché «quello che era utile in un contesto può non esserlo in un altro. Il discernimento degli spiriti ci libera dalla rigidità, che non ha spazio davanti al perenne oggi del Risorto» (173).

 Discernimento e pazienza.

«Una condizione essenziale per il progresso nel discernimento è educarsi alla pazienza di Dio e ai suoi tempi, che non sono mai i nostri» (174), avvisa Francesco. E, «non si fa discernimento per scoprire cos’altro possiamo ricavare da questa vita, ma per riconoscere come possiamo compiere meglio la missione che ci è stata affidata nel Battesimo, e ciò implica essere disposti a rinunce fino a dare tutto» (174), non scordando che «Colui che chiede tutto dà anche tutto, e non vuole entrare in noi per mutilare o indebolire, ma per dare pienezza» (175).

Conclusione

Papa Francesco conclude l’Esortazione Apostolica indicando in Maria di Nazareth la donna «che ha vissuto come nessun altro le beatitudini di Gesù» (176).

Ecco l’auspicio di Francesco. «Spero che queste pagine siano utili perché tutta la Chiesa si dedichi a promuovere il desiderio della santità. Chiediamo che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito. Così condivideremo una felicità che il mondo non ci potrà togliere» (177).

Don Gian Maria Comolli