Leggiamo sul Secolo d’Italia del 21 dicembre 2025 questa notizia che ci lascia sbalorditi. “Tredici anni, i dubbi sulla sessualità, la richiesta della sorella, il sostegno dei genitori, il via libera dei giudici: e il bambino diventa bambina all’anagrafe, a un’età nella quale pure sulla scelta dei calzini si dovrebbe procedere con cautela. Invece l’ultima follia ‘gender’, di chi crede che si possa transitare da un sesso all’altro come si beve un bicchier d’acqua, arriva da La Spezia, dove si è concluso così l’iter iniziato nel 2021 per un ragazzino nato – secondo i genitori – con un corpo femminile che non gli apparteneva. La storia è stata raccontata dal Resto del Carlino e dal Corriere della Sera che raccontano come la sorella, il padre e la madre del soggetto in questione avrebbero assistito allo sviluppo della ragazzina con i tratti mascolini di un uomo. Il ricorso, la decisione: una sentenza del tribunale della Spezia che ha disposto la rettifica dell’atto di nascita e la possibilità dell’intervento”.

Perché ci lascia sbalorditi la notizia al di là delle sofferenze che dovrà subire? Perché fa nascere precisi interrogativi: quale grado di maturità può avere una tredicenne? Perché non ci si potrebbe anche sposare? O, più semplicemente, comprare casa?… E molte altre domande!
L’ideologia gender
Gli effetti della ideologia gender che si sta diffondendo nel mondo si stanno ripercuotendo drammaticamente sulle nuove generazioni come appunto è la “disforia di genere”.
Chiariamo subito che non stiamo occupandoci di patologie degli organi genitali non pienamente sviluppati, o ambigui, o con gravi difetti nello sviluppo anatomico (1 su 5000), quindi che comportano delle condizioni patologiche collegate a fattori di geni o di cromosomi, come avviene ad esempio nella “Sindrome di Turner”, ma stiamo trattando di una notevole e persistente identificazione nell’età puerile o adolescenziale con il sesso opposto, dove le persone si ritengono vittime di una sorta di “incidente biologico” che le ha imprigionate in un corpo incompatibile con l’identità di genere che vivono soggettivamente. I soggetti con la forma più estrema di disforia di genere possono essere descritti come transessuali.
Due sono le visioni di questo stato.
Il “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali” (DSM-V) nella versione del 2018 annovera la disforia di genere nell’ampio panorama dei disturbi mentali. Dello stesso parere è il “Collegio Americano dei Pediatri” che in un documento intitolato: “L’ideologia gender danneggia i bambini”, al n. 3 affermano: “La convinzione di una persona di essere qualcosa che in realtà non è costituisce, nella migliore delle ipotesi, il segno di un pensiero confuso. Quando un ragazzo altrimenti sano crede di essere una ragazza esiste un problema oggettivo che sta nella testa, non nel corpo, e dovrebbe essere trattato come tale” (Gender Ideology Harms Children, Originally published March 2016 – Updated September 2017).
Al contrario, la dottoressa Johanna Olson del Children’s Hospital di Los Angeles, esclude che questa situazione derivi da disturbi psichiatrici congeniti, evidenziando che il problema è causato dal mondo esterno e da come questo risponde ai ragazzi e agli adolescenti “confusi”. Alle stesse conclusioni giunse una ricerca “boicottata” di Lisa Littman della Brown University di Rhode Island ( Brown criticized for removing article on transgender study ).
Noi propendiamo, per la maggioranza dei casi, per questa seconda ipotesi, anche perché il 76-80% di adolescenti che accusano un’ ipotetica disforia di genere “guariscono da sé”, recuperano naturalmente e spontaneamente l’accettazione del proprio sesso biologico se non gli sono somministrati farmaci “blocca-pubertà”. Ciò significa che su dieci adolescenti cui è diagnosticata un’ ipotetica disforia di genere, diagnosi complessa e a volte controversa, sette o otto risolveranno il “disturbo” terminata l’età dello sviluppo. Due o tre, invece, continueranno a “sentirsi ingabbiati” in un sesso biologico che ritengono contrario rispetto alla loro presunta identità psicologica.
Un disturbo in aumento nel mondo
E’ questo un “disturbo” in veloce e costante aumento nei bambini, ragazzi e adolescenti prevalentemente nei Paesi Occidentali e Nord Americani.
Caso emblematico è il Regno Unito, dove nell’anno 2016 si contavano 97 casi (56 maschi – 41 femmine) di ipotetica disforia di genere aumentati nel 2024 a 2510 (704 maschi -1806 femmine); 45 sotto i 6 anni. Ogni settimana, inoltre, circa cinquanta fra bambini/ragazzi dai 4 agli 11 anni sono accompagnati dai genitori in centri specialistici. Nel 2021, i ragazzi/adolescenti sottoposti a iniezioni per arrestare la pubertà sono stati 800: alcuni avevano solo dieci anni. Ad altri sono stati somministrati ormoni per intraprendere il percorso di cambio di sesso. A detta del quotidiano inglese “The Daily Telegraph” la colpa è della propaganda degli adulti. “Alcuni educatori sono convinti che la promozione delle tematiche transgender nelle scuole ha seminato confusione nella mente dei ragazzi incoraggiandoli a dubitare sulla loro identità; tutto ciò è divenuto un’industria”.
In vari Paesi di fronte a ragazzi/e o adolescenti con presunta disforia di genere si adottano tre provvedimenti. Bloccare lo sviluppo puberale con farmaci; esaminare le loro condizioni psicologiche analizzando i fondamenti delle loro percezioni, supportandoli con trattamenti ormonali. Infine, in determinati casi, si procede alle modifiche chirurgiche dell’apparato genitale maschile o femminile con enormi problematiche non unicamente anatomiche e strutturali ma anche funzionali. Questo percorso si chiama “transazione” o “riassegnazione sessuale”.
Ma attenzione: questi sono passaggi medici e chirurgici che cambiano l’esteriorità del soggetto, però non modificano “l’interiorità” che resterà per sempre maschile o femminile, poiché il maschio conserverà in tutte le cellule del suo corpo i cromosomi XY e la femmina XX. Per questo è inattuabile la mutazione dell’identità biologica costituendo la pietra fondante e strutturale delle caratteristiche somatiche e funzionali di ogni donna e di ogni uomo.
La situazione italiana
In Italia, un ragazzo/adolescente su 9mila, è affetto da ipotetica disforia di genere, e al termine dell’adolescenza, il problema persiste a circa il 18% con accentuate diversità tra maschi e femmine. Un numero in aumento anche nel nostro Paese come ricorda il professor Maurizio Bini, ginecologo e andrologo che da molti anni dirige l’ambulatorio per la “transizione di genere” del Grande Ospedale Metropolitano “Niguarda” di Milano. “Ieri – afferma – si trattavano poche decine di casi l’anno; oggi le richieste sono aumentate in tutti i centri dal Nord al Sud”. Dai dati forniti al Congresso: “La popolazione transgender e gender non conforming” organizzato a Napoli presso l’Università Federico II nel 2022, si apprende che nella città partenopea dal 2005, quando si registrò in un anno un unico caso, siamo passati a trentacinque nel 2021.
Uso della “triptorelina” nei casi di ipotetica disforia di genere
Per completezza del discorso dobbiamo aggiungere anche un altro particolare: l’uso della “triptorelina”.
Nel 2013, l’Azienda Ospedaliera Universitaria “Careggi” di Firenze chiese l’autorizzazione all’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) per l’uso “off-label” della “triptorelina”, che inibisce la secrezione ipofisaria delle gonadotropine quali l’ormone luteinizzante (LH) e l’ormone follicolo-stimolante (FSH), ritardando di conseguenza lo sviluppo puberale dei ragazzi/e che soffrono di un eventuale disforia di genere.
Nell’aprile 2018 l’AIFA per superare lo scoglio dell’ “off-label” e autorizzare l’inserimento della triptorelina per questo uso tra i medicinali a carico del Sistema Sanitario Nazionale, chiese un parere al Comitato Nazionale di Bioetica (CNB).
Il 23 luglio 2018 fu comunicato il parere del CNB dal titolo: “In merito alla richiesta di AIFA sulla eticità dell’uso del farmaco triptorelina per il trattamento di adolescenti con disforia di genere (DG)”. L’uso del medicinale fu approvato dalla maggioranza dei membri.
Afferma il professor Maurizio Bini: “Lavoro in questo settore da trent’anni e ho trattato migliaia di casi. Ebbene, in una sola occasione ho ritenuto in coscienza di fare ricorso a questo farmaco. L’utilizzo della triptorelina è così delicato che, con i direttori degli altri tre centri lombardi di interesse nazionale abbiamo deciso di farvi ricorso solo dopo un consulto comune. Nessuno può prendersi da solo la responsabilità di bloccare lo sviluppo sessuale di un adolescente se non per motivi davvero gravi e importanti”.
Così commentò il parere de CNB il Centro Studi Livatino: “I pareri del CNB si sono sempre distinti per rigore scientifico e sono stati un riferimento autorevole per le tematiche bioetiche. In questo caso invece il CNB ha avallato un farmaco per un’indicazione che, come lo stesso comitato riconosce, non ha evidenze scientifiche a sostegno (l’astensione dei due rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità e del Consiglio Superiore di Sanità è significativa al riguardo), e mostra una serie di gravi controindicazioni, che comunque emergono dal documento. Esse, avrebbero dovuto far concludere per un ‘no’ a un percorso controverso e potenzialmente pericoloso per la salute fisica e psichica dei minori coinvolti. La cautela all’uso del prodotto esposta nelle ‘raccomandazioni’ somiglia troppo alla tecnica adoperata in talune leggi – per tutte, la 194/1978 – che, prospettando deroghe in ‘casi particolari’, in realtà introduce un cambio di regime con immediata applicazione a chiunque, in violazione del principio di precauzione”.
Di fronte a ciò che abbiamo affermato scaturisce un ultimo interrogativo: perché il CNB non ha seguito “le cautele” che richiedono le “Linea Guida di Buona Pratica Clinica” per i protocolli in età pediatrica?
Con Determina del 25 febbraio 2019, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 2 marzo 2019, il dirigente dell’area pre-autorizzazioni dell’AIFA ha inserito la molecola triptorelina fra i medicinali erogabili a carico del Servizio Sanitario Nazionale. La molecola TRP potrà essere somministrata ad adolescenti affetti da ipotetica disforia di genere allo scopo di procurare loro un “blocco temporaneo” dello sviluppo puberale, con l’ipotesi che ciò “alleggerisca”, in qualche modo, il “percorso di definizione della loro identità di genere”.
La scelta della “riassegnazione sessuale” investe aspetti fisici, psicologici, etici e religiosi, oltre che sovvertire la natura dell’essere creato da Dio e non auto-creato. Comporta, inoltre, un complesso percorso straripante di sofferenze che coinvolgono anche la famiglia e gli ambiti amicali. Ma tutto ciò porterà il soggetto alla felicità?
don Gian Maria Comolli
PER APPRFONDIRE IL CASO DI LA SPEZIA
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