Abbiamo perso il “BUON SENSO”

By 1 Marzo 2026Attualità

Negli ultimi decenni, è diventato sempre più evidente che il concetto di “buon senso” sta subendo una significativa erosione nella nostra società. Questa osservazione, purtroppo, non si limita a un fenomeno isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio di disconnessione sociale, intolleranza e mancanza di dialogo. Sebbene il “buon senso” possa apparire come una nozione semplice e scontata, la sua perdita ha implicazioni profonde e complesse che meritano un’attenta riflessione.

Il “buon senso” è tradizionalmente definito come la capacità di giudizio pratico e ragionevole in situazioni quotidiane. Esso implica un livello di intelligenza emotiva e sociale che ci permette di prendere decisioni informate, di valutare le conseguenze delle nostre azioni e di interagire con gli altri in modo rispettoso e costruttivo. Tuttavia, ciò che stiamo osservando oggi è una crescente tendenza a sostituire il ragionamento sano con emozioni estreme e reazioni impulsive.

Un esempio lampante di questa tendenza può essere riscontrato nel dibattito pubblico riguardante questioni sociali e politiche. Invece di impegnarsi in discussioni razionali e basate sui fatti, molti sembrano preferire approcci polarizzati, dove l’obiettivo principale è quello di vincere il dibattito piuttosto che cercare una comprensione reciproca. Le piattaforme digitali, che dovrebbero facilitare il dialogo, hanno invece amplificato le voci più estreme, creando bolle informatiche dove le persone interagiscono solo con coloro che condividono le loro opinioni. Questa dinamica non solo ostacola la possibilità di un confronto costruttivo, ma contribuisce anche alla diffusione di disinformazione, alimentando ulteriormente la confusione e l’ostilità.

In ambito educativo, la perdita del “buon senso” è evidente nelle modalità di apprendimento e insegnamento. Gli studenti sono spesso esposti a un’enorme quantità di informazioni, ma senza il giusto orientamento critico per discernere tra ciò che è valido e ciò che è fallace. La capacità di pensare criticamente e di analizzare le fonti diventa quindi un’abilità indispensabile, ma purtroppo sottovalutata. Inoltre, il sistema educativo spesso premia la memorizzazione di dati piuttosto che la riflessione profonda e il dialogo aperto, contribuendo così a formare individui che potrebbero eccellere in termini accademici ma faticare a utilizzare il buon senso nel mondo reale.

Un’altra area in cui il “buon senso” sembra mancare è nelle relazioni interpersonali. L’individualismo crescente, accentuato dalla cultura dei social media, ha portato a una diminuzione della empatia e della comprensione reciproca. Le persone si sentono più a proprio agio a esprimere opinioni forti, spesso senza considerare le implicazioni delle proprie parole sugli altri. Questo porta a conflitti inutili e a una polarizzazione che frantuma il tessuto sociale. Ciò pone domande fondamentali sulla nostra capacità di coesistere in un ambiente dove le differenze possono essere un punto di forza piuttosto che una fonte di divisione.

Anche nel contesto economico, la mancanza di “buon senso” si fa sentire. In un mercato sempre più competitivo, le aziende misurano il successo principalmente attraverso indicatori finanziari, trascurando spesso l’importanza dell’etica e della responsabilità sociale. La ricerca di profitti immediati può sostituirsi alla considerazione degli effetti a lungo termine delle decisioni aziendali, sia per l’ambiente che per le comunità locali. Questa visione ristretta non solo compromette la sostenibilità del business stesso, ma erode anche la fiducia del pubblico, creando un circolo vizioso di sfiducia e conflitto.

Di fronte a questa situazione, la rinascita del “buon senso” appare come un compito urgente. Innanzitutto, è necessario promuovere una cultura del dialogo e dell’ascolto. Le istituzioni educative dovrebbero incoraggiare la partecipazione attiva e il pensiero critico, formando cittadini consapevoli e capaci di discutere argomenti complessi senza cadere nella trappola della polarizzazione.

La perdita del “buon senso” è un problema complesso che richiede una risposta collettiva e multidimensionale. Dobbiamo recuperare la capacità di valutare razionalmente le situazioni, di ascoltare gli altri e di considerare le conseguenze delle nostre azioni. Solo così potremo costruire una società più coesa, giusta e rispettosa, in grado di affrontare le sfide del presente e del futuro.

Il “buon senso” non deve essere visto come una qualità obsoleta, ma come un valore fondamentale da preservare e rinnovare in ogni aspetto della nostra vita.

 

Don Gian Maria Comolli