L’ 11 febbraio 1984 san Giovanni Paolo II pubblicò la Lettera Apostolica “Salvifici doloris”, commentando la lacerante esperienza della sofferenza umana. Fu il primo documento di un pontefice che affrontò sistematicamente l’argomento.

Presentando il testo, il Papa, riassunse il significato: “Ho ritenuto opportuno e significativo nell’Anno Santo della Redenzione esortare tutti i cristiani a meditare, con più profondità e maggiore convinzione, sul valore insostituibile della sofferenza per la salvezza del mondo. Tale Lettera vuole essere di aiuto a guardare a Cristo crocefisso e accettare il ‘Vangelo della sofferenza’ con amore e coraggio nel disegno misterioso, ma sempre amoroso, della divina provvidenza. Infatti, ciò che per la ragione rimane inscindibile enigma, per la fede alla luce del Cristo morto e risorto diventa messaggio di elevazione e di salvezza” (9 febbraio 1984).

Dal Documento emergono due impegni.

-I sofferenti devono essere i “privilegiati” dalla comunità cristiana e la loro cura un impegno costante.

-Alla sofferenza umana va riservato un adeguato spazio nella catechesi e nell’ educazione alla fede.

Struttura della Lettera Apostolica

La Lettera è composta da 8 capitoli suddivisi in 31 paragrafi.

Nell’ introduzione si evidenzia che la Chiesa deve perseguire I’ incontro con l’uomo particolarmente “sulla via della sofferenza” essendo questa condizione inseparabile dall’esistenza della persona (cfr.: nn. 1-4): “il tema della sofferenza è un tema universale che accompagna l’uomo ad ogni grado della longitudine e della latitudine geografica: esso, in un certo senso, coesiste con lui nel mondo, e perciò esige di essere costantemente ripreso” (n. 2).

Nella seconda parte: “il mondo dell’umana sofferenza”, sono analizzati “i rapporti” tra la sofferenza e le altre dimensioni umane (cfr.: nn. 5-8).

Nella “terza parte”, il Papa, indaga sulle risposte da offrire al dolore, soprattutto quello dell’ innocente. Con questi paragrafi, san Giovanni Paolo II, corregge un’ opinione comune ma errata: il rapporto tra “peccato individuale” e “sofferenza” come punizione per le colpe commesse (cfr.: nn.9-13).

La “quarta parte” è intitolata: “Gesù Cristo: la sofferenza vinta dall’amore” (cfr.: nn.14-18). Il Cristo ha sconfitto definitivamente il peccato e la morte; dunque “la parola ultima e definitiva” non è loro ma del Messia. Ciò si realizzò percorrendo “un itinerario di amore”: Dio donò il suo Figlio al mondo ed Egli accettò l’atroce morte in croce.

Il contenuto della “quinta parte” è riassunto nell’intitolazione: “Partecipi delle sofferenze di Cristo” (cfr.: nn. 19-24). Il Papa, riferendosi ad alcuni brani delle Lettere di san Paolo, illustra sinteticamente “la teologia della croce e della gloria” per mostrare come si attua, anche oggi, la “partecipazione mistica” alla corporeità storica del Cristo sofferente.

La “sesta parte”, “Il Vangelo della sofferenza” (cfr.: nn. 25-31), mostra la rilevanza della testimonianza anche mediante I’ accettazione delle afflizioni personali e apostoliche. E, imitando l’esempio di Cristo, ogni uomo è invitato ad identificarsi con il “buon Samaritano” il soggetto della “settima parte” (cfr.: nn. 28-30) che indica che il Vangelo è I’antitesi della disperazione e della passività (cfr.: n.30).

L’ impegno per attenuare le afflizioni umane deve vincolare tutti, particolarmente chi opera nel settore sanitario (cfr.: n. 31).

La Lettera Apostolica è riassumibile in sei temi.

-Cos’è la sofferenza.

-Perché esiste la sofferenza.

-Cristo, mediante un gesto d’amore, presenta il significato della sofferenza.

-Il cristiano è invitato a condividere le sofferenze del Signore Gesù.

-“Vivendo” il Vangelo della sofferenza.

-“Assumendo” le caratteristiche del buon Samaritano.

Approfondimenti

 “IL MONDO DELL’UMANA SOFFERENZA”.

La vita è continuamente ricattata dalle tribolazioni, dai pericoli e dalla morte. Malattie, calamità naturali, minacce terroristiche, violazione dei diritti della persona, errori umani, rischio di autodistruzione causata da un eventuale guerra nucleare o “Terza Guerra Mondiale” non più “a pezzi” come più volte citato da Papa Francesco, sono sempre in agguato. Dunque, nessuna esistenza o epoca storica, sfugge al dolore!

Ognuno vorrebbe eliminare queste disavventure e sviluppare la sua esistenza senza intoppi poiché la sofferenza appare assurda. Di fronte a tali “illogicità” e alla quotidiana pervasa dalla fatica, dal dolore, dagli anni che scorrono velocemente, l’ uomo si interroga. Molti, come C. Bernard, affermano: “Non mi lamento di soffrire, ma di soffrire per nulla” (L. Jerphagnon, Le mal et l’esistence, Cerf, Paris 1955, pg. 139), oppure come J. Cotureau dichiarano: “Non credo in Dio. Se Dio esistesse sarebbe il male in persona. Preferisco negarlo piuttosto che addossagli la responsabilità del male” (Thomas l’imposteur, NRF, Paris 1923, pg. 78).

Il Papa, ben conscio dell’enigmaticità e dell’intangibilità del dolore, cita due considerevoli sofferenze profondamente radicate nell’umano: la “sofferenza fisica” (il dolore del corpo) e la “sofferenza morale” (il dolore dell’anima) (cfr.: n.5).

Evidenzia, poi, alcune “esperienze” di sofferenza presenti nell’Antico Testamento:

-la propria morte o quella dei figli, particolarmente i primogeniti e i figli unici;

-l’assenza di prole poichè con la propria dipartita tutto si conclude;

-la nostalgia per la Patria quando il popolo d’Israele fu esule a Babilonia;

-la persecuzione e l’ostilità dell’ambiente;

-la derisione e I’abbandono da parte degli amici e dei vicini;

-l’incomprensione della prosperità dei malvagi e dei patimenti dei giusti.

In queste pagine, anche se non citati esplicitamente, sono menzionati i vocaboli di “salute” e di “malattia” secondo l’accezione oggi più diffusa che illustreremo inseguito. Infine, salute e malattia, non sono eventi unicamente personali ma anche societari investendo le scelte della collettività e le sfide della comunione e della solidarietà (cfr.: n. 8).

“ALLA RICERCA DELLA RISPOSTA ALL’ INTERROGATIVO SUL SENSO DELLA SOFFERENZA”

Alcuni interrogativi riguardanti la sofferenza: “Che senso hanno le disavventure che mi hanno colpito? Che cosa ho commesso per essere castigato? Perché Dio mi punisce così duramente?…”. Domande complesse che coinvolgono lo stesso Dio!

Un esempio, tra i più espressivi, è Giobbe il giusto tormentato da innumerevoli avversità e sciagure. Il libro di Giobbe esordisce narrando la prosperità di questo uomo giusto (cfr.: 1,1-5) che, improvvisamente, s’interrompe ed è “messo alla prova” da orrendi e molteplici dolori (privato dei beni, dei figli e delle figlie e  soggetto di gravi malattie). Immediatamente, in Giobbe, scaturisce la domanda propria di ogni uomo: “Che colpe ho commesso? (cfr.: cap. 3). Tre conoscenti tentano di convincerlo che è gravato da disavventure conseguenze degli orrendi reati da lui commessi. Tutto è consentito da Dio, assolutamente giusto, per proteggere “l’ordine di giustizia” del cosmo. Giobbe, però, contesta queste affermazioni ritenendosi una vittima innocente ma, da credente, persevera nel confidare nell’Assoluto (cfr.: 42,2-4). Il dramma più intollerabile è “il silenzio di Dio”; attende una risposta e non si dà pace finché non l’ ottiene. E questa fiducia, alla fine, è vincente! Dio rimprovera i tre conoscenti e il racconto termina affermando: “(di nuovo) possedette quattordicimila pecore e seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. Ebbe anche sette figli e tre figlie (…). Dopo tutto questo, Giobbe visse ancora centoquarant’anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni” (42,12-16). Dunque, la sua sofferenza “innocente”, deve essere accolta come “mistero”, non avendo l’uomo la capacità di penetrare con la sua miserabile intelligenza questo meandro. Il Libro di Giobbe, osserva il biblista G. Helewa, mostra che “un individuo può soffrire, e soffrire molto, senza che per questo debba essere ritenuto in qualche modo colpevole e da Dio punito” (G. Helewa, Voce: Sofferenza  –  Approccio  biblico  (A.T.),  in  AA.  VV.,  Dizionario  di  teologia  pastorale  sanitaria, Camilliane, Torino 1997, pg. 1169). Anzi, “l’autore ha voluto farci assistere ad una metamorfosi: da grande sofferente alla ricerca di Dio quale era, Giobbe si è convertito in un grande credente che ha trovato il suo Dio” (Sofferenza – Approccio biblico (A.T.), op. cit., pg. 1700).

Quindi, Dio, è il “colpevole” o il “lontano” dalla sofferenza? La Dottrina cristiana  non approva l’interpretazione che escluda totalmente Dio dall’ argomento, anche se si è concordi nel riconoscere che il Creatore non è l’origine del dolore conseguenza del peccato originale e causato da svariate situazioni, come pure non condivide la “visione dolorista” che nel passato ha mitizzato le varie afflizioni della vita. La tendenza attuale è di celebrare il pregio e la grandezza della vita e della salute. Da qui, l’obbligo morale, della tutela del proprio ben-essere, anche se, sottolinea il Papa, pure i patimenti sono impregnati di significati. Ma per intuire ciò è basilare fissare lo sguardo alla “rivelazione dell’amore divino” manifestato pienamente nell’Incarnazione.

GESÙ CRISTO: LA SOFFERENZA VINTA DALL’AMORE”

Questa parte ci indirizza alla nascita di Cristo, descritta da san Giovanni Paolo II citando il testo dell’evangelista Giovanni: “Dio infatti ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv. 3,16). Dio, dunque, offre al mondo il Figlio che non abolisce la sofferenza ma le conferisce un inedito contenuto. E, il Cristo, lo ha compreso pienamente, infatti nella sinagoga di Nazaret esordì leggendo un brano del profeta Isaia ed affermando che la profezia si realizzava: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con I’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc. 4,18-19). Sostengono i teologi M. Flick e Z. Alszeghy: “Cristo è il Liberatore, Cristo è il Guaritore; Cristo è colui che viene a liberare la creazione dalla servitù del peccato che I’ha coinvolta e viene a ricostruire il ‘disegno prioritario’ della creazione; Cristo è colui che assumendo la natura umana dà un significato al dolore” ( Il mistero della croce, Morcelliana, Brescia 1978, pg. 155).  Il Messia ha liberato l’uomo dalla schiavitù, dalla sofferenza e dalla malattia, ridonandogli gli equilibri della salute fisica e morale e del rapporto con Dio, con gli altri e con il creato. L’essenza della riflessione del Papa è il seguente: nel mondo sono presenti la sofferenza e il male essendosi troncato I’equilibrio tra I’uomo e se stesso, tra uomo e uomo, tra uomo e cosmo, tra uomo e Dio. Ciò è riconducibile al “peccato originale”. Spiega Helewa: “Dal racconto della creazione, traspare l’ intenzione di scagionare il Creatore e di non fare risalire, alla creazione come tale, le disarmonie che rendono penosa I’esistenza umana. L’uomo soffre perché, allontanandosi da Dio, si è procurato questa disgrazia: è espulso dal giardino, (cfr.: Gn. 3, 23) ossia non è più nella condizione di avvalersi di un rapporto integro con iI suo Creatore (…).Cedere alla lusinga del tentatore (cfr.: Gn. 3,1-7) è più che un errore mentale: è una ribellione a Dio, la hybris di una creatura che si rifiuta di gestire come tale i propri giorni. Genesi, dunque, dei mali che proliferano nella storia e pesano sull’essere umano è la tremenda realtà del peccato” (Cfr.: Sofferenza – Approccio biblico (A.T.), op. cit., pp. 1664-1665).

Cristo, assumendo il dolore e la morte, situazioni comuni a tutti gli uomini, divenne realmente “uno di noi” ma, con la sua divinità, spezzò la tragica frontiera del dolore, fecondò il soffrire, schiuse il morire all’alba della risurrezione. Da ciò scaturì “la rinnovata umanità dei figli di Dio” (cfr.: Rm. 6,6) e la “nuova Gerusalemme”, quando dalla terra rigenerata si affaccerà un “inedito cielo” (cfr.: Ap. 21,1-2) e nascerà, come da un parto sofferto, la “nuova creazione” (cfr.: Rm. 8,19-22).

Questo è l’ annuncio del cristianesimo, l’unica religione che presenta Dio coinvolto “in prima persona” nella salvezza dell’uomo. La redenzione è un gesto di amore totale poichè il Creatore liberò l’uomo “non da lontano” o dall’esterno della storia, ma “dal di dentro” e da vicino, condividendone il suo destino. Il Signore Gesù, afferma il Papa, con la croce ha mozzato il male alla radice (cfr.: n. 13). Puntualizza il cardinale G.F. Ravasi che l’esperienza del male rimane “ ‘si’  angosciante come un carcere, ma l’ingresso del Figlio di Dio in questo carcere segnò una svolta: esso non è sbarrato per sempre, in un’immanenza che si consuma in se stessa, ma viene aperto per un ‘oltre’ ” (G.F. Ravasi, Sulle tracce di un incontro. Soglie del mistero per credenti in cammino, San Paolo, Milano 2011, pg. 81).

“PARTECIPI DELLE SOFFERENZE DI CRISTO”

Nella quinta parte, san Giovanni Paolo II sostiene che la sofferenza dell’uomo, condividendo quella redentiva di Cristo, è rilevante “per tutti”, per la società e per il mondo. La sofferenza “offerta” è un capitale che la persona consegna a Dio per le esigenze del cosmo e per la salvezza di altri uomini. Un patimento donato anche se il corpo è profondamente ferito, totalmente inabile, incapace di agire, costituisce un’espressiva lezione per i sani e si trasforma in fonte redentrice.

Il riferimento di questa “partecipazione” è la “teologia” di san Paolo ed ha come nucleo centrale l’incorporazione a Cristo e le sue conseguenze. Essendo il battezzato porzione di un “unico corpo” con il Signore Gesù, i suoi e nostri patimenti ora sono eguali; di conseguenza, anche il dolore dell’uomo, assume un pregio di espiazione. Dunque, la redenzione di Cristo è incompleta? “No”, risponde il Papa; “questo significa solo che la redenzione, operata in forza dell’amore soddisfattorio, rimane costantemente aperta a ogni amore che si esprime nell’umana sofferenza. In questa dimensione – nella dimensione dell’amore – la redenzione già compiuta fino in fondo, si compie, in un certo senso, costantemente” (n.24). Per comprendere il pensiero dobbiamo compiere tre passaggi.

Dalla sofferenza di Cristo alla sofferenza del cristiano. Alcuni brani di san Paolo pongono in un rapporto consequenziale la sofferenza del Cristo e quella del cristiano: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col. 1,24). “Infatti come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione; come siete partecipi delle sofferenze così lo siete anche delle consolazioni” (2Cor. 1,5-7); (cfr. anche 2Cor. 4,8-10; Rm. 12,1).

L’incorporazione a Cristo e le sue conseguenze. E’ questo un argomento cardine della teologia paolina ha come punto di riferimento la Seconda Lettera ai Corinzi (cfr.: 12,12-13,27) riguardante la riflessione sul corpo e sulle sue membra e la Lettera ai Romani (cfr.: 6,3-5) che esamina la rilevanza del battesimo che nei primi secoli del cristianesimo era amministrato per “immersione”. Il battezzato “riemergeva” dall’acqua “rinato a vita nuova”, cioè era, a quel punto, tutt’uno con “il corpo di Cristo” e, di conseguenza, destinato alla risurrezione e alla vita eterna.

La valorizzazione delle sofferenze “in” Cristo. Essendo ora l’uomo “un unico corpo con Cristo”, le sofferenze del Signore Gesù e quelle del battezzato sono conformi. Il sacrificio di Cristo “è completo” ma la sofferenza dell’uomo si trasforma in “espiatrice” quando la persona è “unita a Lui”.

IL VANGELO DELLA SOFFERENZA”

Nella sesta parte, il Papa, ripropone nuovamente e più intensamente alcune nozioni già espresse precedentemente.

-Gesù ha profondamente aderito al dolore dell’uomo soffrendo fisicamente, psicologicamente e spiritualmente: invocò il conforto umano (cfr.: Mt. 26,36-40); nel Getsemani ebbe paura e pianse (cfr.: Mt. 26,42-43); colto dall’angoscia sudò sangue (cfr.: Lc. 22,39). Inoltre, non nascose agli apostoli, l’ineluttabilità della sofferenza (cfr.: Lc. 9,23; Mt. 7,13-14; Gv. 15, 18-21). Il Signore Gesù, dunque, proclamò ma soprattutto visse il “Vangelo della sofferenza”, vivificato nella storia dall’esistenza eroica di uomini e di donne che accolsero pene ed afflizioni per  Cristo e per la diffusione del Regno.

-Accanto a Cristo fu sempre presente la Madonna nella quale “numerose ed intense sofferenze si assommarono in una tale connessione e concatenazione, che furono prova della sua fede incrollabile” (n. 25). E sul Calvario raggiunse il vertice del dolore. Oggi Maria è accanto teneramente e maternamente a ogni dolore umano consolando e infondendo speranza.

-Il “Vangelo della sofferenza” illuminò, inoltre, la malattia di alcuni santi trasformandola in opportunità di conversione e di santificazione. Ne sono esempi, tra i molti, san Francesco d’Assisi e sant’Ignazio di Loyola che nell’ infermità individuarono “una nuova misura di tutta la propria vita e della propria vocazione” (n. 26).

-Il “Vangelo della sofferenza” sollecita, infine, a oltrepassare l’impressione di infruttuosità che alcune situazioni d’infermità o di disabilità possono comportare, poichè “il sofferente non solo è utile agli altri ma adempie un servizio insostituibile (…). Le sofferenze umane, unite con la sofferenza redentrice di Cristo, costituiscono un particolare sostegno per le forze del bene, aprendo la strada alla vittoria di queste forze salvifiche” (n.21). Infatti “quanto più l’uomo è minacciato dal peccato, quanto più pesanti sono le strutture del peccato che porta in sé il mondo d’oggi, tanto più grande è l’eloquenza che la sofferenza umana in sé possiede. E tanto più la Chiesa sente il bisogno di ricorrere al valore delle sofferenze umane per la salvezza del mondo” (n.27).

IL BUON SAMARITANO

Il “Buon Samaritano” è l’esempio per chi assiste e cura il malato! Nel racconto evangelico si afferma semplicemente che la vittima dell’aggressione era un uomo, “un volto umano”, come quelli che incontriamo quotidianamente.

Come agì il Samaritano? San Luca elenca tre azioni: “lo vide”, “ne ebbe compassione”, “gli si fece vicino” (cfr.: 10,22). Il Signore Gesù, con questa parabola, “insegna la carità concreta” chiarendo: chi mendica l’intervento, che cosa domanda e come rispondere a questi appelli. Scrive il Papa: “La parabola del buon Samaritano appartiene al Vangelo della sofferenza. Essa indica, infatti, quale debba essere il rapporto di ciascuno di noi verso il prossimo sofferente. Non ci è lecito passare oltre con indifferenza, ma dobbiamo fermarci accanto a lui. Buon Samaritano è ogni uomo che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque esso sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità (…). Buon Samaritano è in definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di qualunque natura essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette il suo cuore, ma non risparmia neanche i mezzi materiali. Si può dire che dà se stesso, il suo proprio ‘io’, aprendo questo ‘io’ all’altro. Tocchiamo qui uno dei punti-chiave di tutta l’antropologia cristiana. L’uomo non può ‘ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé’ – cfr.: Gaudium et spes, 29 -. Buon Samaritano è I’uomo capace appunto di tale dono di sé” (n. 28).

Parafrasando la parabola, la Lettera Apostolica, illustra le molteplici azioni da compiere.

-ll nostro rapporto con il sofferente.

-Il servizio al malato è una vocazione.

-Le espressioni costitutive del servizio.

ll nostro rapporto con il sofferente.

La parabola espone chi è il prossimo: il fratello che sollecita il nostro soccorso e la nostra vicinanza. Il racconto indica, inoltre, il rapporto da stabilire con lui: una relazione suscitata e supportata dalla commozione: “Se Cristo, conoscitore dell’interno dell’uomo, sottolinea questa commozione, la commozione del samaritano, vuol dire che essa è importante per tutto il nostro atteggiamento di fronte alla sofferenza altrui. Bisogna, dunque, coltivare in sé questa sensibilità del cuore che testimonia la compassione verso il sofferente” (n. 28).

Il servizio al malato è una vocazione.

“Il dovere” è insufficiente; deve intersecarsi con l’amore che oltrepassi le leggi, le regole e i protocolli poiché servire il malato è una “vocazione”. Dunque, chiunque assiste i malati più che una “professione” svolge una “vocazione” ed una “missione”. Per questo san Giovanni Paolo II afferma: “Quest’attività assume, nel corso dei secoli, forme istituzionali organizzate e costituisce un campo di lavoro nelle rispettive professioni. Quanto è da buon Samaritano la professione del medico o dell’infermiere, o altre simili! In ragione del contenuto evangelico, racchiuso in essa, siamo inclini a pensare, qui, piuttosto a una vocazione che non semplicemente ad una professione (n.29).

Le espressioni costruttive del servizio.

“E le istituzioni che, nell’arco delle generazioni, hanno compiuto un servizio da samaritani, ai nostri tempi si sono ancora maggiormente sviluppate e specializzate. Ciò prova, indubbiamente, che I’uomo di oggi si ferma con sempre maggiore attenzione e perspicacia accanto alle sofferenze del prossimo, cerca di comprenderle e di prevenirle sempre più esattamente. Egli possiede anche una sempre maggiore capacità e specializzazione in questo settore” (n.29). Ma attenzione, “le istituzioni sono molto importanti e indispensabili; tuttavia, nessuna istituzione può da sola sostituire il cuore umano, la compassione umana; l’amore umano, l’iniziativa umana quando si tratti di farsi incontro alla sofferenza dell’altro” (n. 29). E san Giovanni Paolo II termina: “Guardando a tutto questo possiamo dire che la parabola del Samaritano del Vangelo è diventata una delle componenti essenziali della cultura morale e della civiltà universale umana. E pensando a tutti quegli uomini che, con la loro scienza e la loro capacità, rendono molteplici servizi al prossimo sofferente, non possiamo esimerci dal rivolgere al loro indirizzo parole di riconoscimento e di gratitudine” (n.29).

La parabola del Buon Samaritano, non può lasciare tranquillo e impassibile nessuno; infatti tutti possiamo agire affinchè si riduca la sofferenza e quella esistente riacquisti “dignità” e “significato” non unicamente soprannaturale ma anche umano (cfr.: n. 30).

CONCLUSIONE

Le parole conclusive del Papa al commento della parabola sono una valida sintesi della Lettera Apostolica, scritta da san Giovanni Paolo II stimolato anche da  sofferte esperienze personali: “Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a fare del bene con la sofferenza ed a far del bene a chi soffre. In questo duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il senso della sofferenza” (n. 31).

Don Gian Maria Comolli

TESTO DELLA LETTERA APOSTOLICA