CARO “DON” COMBATTIAMO INSIEME CONTRO LA LEGALIZZAZIONE DELL’EUTANASIA

Navigando per internet sono rimasto incuriosito da un sacerdote che in un’ intervista al quotidiano Il Manifesto esprimeva il suo favore alla legalizzazione dell’eutanasia: ha firmato per il referendum ed è totalmente allineato alle posizioni dell’Associazione Luca Coscioni: è don Ettore Cannavera. Queste opinioni di don Ettore mi hanno contemporaneamente incuriosito e rattristato; di conseguenza ho deciso di conoscerlo meglio. E’ un prete culturalmente preparato, tre lauree (Teologia, Pedagogia, Psicologia), e che ha vissuto gran parte del suo sacerdozio a contatto con gli “scarti della società”, più precisamente gli ex-detenuti, fondando nelle campagne del cagliaritano la Comunità “La Collina” che da oltre 25 anni è accanto ai giovani a cui il Magistrato di Sorveglianza concede una misura alternativa alla detenzione in carcere. Un’opera totalmente evangelica e di grande importanza sociale, riconosciuta anche dal Presidente della Repubblica che ha insignito il sacerdote  nel 2018 dell’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica Italiana. Però, la sua posizione a favore della legalizzazione dell’eutanasia non la condivido, per questo ho deciso di scrivergli una lettera aperta.

Reverendo dottore don Ettore Cannavera

Noi non ci conosciamo ma ho potuto ammirare la sua opera a favore degli ultimi della società, identificati nei carcerati o ex-carcerati. Anch’io da oltre quindici anni svolgo il mio servizio pastorale a contatto con un’ altra tipologia di “ultimi”, le persone affette da patologie psichiatriche in un Istituto gestito dai Padri Fatebenefratelli a Cernusco sul Naviglio (Mi) che ospita oltre 400 malati molti dei quali giovani. E pure queste persone, come i carcerati, anche oggi sono emarginate, rifiutate e segregate poiché i vocaboli che iniziano con il suffisso “ps” incutono sempre un ingiustificato timore. Ebbene, spariti i manicomi, non è scomparsa la manicomialità come modalità e stile di avvicinarsi e di rapportarsi con l’ altro. 

Guardando negli occhi questi miei “amici” smarriti, impauriti e confusi,  questi miei “fratelli” deboli e indifesi,  non posso accettare, mi scusi la franchezza, la superficialità con cui lei si è schierato a favore dell’eutanasia. Io, come più volte ho già manifestato, mi batterò con tutte le mie forze, per loro, affinchè questo orrore non sia legalizzato. Mi meraviglia molto che una persona della sua sensibilità ed elevatezza culturale non riesca a presumere il futuro, non perché possediamo delle “sfere di cristallo” per prevede il domani ma in base a ciò che sta avvenendo nei tre Paesi dove l’eutanasia è legale: Olanda e Belgio da vent’anni e Canada da sei.  Non riesca a comprendere che la stessa modalità che si vuole adottare in Italia è già stata sperimentata da questi tre Paesi. 

Prima la legalizzazione del suicidio assistito, poi dell’eutanasia per i casi più gravi, infine, con il trascorrere del tempo, “le maglie si sono allargate” e tutti i “paletti” sono saltati, e ora in molti la esigono per ogni tipologia di malattia e di disabilità, anche per i minori. Ma, peggio ancora, tanti sono vittime di questa barbaria e il loro ultimo grido straziante prima della “dolce morte” è: “non voglio l’eutanasia”. Ma, ormai, è troppo tardi!  Emblematico in Olanda, tra le centinaia di casi fu “la soppressione” di una donna di 74 anni affetta da demenza senile, episodio che portò in tribunale la dottoressa Catharina A., poi assolta dalla Corte Suprema Olandese. Cosa successe quel giorno? La signora, alcuni anni prima, aveva redatto un testamento biologico esigendo l’eutanasia se fosse stata ricoverata in una casa di riposo, ma specificò: “solo su mia richiesta, quando riterrò che sia giunto il momento”. La dottoressa, invece, in accordo con la famiglia, un giorno del luglio 2016 decise di “terminare” la donna. Drogò l’anziana versandole un sedativo nel caffè, ma dopo la prima delle tre iniezioni, la signora si svegliò, comprese quello che stava avvenendo e tentò di divincolarsi. Ma, lo spietato medico, nonostante le suppliche della paziente, supportata dai familiari, immobilizzò l’anziana e terminò la procedura di morte. Non possiamo dimenticare, inoltre, per quanto riguarda il Canada la legge BILL C-7 del 17 marzo 2021 che ha ampliato le opportunità di accedere all’eutanasia. Ora, per avvalersi della pratica eutanasica, non necessita più essere affetti da gravi malattie fisiche o accentuate disabilità, ma l’accesso è accordato a chi è sofferente di qualsiasi infermità o fragilità; anche la solitudine e l’isolamento. E, dall’11 marzo 2022, toccherà ai malati mentali. Queste cose, il suo “amico” Marco Cappato, non le racconterà mai! E, poi, se vogliamo allargare un po’ il discorso, non possiamo scordare quello che io definisco il “problema dei problemi” della nostra Nazione: l’inverno demografico. Poche nascite, una popolazione che invecchia, e ciò comporterà a breve, prima la riduzione e poi l’abolizione dell’attuale sistema sanitario “universalistico” come pure dovrà essere riformulato il sistema pensionistico. Delle proiezioni riguardanti il 2030 mostrano che l’assegno mensile del pensionato non potrà superare il 60% dell’ultima mensilità percepita da lavoratore.  Pertanto, quale soluzione migliore di avviare i più vulnerabili alla morte? L’eutanasia diverrà una “formidabile pressione” sugli “scarti della società”, dal momento che il malato, il disabile, il sofferente di patologie psichiatriche sono liberi solo formalmente, vivendo una condizione di totale fragilità esistenziale, psicologica e emotiva. Si pensi, esempio, alle sollecitazioni a “togliere il disturbo” che potrebbero essere esercitare su questi sofferenti colpevolizzandoli per i loro costi sociali.  Sa, caro don, con questa metodologia quanti risparmi si ipotizzano? Interessante è la storia di Francois e Anne Schiedts. Nel maggio 2015, questa coppia di ottantenni belgi, Francois (anni 89) e Anne (anni 86), dopo 63 anni di matrimonio decisero di darsi insieme una “buona morte preventiva” dopo aver salutato famigliari e amici. Così commentò la morte dei genitori uno dei tre figli,

Jean-Paul: “Capisco perfettamente l’atteggiamento dei miei genitori. Li sostengo. Sia per loro che per noi, loro figli, questa è la soluzione migliore. Se uno di loro dovesse morire, chi resta sarebbe così triste e totalmente dipendente da noi, diverrebbe per noi un grosso problema” (Dal sito internet: Moustique Magazine).

Da ultimo, caro don, noi siamo sacerdoti; di conseguenza è nostro dovere la fedeltà al Magistero della Chiesa e al Papa. E, come il Papa più volte ha chiesto l’accoglienza e l’apertura a ogni “forma di scarto” dagli immigrati ai carcerati e lei per salvaguardare questi ha giocato gran parte della sua vita, più volte ha anche definito l’eutanasia un crimine.  Ebbene, le chiedo con rispetto e umiltà, di schierarsi al mio fianco e a quello di chi ama questa tipologia di malati per tutelare gli oltre 800mila ricoverati in strutture socio-sanitarie affinchè un domani non abbiano, con la legalizzazione dell’eutanasia, amare e drammatiche sorprese.

Con cordialità.

Don Gian Maria Comolli