Il termine
La burocrazia è un termine che evoca sentimenti contrastanti. Da un lato, rappresenta l’organizzazione e l’ordine; dall’altro, è spesso sinonimo di rallentamenti e inefficienze. In un mondo in rapida evoluzione, i danni arrecati da un sistema burocratico rigido si fanno sempre più evidenti, influenzando non solo l’economia ma soprattutto la vita quotidiana dei cittadini e la loro visione di Stato.
Burocrazia e lavoro
Immaginiamo di voler avviare una piccola impresa. Dopo aver ideato un progetto promettente ci si imbatte in un labirinto di pratiche, permessi e normative. Ogni passaggio richiede tempo e documentazione e ciascun modulo è un ostacolo da superare. Questo processo, che dovrebbe stimolare l’imprenditorialità, diventa invece una fonte di frustrazione. Molti potenziali imprenditori si scoraggiano e rinunciano, perdendo occasioni preziose di innovazione e di crescita.
C’è poi il costo economico della burocrazia. Secondo diverse stime, le spese amministrative possono superare il 10% del PIL di un Paese. Questa cifra non comprende solo il tempo perso dai cittadini e dalle aziende, ma anche le risorse umane e finanziarie allocate a processi inutilmente complessi. La semplificazione delle procedure non è solo una questione di efficienza, ma un imperativo economico che potrebbe liberare capitali per investimenti più produttivi.
Burocrazia e cittadino
La burocrazia impatta a volte fortemente la vita di ogni singolo cittadino. Pensiamo, per esempio, all’accesso ai servizi pubblici. Quando una persona si trova ad affrontare una pratica sanitaria o un rimborso, spesso si scontra con lunghe attese, scartoffie e procedure complesse. L’inefficienza burocratica genera ansia e malcontento, trasformando l’interazione con le istituzioni in un percorso ad ostacoli. È paradossale che sistemi pensati per semplificare la vita possano, in realtà, complicarla fino ad uccidere. Potremmo evidenziare migliaia di casi. Tra i molti mi è venuto alla mente quello della piccola Francesca Pia, di cui vi racconteremo la storia essendo stata tra le “vittime” della burocrazia se non fosse intervenuta la determinazione di mamma Angela. Angela, 26 anni di Casal Velino, al quinto mese di gravidanza, soffriva dolorosi mal di testa; la diagnosi è drammatica: tumore al cervello. Doveva essere operata d’urgenza, oppure sottoporsi a trattamenti di chemioterapia e, di conseguenza, interrompere la gravidanza. Immediatamente la giovane donna affermò: “No, non se ne parla. Preferisco morire”. Scrisse pure a Papa Francesco: “Non si può chiedere a una madre di salvarsi ammazzando sua figlia”. Angela, non si arrese al destino, e dopo alcune ricerche scoprì l’esistenza di un robot, il “cyberknife” che eseguiva interventi di radiochirurgia. Questa metodologia, già utilizzata in varie nazioni, non avrebbe causato danni al feto. Il “cyberknife” è guidato da un computer in grado di orientare alte dosi di radiazioni in modo mirato. Ma, per inspiegabili motivazioni burocratiche, il macchinario, già collaudato era in possesso di varie strutture sanitarie italiane ma non avevano l’autorizzazione per utilizzarlo. La burocrazia si era impantana nelle secche dell’indolenza! Angela, quindi decise di farsi operare ad Atene, dove l’intervento riuscì perfettamente e la piccola Francesca Pia nacque nei tempi stabiliti per merito di una mamma davvero coraggiosa. Quella di Angela fu una vicenda che terminò positivamente ma quanti altri sofferenti sono quotidianamente schiavi di questo “squallido malcostume”?
Ce lo ricorda M. Melazzini, primario oncologo, malato di SLA, e presidente dell’AISLA (Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica) che nel testo “Malati inguaribili, persone da curare. Con 100 domande a Mario Melazzini e l’appello dei malati di SLA” (Ares, Milano) afferma: “la vita per molti fragili è come una patente a punti: se perdi qualche funzione, ti scalano i primi punti. A un certo punto, se perdi molte funzioni, finisci il credito e ti tolgono la patente di persona” (pg. 54).
Ogni giorno molti, molti, molti malati e disabili, devono quasi implorare di poter “essere liberi di vivere”. Pensiamo, ad esempio come già accennato, all’enorme iter burocratico, il più delle volte disumano, da percorrere per usufruire d’interventi essenziali e vitali. Il sofferente grave chiede di “essere libero di vivere”, e tutti, in teoria, siamo d’accordo; ma chi lo assiste, chi lo porta in giro, chi lo sostiene economicamente…? Attualmente, in Italia, nonostante le tutele Costituzionali e molteplici leggi, centinaia di malati e di disabili devono implorare di poter “essere liberi di vivere”, non essendo adeguatamente sorretti dallo Stato e dalla società civile ed essendo spesso “ostaggi” della burocrazia.
Burocrazia e rigidità culturale
Infine la burocrazia alimenta una cultura della rigidità. Le regole vengono interpretate in modo letterale e qualsiasi deviazione viene punita. Questo approccio non favorisce la creatività e l’adattamento, qualità essenziali in un periodo di cambiamento costante. Le organizzazioni, sia pubbliche che private, tendono a diventare macchine pesanti, incapaci di rispondere alle esigenze del mercato e della società.
I danni della burocrazia sono tangibili e insidiosi: rallentando il progresso, ostacolano l’innovazione e impoveriscono la vita quotidiana dei cittadini. È giunto il momento di affrontare questa sfida con determinazione, investendo in un futuro che privilegi la semplicità e l’efficacia, affinché burocrazia non significhi più inutili complicazioni ma, al contrario, un supporto reale allo sviluppo umano, sociale ed economico.
Eliminare la burocrazia è possibile?
Eliminare la burocrazia è un obiettivo ambizioso ma essenziale e irrinunciabile per il progresso della nostra società. Immaginate un mondo in cui le pratiche amministrative non ostacolano l’innovazione, dove le imprese possono prosperare senza essere soffocate da moduli infiniti e scartoffie dove le persone e le famiglie sono supportate nella loro qualità di vita?
È ora, anche se lo ripetiamo da decenni, di rompere le catene della burocrazia, o meglio il “cappio” che ci uccide come nazione e come società per
adottare mentalità agili. Dobbiamo costantemente esigere dalle Istituzioni di rivedere le loro pratiche, eliminando quanto è superfluo e valorizzando ciò che realmente conta. Insieme, ma solo se supereremo la nostra passività, possiamo costruire un futuro in cui ogni idea possa fiorire sana e robusta. Uniamoci allora per un cambiamento convinti che eliminare la burocrazia è impossibile m renderla più umana e utile “si”.
Ma attenzione. non unicamente sfornando leggi “sulla semplificazione” finora inutili, ma operando sulle “risorse umane”, partendo dai vertici fino a giungere agli addetti agli sportelli. E’ urgente superare le tendenze estremamente conservatrici, oltrepassare l’incomprensibile pignoleria e la fissicità del rigore formale, dominare la prepotenza che sta alla base di determinati comportamenti, educare allo spirito del servizio e all’utilizzo del “buon senso” che nasce unicamente da un dialogo tra persona e persona. Non tutti i burocrati sono incompetenti e arroganti, tanti sono intelligenti, competenti e comprensivi anche se, purtroppo, queste caratteristiche, il più delle volte, non sono frutto di un itinerario educativo ma di una personalità aperta e umana.
Dobbiamo comprendere che la riforma della burocrazia è una “vera e irrimandabile emergenza” dato che l’astio popolare è in continua crescita.
Un’ esperienza
Sfogliando gli archivi ho trovato un episodio significativo con il quale concludo. Alcuni anni fa a Perugia furono uccise due impiegate della regione umbra da parte di un uomo esasperato dalla burocrazia. Il giorno seguente M. Granellini nella rubrica “Buongiorno” (La Stampa 8.3.2013) scrisse una riflessione affinchè non sia troppo tardi. “Mi ha scritto la collega perugina di Margherita Peccati e Daniela Crispolti, le due impiegate (una precaria) della Regione Umbria uccise senza pietà da quell’uomo fragile e disperato che le aveva erette a simbolo di un sistema. E’ una lettera meravigliosa perché sorprendente. Ti aspetti il dolore per le vittime e lo trovi. Ti aspetti la paura che possa succedere di nuovo e la trovi. Ma ti aspetteresti anche il lamento contro chi ha alimentato questo clima, additando la pubblica amministrazione come luogo di ogni nefandezza, e invece non lo trovi”. Anziché crogiolarsi nel vittimismo – prosegue Granellini -, specialità nazionale, l’impiegata di Perugia scrive: “Se siamo percepiti come poco trasparenti, autoreferenziali e arroganti, forse dovremmo cercare di cambiare, prima che un’ondata di risentimento cieco e indistinto cambi noi, travolgendo tutto”. Il cambiamento, prosegue il giornalista, sono parole che andrebbero recitate a memoria come le tabelline, infatti “non arriverà dall’alto e nemmeno un grilleggiante deus ex machina lo potrà attuare, se non sarà la pubblica amministrazione a volerlo, trovando il coraggio di riempire di contenuti quanto sbandiera ma non attua, a cominciare dalla meritocrazia”. E, la signora aggiunge: “dobbiamo smetterla di sentirci altro dalla gente, magari anche un po’ superiori, per poi offenderci appena ci chiamano privilegiati”.
Conclude Granellini. “Cara signora, taccio il suo nome per non esporla a ritorsioni, ma persone come lei meriterebbero la prima pagina tutti i giorni. In quest’epoca di licenziamenti continui, anche da se stessi, è consolante imbattersi ancora in qualcuno capace di un’assunzione di responsabilità”.
Don Gian Maria Comolli