LE DOMANDE AL DON – Salute e Salvezza: un binomio inscindibile

By 19 Dicembre 2025Attualità

 

L’uomo spasmodicamente ricerca la salute; il cristianesimo ci parla anche di salvezza chiarendo che questo aspetto non riguarda unicamente l’eternità ma anche la quotidianità. Di conseguenza le chiedo: che differenza e che rapporto esiste tra i concetti di «salute» e di «salvezza»? Susanna.

LA RISPOSTA DEL DON

La salute non riguarda unicamente l’aspetto fisico della persona ma l’unitotalità dell’uomo; perciò possiamo concepirla come benessere esistenziale. Per salvaguardarla dobbiamo porre attenzione al corpo, alla psiche e allo spirito, affiancando ed intersecando il concetto di salute con quello di salvezza.

Negli ultimi decenni, la nozione di salute, ha assunto accezioni più ampie che in passato, assumendo connotazioni nuove: «Non si rapporta, infatti, unicamente a fattori fisici ed organici, ma coinvolge le dimensioni psichiche e spirituali della persona, estendendosi all’ambiente fisico, affettivo, sociale e morale in cui la persona vive ed opera. Un rapporto profondo è avvertito tra salute, qualità della vita e benessere dell’uomo» (Consulta Nazionale CEI per la Pastorale della Sanita’, La pastorale della salute nella Chiesa italiana, 1989, 6).

Sono pure sono mutate le sue caratteristiche e finalità, passando dalla concezione che curava prevalentemente la malattia ad un sistema che pone al centro la salute e di conseguenza la prevenzione, coinvolgendo nel processo la società. Dunque, la salute «allargata» riguarda l’aspetto individuale e societario della persona essendoci un rapporto vitale tra salute, autorealizzazione e pienezza dell’esistenza. Il bioeticista P. Cattorini interseca con il termine salute anche il concetto di libertà, definendola: «benessere o equilibrio psico-fisico, che rende possibile una positiva qualità del vivere ed un agile esercizio della libertà» (Beneficialità, alleanza, fiducia: oltre il paternalismo, in P. Cattorini – R. Mordacci -a cura di-, Modelli di medicina. Crisi e attualità dell’idea di professione, Vita e Pensiero 1992, 82).

La salute, di conseguenza, non è unicamente un sentirsi, ma soprattutto un esserci; un essere nel mondo con gli altri per svolgere attivamente le spettanze della propria vocazione. Ciò che preclude la realizzazione di questi obiettivi va ricondotto alla malattia che  «non è più configurabile come semplice patologia, rilevabile attraverso analisi di laboratorio, ma è intesa anche come malessere esi­stenziale, conseguenza di determinate scelte di vita, di spostamento di valori e di errate gestioni dell’ambiente materiale umano» (La pastorale della salute nella Chiesa italiana, op. cit., 6).

Questa concezione di salute, paradossalmente, diverge in parte con il pensiero più diffuso nel contesto societario attuale che puntando primariamente sull’apparire, identifica la salute con la forma fisica favorevole e l’ invidiabilità del corpo, che per alcuni è idolo e contemporaneamente ostacolo.

Nelle strade, cartelloni pubblicitari promettono benessere, nelle farmacie vari prodotti assicurano la giovinezza e le città sono invase da palestre, centri massaggio e  beauty center. Ma quando il corpo invecchia e si imbruttisce, colui che è privo di certezze, cultura e capacità critica, si abbandona alla disperazione e alla ribellione.

La salute del corpo è un dono importante come ricordava il libro del Siracide: «Non c’è ricchezza migliore della salute del corpo» (30,16a), ma non può porsi come finalità primaria ed esclusiva dell’esistenza. Immediatamente l’antico autore, aggiungeva: «E non c’è contentezza al di sopra della gioia del cuore» (Sir. 30,16b). Questo significa che la salute del corpo va salvaguardata e curata nell’ottica  dell’unitotalità.

Per il cristianesimo salute e salvezza si intersecano; non a caso i due vocaboli possiedono la medesima radice «salus», che significa totalità, pienezza e realizzazione.

La salvezza, a volte, la demandiamo esclusivamente all’aspetto spirituale, riferendola  unicamente al dopo-vita, mentre interessa sia la fede che le opere, cioè la quotidianità. Esorta san Paolo: «Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo» (Gal. 6,7-8).

Dunque, ci è chiesta un’esistenza, e di conseguenza, una fede operante e non oziosa, perché ognuno al termine della vita raccoglierà ciò che avrà seminato. «Tutto quello che fate, parole o azioni, tutto sia fatto nel nome di Gesù, nostro Signore e per mezzo di Lui, ringraziate Dio nostro Padre» (Col. 3,17).

Ogni azione, pur esprimendo valori temporali, contemporaneamente è anche un’ opera di salvezza; di conseguenza, i beni della vita temporale compresa la salute, va valutata nella prioritaria relazione con Dio. San Giacomo è più concreto affermando che il compimento della legge è la carità (cfr Gc. 2,1-10; 2,14-26). «Fratelli miei», si domanda, «che giova ad uno dire di aver la fede, se non ha le opere? Forse che quella fede potrà salvarlo?» (Gc. 2,14). No, perché la fede priva delle opere è morta, e giunge a paragonare colui che disgiunge la fede dalle opere ad un demone: «Tu credi che c’è un solo Dio? Fai bene; anche i demoni lo credono, e tremano» (Gc. 2,19).

Questo insegnamento mostra l’ingannano presente in colui che si ripromette la vita eterna pur vivendo una fede separata dalla quotidianità. E san Gerolamo aggiunge: «Ciò che la malattia e le ferite sono per il corpo, lo è il peccato per l’anima» (Dialogo contro Pelagio, III,11).

 J. Maritain, asseriva che l’uomo perviene all’ oblatività sociale nel trascendersi, sostenuto dalla fede nel Trascendente (cfr Nove lezioni sui primi fondamenti della filosofia morale, Morcelliana 1979, 262). J. Ratzinger nell’opera «Introduzione al cristianesimo» sottolineava che la spiritualità della vita, della risurrezione, della comunione con Dio e con l’umanità, troverà pienezza nel futuro e non nel passato, in un arricchimento di beatitudine proporzionale al progredire dell’unione dell’uomo con Dio in Cristo risorto e con gli altri uomini (cfr Queriniana 1968,184-186).

Ciò dimostra nuovamente che il concetto di salvezza assume un ampio significato, abbracciando la totalità dell’uomo.

Anche i miracoli di Gesù, pur intervenendo sulle realtà fisiche, possedevano un’ ampia valenza spirituale che si concretizzava nella remissione dei peccati. Il Messia, a tutti i sanati, donò salute e salvezza!

Don Gian Maria Comolli