
L’editoriale di questa settimana vuole commentare una frase di Thomas Hobbes (1588-1679) filosofo e matematico inglese, è tra i fondatori della filosofia politica moderna e autore del “Leviatano” dove appunto è presente questa frase (cfr. Leviatano, I, cap. XIII).
Se approfondiamo vari episodi riportati dalle cronache immediatamente avvertiamo l’attualità del monito di Hobbes poiché nell’epoca attuale, si assiste a una crescente percezione di conflitto diffuso che permea molteplici aspetti della vita sociale, politica ed economica. Questa realtà riflette una situazione in cui le relazioni umane sono caratterizzate da tensioni, competizione esasperata e mancanza di fiducia reciproca.
Analizziamo le cause, le manifestazioni e le conseguenze del fenomeno, nonché le possibili direzioni per un superamento delle divisioni.
Le radici della “guerra di tutti contro tutti” possono essere individuate in diversi fattori interconnessi.
In primo luogo, la globalizzazione, ha intensificato la competizione tra individui, gruppi e nazioni, generando un senso di insicurezza diffusa. Le trasformazioni tecnologiche rapide e l’instabilità economica hanno reso il futuro imprevedibile, alimentando la diffidenza e il sospetto. A ciò si aggiunge la crescente disuguaglianza sociale, che crea tensioni tra classi e categorie sociali, alimentando conflitti per il controllo delle risorse e dei privilegi.
Un secondo elemento di rilievo è la frammentazione politica e culturale che caratterizza alcune società contemporanee. Il pluralismo, sebbene potenzialmente fonte di arricchimento, spesso sfocia in una polarizzazione estrema, dove la ricerca del consenso diventa una sfida ardua. La diffusione di informazioni e disinformazioni attraverso i media, soprattutto i social network, contribuisce a consolidare visioni contrapposte e a minare il dialogo costruttivo. Questo scenario favorisce la nascita di antagonismi rigidi e la paralisi delle istituzioni democratiche, incapaci di mediare efficacemente tra interessi divergenti.
Ebbene, le conseguenze di questa “guerra di tutti contro tutti”, sono molteplici e di vasta portata. Sul piano sociale, si osserva un incremento della violenza, sia fisica che verbale, e una crisi delle relazioni interpersonali che dovrebbero essere basate sulla solidarietà e sulla cooperazione. Di conseguenza, i legami comunitari si indeboliscono, lasciando spazio all’individualismo esasperato e all’egoismo. Nel contesto lavorativo, la competizione spietata produce stress, insoddisfazione e perdita di motivazione, con ricadute negative sulla produttività e sul benessere generale. Sul piano politico, la conflittualità permanente mina la stabilità e la capacità di governo, alimentando sfiducia nelle istituzioni e apatia elettorale.
Per affrontare questa situazione, è irrimandabile una riflessione profonda e un impegno collettivo volto a ricostruire un senso di comunità e di responsabilità condivisa. La promozione di valori quali il rispetto, la tolleranza e la solidarietà deve divenire una priorità nelle politiche educative e culturali. È altresì fondamentale rafforzare la partecipazione democratica, favorendo il dialogo tra le diverse componenti sociali e politiche contrastando la diffusione di false informazioni. A livello economico importante perseguire modelli di sviluppo inclusivi che riducano le disuguaglianze e garantiscano opportunità equanimi a tutti.
La percezione di vivere in una “guerra di tutti contro tutti” rappresenta una sfida complessa che richiede un approccio integrato e a multilivello. Unicamente costruendo ponti anziché muri, e mediante un rinnovato impegno per il bene comune, sarà possibile superare le divisioni e promuovere una convivenza pacifica e prospera. La responsabilità di ognuno e di ogni istituzione dovrà operare con saggezza e coraggio per trasformare questo conflitto diffuso in un’opportunità di crescita e coesione sociale.
Don Gian Maria Comolli