NOI, GLI IMMIGRATI, L’ISLAM E L’EUROPA (2) – GLI IMMIGRANTI

By 22 Giugno 2026Attualità

Due sono le “tipologie” di immigrati: quelli regolari e quelli costretti dalla clandestinità all’accattonaggio.

Per quando riguarda i “regolari” condivido totalmente la riflessione di don V. Colmegna, già direttore della Casa della Carità “A. Abriani” di Milano, che ben descrive l’identikit di molti immigrati: «La maggioranza degli immigrati portano storie di vita radicalmente diverse dall’immagine dello straniero irregolare, clandestino e pericoloso. L’immagine che emerge dai nostri incontri è di persone con grande dignità, disposte a far di tutto – anche a stare in silenzio e in condizioni di sfruttamento – pur di lavorare, di vivere serenamente tra noi ed aiutare i famigliari qui o nella patria che hanno lasciato. A darci questa immagine positiva sono state le categorie più deboli della città, ad esempio, gli anziani soli e i disabili che hanno presentato domanda di regolarizzazione per i loro collaboratori domestici e ci hanno raccontato vicende di commovente dedizione» (Gli altri così vicini a noi, La Repubblica, 12 novembre 2022). Questi stranieri, si sono totalmente inseriti nel nostro contesto societario e sono essenziali per il presente e per il futuro, svolgendo le mansioni più umili, spesso rifiutate dagli italiani, come pure saranno basilari per la nostra economia a seguito della persistente crisi demografica. A loro, non è sufficiente affermare vieni, serve dirgli entra nella nostra società con il tuo contributo, così troverai posto oltre che nella nostra casa anche nel nostro affetto.

Accanto a questi troviamo gli immigrati costretti dalla clandestinità all’accattonaggio. La clandestinità è uno stato di debolezza del soggetto che potrebbe essere captato dalla criminalità organizzata trasformandosi in vittima-complice di più reati.

Perciò è indispensabile determinare la «misura del possibile», cioè «regolare il flusso migratorio nella visione del bene comune secondo criteri di equità ed equilibrio» affinché «gli inserimenti avvengano con le garanzie richieste dalla dignità della persona umana» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa 298). Ebbene, è obbligo dello Stato regolare il flusso migratorio in base alle reali possibilità di accoglienza. Offrire sempre una prima ospitalità, poiché i morti in mare sono un infame delitto a cui non possiamo rimanere indifferenti, e nello stesso tempo perseguire con durezza i trafficanti di essere umani che approfittando della sofferenza di questi poveri organizzano percorsi di morte, trattengono i loro documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie… trasformando il loro dolore in un affare. Papa Leone XIV, alcuni giorni fa nelle Isole Canarie colpito dalla violenza dei racconti ascoltati dalle voci dei migranti è stato durissimo  nei confronti dei trafficanti: “Dovrete comparire davanti alla giustizia divina”, perciò “convertitevi”. Contemporaneamente però lo Stato deve snellire le procedure burocratiche per il rimpatrio di chi non ha il diritto di rimanere.

L’evento migratorio impone anche il confronto culturale e religioso per questo: «L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del Paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2241). E’ quindi irrinunciabile educare lo straniero alla socialità, ai valori fondanti la nostra cultura e le nostre tradizioni, al rispetto delle leggi, alla conoscenza dei doveri e dei diritti, ribadendo con fermezza le regole basilari di ogni convivenza. La mancanza di volontà e l’incapacità nel difendere la nostra identità, rischia di farci ricevere in negativo quello che non sappiamo o non vogliamo offrire in positivo.  Ebbene, come affermato da Leone XIV alle Canarie, serve grande responsabilità da parte nostra e degli immigrati per tramandare il “patrimonio di una civiltà dell’amore”, in cui le migrazioni, come aveva già affermato nell’Enciclica “Magnifica humanitas” “possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli”. Non scordando che “tutti — in qualche modo — siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno” (12 giugno 2026).

Dunque, un’accoglienza, non a senso unico ma reciproca! Per facilitare l’integrazione dovremmo, a mio giudizio, agevolare chi condivide il nostro tessuto culturale, spirituale e sociale, come alcuni anni fa propose il cardinale G. Biffi. «In vista di una pacifica e fruttuosa convivenza, se non di una possibile e auspicabile integrazione, le condizioni di partenza dei nuovi arrivati non sono ugualmente propizie. E le autorità civili non dovrebbero trascurare questo dato della questione» (La città di San Petronio nel terzo millennio, EDB, 43).

Al cristiano, inoltre, è chiesto di proporsi come esempio per coloro che professano la nostra religione, facilitandoli anche nelle pratiche cultuali. Agli altri, con rispetto ed umiltà, è doveroso annunciare il Vangelo, illustrando il significato del nostro appartenere al Signore Gesù, unico vero salvatore dell’umanità. Ma per evangelizzare, ammoniva il cardinale Biffi, i cristiani «devono crescere sempre più nella gioiosa intelligenza degli immensi tesori di verità, di sapienza, di consolante speranza che hanno la fortuna di possedere: è un’effusione di luce divina, assolutamente inconfrontabile con i pur preziosi barlumi offerti dalle varie religioni e dall’Islam; e noi siamo chiamati a renderne partecipi appassionatamente e instancabilmente tutti i figli di Adamo» (La città di San Petronio nel terzo millennio, op. cit., 40).

Concludendo non possiamo scordare l’impegno che i Paesi industrializzati devono assumersi nell’identificare strategie di crescita e di sviluppo da attuare in loco, affinché in futuro sia garantito alle popolazioni dei Paesi del Terzo Mondo il diritto a non emigrare, evitando loro il dramma di intraprendere pericolosi «viaggi della speranza».