La ripresa del dibattito politico sulla legalizzazione del suicidio assistito impone di confrontarsi con la realtà e le sue allergie alle situazioni di prostrazione fisica e psicologica.
In Canada cresce il numero di medici che prendono le distanze dall’approccio affermativo per la disforia di genere nei minori: dubbi scientifici, rischi per la salute e pressioni ideologiche.
Spallegiando il suicidio assistito Forza Italia ha infangato il nome di Silvio Berlusconi
Il regolamento della Regione per le procedure di “morte medicalmente assistita” ha introdotto un acronimo. Che compie la solita operazione culturale: far sparire la realtà.
Leggi, linee guida, vademecum: ogni territorio ha fatto da sé, in attesa che il Parlamento (forse) si pronunci, basandosi sulla sentenza della Corte costituzionale che nel 2019 ha fissato alcuni criteri di accesso alla morte assistita. E che ora torna a intervenire.
Il Medical Assistance in Dying, (MAID) compie questo mese dieci anni e dal marzo 2027 sarà accessibile anche alle persone affette esclusivamente da malattia mentale. La preoccupazione dei vescovi canadesi: «La vera compassione non risponde alla sofferenza con la morte».
Mentre la Consulta torna a esaminare i confini del fine vita e dell’aiuto al suicidio, il punto decisivo resta il valore della cura e della relazione: «La vita di ciascuno di noi, malato o sano, dipende da ciò che gli altri fanno per noi».
Prima di essere pubblicata, la seguente lettera è stata sottoscritta da oltre 270 medici di diverse Regioni italiane.
Documento della Società dei palliativisti in cerca di una bioetica condivisa. Valenti (Sicp): «Abbiamo il compito di informare i pazienti». Ma la Consulta non ha stabilito un “diritto di morire”. E si rischia di confondere la gente.
Nell’udienza sull’aiuto alla morte volontaria le testimonianze dei pazienti a favore e contro la legge. Il nodo dei “trattamenti di sostegno vitale”.