Al secolo Gioacchino Pecci (1810-1903), guidò la Chiesa dal 1878 al 1903 ed incluse tra le competenze di questa l’istituzione di l’attività pastorali nel settore socio-politico-economico.
Eletto in tempi rapidissimi (2 giorni) ci si attendeva da lui un avvicinarsi tra la Chiesa e la società. Molti erano i problemi che lo attendevano: dall’irrisolta “Questione Romana” con il Regno d’Italia all’appianamento dei conflitti con alcuni Paesi rimasti aperti al termine del pontificato di Pio IX; dalla reazione al liberalismo laicista che si proponeva di secolarizzare la società al pericolo che racchiudeva la Massoneria; dalla difesa della famiglia alle minacce del socialismo. Per quanto riguarda i rapporti con il Regno d’Italia non conseguì nessun risultato, anzi il rifiuto di riconoscere il nuovo Stato, provocò il congelamento di ogni relazione.
Uno dei settori d’intervento più rilevanti del suo pontificato fu quello sociale con l’enciclica Rerum Novarum che costituì il fondamento teorico della DSC. Un’enciclica sollecitata dal fermento del mondo cattolico anche in politica, in particolare nell’Opera dei Congressi, un’associazione fondata per diffondere la consapevolezza che se anche il cattolico non partecipava attivamente alla vita politica non doveva disinteressarsi delle questioni sociali ed economiche. L’enciclica scaturì anche dall’esperienza che Leone XIII acquisì come nunzio apostolico in Belgio, dove aveva osservato il mondo operaio e le problematiche che ruotavano attorno ad esso.
Da ultimo ricordiamo l’importanza che Leone XIII attribuì al “concetto di libertà” come fondamento della dignità della persona. Libertà nel praticare la propria religione (cfr. enciclica Immortale Dei – 1885); libertà come via alla verità (cfr. enciclica Libertas – 1888). (don Gian Maria Comolli)

Enciclica Rerum Novarum

La Rerum Novarum (Delle cose nuove) fu promulgata il 15 maggio 1891 ed è divisa in quattro parti: Confutazione della tesi socialista dell’abolizione della proprietà privata; L’insegnamento e l’azione della Chiesa; Il ruolo dello Stato; Le associazioni operaie.
L’enciclica affrontò in generale il conflitto tra “capitale” e “lavoro” nel periodo delle prime rivoluzioni industriali e, più in particolare, la questione operaia che aveva due protagonisti: i datori di lavoro (o “padroni”) e i lavoratori costretti a subire incresciose situazioni essendo privi dei diritti fondamentali. Il pontefice si propose di individuare un ordine sociale fondato sulla giustizia e sull’umanità.
Pur condannando sia il “socialismo collettivista” che ampliava nei poveri l’odio per i ricchi, sia il “liberalismo individualista” privo di fondamenti morali, affermò “il diritto di proprietà privata” ordinandola però alla concezione tomistica dell’assegnazione dei beni posseduti e al bene comune. «L’uomo – sosteneva San Tommaso d’Aquino – non deve possedere i beni esteriori come propri, ma come comuni: in maniera che ciascuno metta a disposizione le cose secondo la necessità degli altri» .
La Rerum Novarum si prefiggeva inoltre di arginare la lotta di classe puntando sul giusto salario, sul miglioramento delle condizioni di lavoro dei ragazzi e delle donne, sul diritto al riposo domenicale. Offrì, infine, alcuni suggerimenti anche agli Stati affinché approfondissero la questione operaria e indicassero delle modalità per riformare le condizioni economiche e sociali dei lavoratori. Eloquenti sono queste valutazioni. «Essendo assurdo provvedere ad una parte di cittadini e trascurare l’altra, è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai; non facendolo si offende la giustizia» (24) e «il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; i miseri ceti popolari, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue» (24). Ovviamente, anche gli operai, hanno dei doveri derivanti dal patto stabilito con i datori di lavoro. Il Papa, inoltre, s’ interrogò sul rapporto capitale-lavoro che non poteva proseguire in una situazione di conflitto permanente ma reggersi sulla solidarietà. Infine, non scordò il ruolo delle associazioni sindacali operaie cattoliche che avrebbero dovuto promuovere e favorire le relazioni con i datori di lavoro. In definitiva, la Rerum Novarum, consolidò l’atteggiamento di quei cattolici che reputavano giunto il tempo per la Chiesa di pronunciare parole forti e autorevoli sulle questioni sociali. Non a caso, a seguito dell’enciclica, sorsero le prime forme di solidarietà che si espressero nello spirito cooperativo; le Casse Rurali sono un esempio.
Riassumendo, possiamo affermare che la Rerum Novarum elencò alcuni errori che accrescevano le disparità nella società, escluse il socialismo come possibile soluzione ed espose la dottrina della Chiesa «sul lavoro, il diritto alla proprietà, il principio della collaborazione delle classi come mezzo fondamentale per il mutamento sociale, il diritto del debole, la dignità del povero e gli obblighi del ricco, il perfezionamento della giustizia attraverso la carità e il diritto di formare associazioni professionali» .
La Rerum Novarum costituirà il riferimento per i vari Papi che proseguiranno e attualizzeranno le varie riflessioni proposte in prevalenza negli anniversari della sua pubblicazione (don Gian Maria Comolli).

IL TESTO DELL’ENCICLICA