19 SETTEBRE  2026 –  Aggiornamento numero  264 

Prossimo aggiornamento sabato 26 settembre 

EDITORIALE

SUICIDIO

Un dramma e una piaga sociale spesso nascosti

Alcuni giorni fa si è celebrata la “Giornata Mondiale per la prevenzione del suicidio” un dramma della nostra società. I numeri sono tragici. Nel mondo se ne attuano circa 740.000: uno ogni 43 secondi ed ogni minuto quattro uomini e sei donne necessitano di cure ospedaliere per tentativi di suicidi. In Italia, secondo i dati Istat, riguardanti il 2024, 3.934 suicidi ed oltre 6.700 telefonate a “Telefono Amico Italia” da parte di persone che richiedevano aiuto. Altro dato preoccupante riguarda gli adolescenti e i giovani tra i 15 e i 34 anni; nel 2024 552 ci hanno lasciato.

Il  suicidio nella nostra società

Il suicidio rappresenta una delle tragedie più profonde e complesse della società contemporanea. Esso non è unicamente la decisione individuale di porre fine alla propria vita, ma il risultato doloroso di una sofferenza spesso invisibile, maturata nel tempo e alimentata da fattori psicologici, sociali, economici e culturali. Dunque, affrontare questo tema, significa confrontarsi con la fragilità umana ma contemporaneamente interrogarsi sulla capacità della società di riconoscere, accogliere e sostenere chi vive una condizione di fragilità e di disperazione. Per lungo tempo il suicidio è stato considerato un argomento da evitare, circondato da vergogna, giudizio morale e silenzio. In molte famiglie, anche quando una persona manifestava un disagio evidente, si tendeva a minimizzare i segnali, oppure a interpretarli solo come richieste di attenzione. Questa “superficialità” aggrava il senso di isolamento di chi soffre! La paura di essere giudicati, rifiutati o considerati deboli induce spesso le persone a nascondere la propria sofferenza e a rinunciare a chiedere aiuto.

Adolescenti giovani e suicidio

Altro fattore considerevole è suicidio tra gli adolescenti e i giovani altra emergenza. Non si tratta soltanto di un problema sanitario, ma di una questione sociale, educativa e culturale che coinvolge famiglie, scuole, istituzioni e comunità. Ogni giovane che manifesta pensieri suicidari sta vivendo una sofferenza profonda, spesso difficile da comunicare, e necessita di ascolto, protezione e interventi qualificati.
L’adolescenza e la prima età adulta sono fasi caratterizzate da importanti trasformazioni fisiche, psicologiche e relazionali. L’adolescente e il giovane sono sollecitati a costruire la propria identità, a sviluppare autonomia e a confrontarsi con aspettative familiari, scolastiche e sociali. In alcune circostanze, tali pressioni possono risultare schiaccianti, soprattutto quando si sommano a esperienze traumatiche, isolamento, conflitti familiari, bullismo, discriminazione o difficoltà economiche. Anche l’uso e l’abuso di sostanze che influenzano sulla psiche, alcuni disturbi psicologici e precedenti episodi di autolesionismo aumentano la vulnerabilità.

Le cause

Le cause che possono indurre pensieri suicidari sono numerose e raramente riconducibili a un solo elemento. Disturbi depressivi, ansia, dipendenze, traumi, lutti e malattie  compromettono profondamente l’equilibrio psicologico. A tali condizioni si aggiungono problemi familiari, solitudine, bullismo, discriminazioni, disoccupazione, precarietà economica e fallimenti personali. Nei giovani anche la pressione scolastica, il confronto costante sui social network e il timore di non essere all’altezza delle aspettative possono generare un senso di inadeguatezza particolarmente intenso. Negli anziani, invece, l’isolamento, la perdita dell’autonomia e la percezione di essere un peso possono divenire fattori di immensa sofferenza. Ma permettemi un ‘osservazione rivolta al settore professionale e lavorativo che prendo da un detto popolare: “lasciare una persona in salamoia” per molto tempo e senza valide motivazioni può portare anche al suicidio. E, in questo caso, come si dice a Milano: “nessuno andrà a san Vittore” (cioè in carcere) ma per colui che non ha salvaguardato l’altro le responsabilità morali rimangono molto, molto, molto pesanti.
Inoltre, la società contemporanea, nonostante i progressi scientifici e tecnologici, è incapace nella maggioranza delle situazioni di offrire autentici spazi di ascolto. Le relazioni sono rapide e superficiali; l’efficienza ha il sopravvento sulla fragilità e sulla vulnerabilità e il successo individuale è presentato come un dovere. In questo contesto, chi attraversa una crisi può percepirsi come estraneo a un mondo che pretende continuamente prestazioni. La solitudine, pertanto, non coincide necessariamente con l’assenza fisica di altre persone: si può essere circondati e, nello stesso tempo, sentirsi completamente incompresi.

Segnali di possibile rischio suicidario

Riconoscere i segnali di un possibile rischio suicidario è fondamentale per intervenire tempestivamente. Alcuni cambiamenti possono includere tristezza persistente, isolamento, perdita d’interesse per attività abituali, sentimenti di colpa, inutilità o disperazione, alterazioni marcate del sonno o dell’appetito e un calo significativo nel rendimento scolastico o lavorativo. Particolare attenzione richiedono espressioni dirette o indirette come: «Non ce la faccio più», «Vorrei non svegliarmi» o «Sarebbe meglio senza di me». Anche parlare della morte, cercare informazioni sui metodi,  sistemare improvvisamente questioni importanti o mostrare un’insolita calma dopo un periodo di forte sofferenza può indicare una situazione urgente. È quindi importante prendere sul serio ogni segnale, ascoltare senza giudicare e chiedere con chiarezza: «Stai pensando di farti del male o di suicidarti?». Una domanda simile non induce al suicidio; può invece favorire la richiesta d’aiuto

La prevenzione

La prevenzione richiede innanzitutto un cambiamento culturale.

Parlare di suicidio in modo responsabile non significa incoraggiarlo, bensì riconoscere l’esistenza del problema e favorire l’accesso all’aiuto. È fondamentale, quindi, imparare ad ascoltare senza interrompere, giudicare o offrire risposte semplicistiche. Frasi come “devi essere forte” o “c’è chi sta peggio” rischiano di accrescere il dolore. Al contrario, mostrare vicinanza, prendere sul serio le parole della persona e accompagnarla ad esempio verso un professionista possono rappresentare gesti decisivi.
Anche le istituzioni hanno una responsabilità primaria.

I servizi di salute mentale devono essere accessibili, adeguatamente finanziati e distribuiti sul territorio. Non è accettabile che chi chiede sostegno debba attendere mesi o affrontare costi incompatibili con la propria situazione economica. Occorre inoltre rafforzare la presenza di psicologi nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nei servizi sociali, così da intercettare il disagio prima che diventi una crisi irreversibile. Infine, non scordiamo la formazione degli insegnanti, dei medici, delle forze dell’ordine e degli operatori sociali, poichè ciò può contribuire a riconoscere i segnali di rischio e a intervenire con competenza.  E, non scordiamici: non lasciare sola la persona se il rischio appare immediato, rimuovere, se possibile, mezzi pericolosi e contattare i servizi di emergenza locali o un professionista della salute mentale.
Un ruolo delicato spetta infine anche ai mezzi di comunicazione.

La trattazione di un suicidio deve evitare il sensazionalismo, la spettacolarizzazione e la descrizione di modalità o dettagli che possano produrre effetti imitativi. È invece opportuno offrire informazioni corrette, rispettare la dignità delle persone coinvolte e indicare concretamente i servizi disponibili. Una comunicazione responsabile può contribuire a ridurre lo stigma e a trasmettere il messaggio che chiedere aiuto è possibile e legittimo.

I famigliari

Il suicidio non riguarda unicamente chi muore, ma anche familiari, amici, colleghi e intere comunità. I superstiti possono vivere sensi di colpa, rabbia, vergogna e domande senza risposta. Per questo necessitano di sostegno psicologico e di spazi in cui elaborare il lutto senza essere giudicati. La prevenzione, dunque, deve comprendere anche l’assistenza a coloro che restano, affinché il dolore non si trasformi in ulteriore isolamento.

E basta retorica!

Più volte ho sentito affermare di fronte a un suicidio: “non ce lo aspettavamo”, “non ci siamo accorti di nulla”, “poveretto”… Ebbene, queste è una retorica qualunquista, invece ci dovremmo colpevolizzare perché abbiamo ignorato i molteplici segnali espliciti e impliciti inviati.

Ebbene, di fronte a una sofferenza intensa, non bastano le frasi di circostanza: servono presenza, competenza e responsabilità.  Parlare con rispetto del suicidio è, in definitiva, un modo per affermare il valore della vita e il diritto di ogni individuo a essere sostenuto nei momenti più difficili.

Don Gian Maria Comolli

LA PAROLA DI DIO DELLA DOMENICA

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (20 settembre 2026)  

Lasciamo Dio “libero” di scegliere (Mt. 18,21-35)

Il Vangelo di questa domenica presenta “Dio” utilizzando l’im­magine di un padrone che chiama operai nella sua vigna. E, li interpella, a tutte le ore del giorno, anche nell’ultima prima del tramonto del sole. Che cosa troviamo di più sorprendente e forse anche provocante?

La conclusione, perché questo originalissi­mo datore di lavoro offre a tutti lo stesso salario, suscitando anche indignazione.

Ovviamente, in un rapporto di lavoro puramente contrattuale, la protesta dei lavoratori sarebbe più che legittima e ragionevole, ma qui Gesù ci indica come deve svilupparsi il rapporto tra l’uomo e Dio. Di fronte all’Onnipotente non esistono diritti d’anzianità, ma di intensità. Di fronte al nostro Creatore non contano gli anni di battesimo ma l’apertura umile del cuore e determinata alla potenza salvatrice del Cristo e al suo amore.

Tutto questo è ben riassunto da San Paolo quando afferma: Se anche par­lassi le lingue degli uomini e degli angeli ma non avessi la carità sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna… E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esse­re bruciato ma non avessi la carità a nulla mi giova” (cfr. 1 Cor. cp.13).

Ma c’è di più. Un individuo può giungere a Dio anche all’ultima ora della vita, ma se ha posseduto un cuore più buono e nobile di molti che sono vissuti all’ “ombra del cam­panile” con rassegnata mediocrità e senza nessun slancio d’autenti­co amore, Dio lo accoglie.

È una verità che mette in crisi chi frequenta la Chiesa fin dalla nascita e suona anche come un chiaro e salutare ammonimento ed invito a verificare continuamente la qualità del nostro essere cristiano. Per comprenderci meglio ci sono di aiuto le paro­le di C. Bernanos che nell’ opera “I grandi cimiteri sotto la luna”, fa affermare ad un ateo un terribile richiamo: “Voi non vi interessate degli scettici, di coloro che non credono, ma gli scettici si inte­ressano moltissimo di voi. Quando uscite dal confessionale, voi siete in stato di grazia. Eppure esso non appare. Ci domandiamo che cosa ne facciate della grazia di Dio. Non dovrebbe raggiarvi dal viso? Dove nascondete la vostra gioia?“.

La parabola termina con questa affermazione: “Molti degli ultimi saranno i primi”. Cosa significa? Che Dio si muove con uno stile tutto suo e con un calendario che non conosce la fretta o la violenza sulle coscienze: Dio è libero e rispetta la libertà di tutti! L’unica metodologia che utilizza è l’insistenza dell’amore ed  aspetta fino all’ultimo momento con la pazienza della bontà.

Impariamo dunque a non imporre a Dio il nostro “calendario” poichè attendere è carità, anzi è la maturità della carità!

LE DOMANDE AL DON (77)

Giovani e “maranza”: comprendere il fenomeno e offrire risposte efficaci

Con viva preoccupazione leggiamo ogni giorno episodi di micro-criminalità compiuti da giovani e anche giovanissimi che hanno come punto di riferimento il fenomeno definito della maranza. Di cosa si tratta? Omar

LA RISPOSTA DEL DON

Negli ultimi anni il termine “maranza” è entrato nel linguaggio comune per indicare spesso, in modo generico e dispregiativo, alcuni giovani associati a determinati modi di vestire, parlare e comportarsi. Il fenomeno è particolarmente visibile nelle periferie urbane, nelle stazioni e sui social network, dove gruppi di adolescenti diventano facilmente protagonisti di video, discussioni e giudizi inaccettabili.

Di fronte a episodi di aggressività, vandalismo o microcriminalità che hanno come autori questa tipologia di adolescenti e di giovani la domanda spontanea è: “Cosa fare?”

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LE VARIE RISPOSTE DEL DON

Il “contatore” degli aborti

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Oggi siamo a 31.677.000 

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IL LIBRO DELLA SETTIMANA

L.Milani, Lettera a una professoressa, Mondadori, pp. 200, euro 13,50

Un libro di don Lorenzo Milani scritto agli studenti della scuola di Barbiana.  Il sacerdote sostiene che la scuola non debba privilegiare soltanto chi possiede già una buona preparazione, ma debba soprattutto aiutare chi incontra maggiori difficoltà. La sua idea di educazione è fondata sull’impegno, sulla responsabilità e sulla partecipazione, non sulla semplice selezione e sul merito.

LA NOSTRA BIBLIOTECA

https://www.gianmariacomolli.it/category/libri/

 IL FILM DELLA SETTIMANA

INCOMPRESO (1966)

Il film diretto da Luigi Comencini è un’intensa riflessione sul dolore infantile e sull’incomunicabilità familiare. Comencini rappresenta con grande delicatezza il mondo interiore del bambino, mostrando quanto siano fragili i legami quando manca il dialogo. La distanza emotiva tra padre e figlio produce equivoci sempre più dolorosi, fino al drammatico epilogo. Il film non si limita a denunciare l’incomprensione degli adulti, ma evidenzia anche la necessità di ascoltare l’infanzia con rispetto e partecipazione. Il film conserva ancora oggi una forte capacità di coinvolgimento e invita a riflettere sull’importanza dell’amore espresso apertamente.

 I NOSTRI FILM

https://www.gianmariacomolli.it/category/film/

 

In ricordo di EMMA BONINO

Premesso che non ho mai condiviso se non in minimissima parte il pensiero della Bonino, l’onestà intellettuale che tento di trasmettere con il mio pensiero anche se delle volte sono carente, mi impone di sottolineare alcune caratteristiche di questa persona sulle quali dovremmo riflettere: il non temere di manifestare con forza e coraggio il suo pensiero, il non rinnegarlo o ritrattarlo scendendo mai a compromessi, il  trasmetterlo in ogni occasione opportuna e non opportuna, con ogni mezzo , come direbbe san Paolo (cfr. Tm. 4,2).

Ho voluto porre come foto del post l’incontro tra papa Francesco e Anna Bonino del novembre 2024 che fece molto discutere e magari scandalizzò qualcuno ma ritengo, forse mi sbaglierò,  seppure distanti su questioni etiche e politiche, erano uniti da un legame sincero, fatto di confronto, dialogo e reciproco rispetto che forse noi fatichiamo a impostare e tenere con gli altri.

Molti sono i ricordi sia sui social che sui giornali della Bonino, io vi propongo alcuni passaggi di quello scritto da suor Anna Monia Alfieri, cavaliere al Merito della Repubblica ed esperta di politiche scolastiche, riportato da Adnkronos: “Chiaramente non ho condiviso alcune delle battaglie alle quali Emma Bonino ha dedicato la sua vita ma di lei ho sempre apprezzato l’onestà intellettuale e il coraggio che solo chi combatte per le proprie idee può conoscere e comprendere pienamente”. Prosegue suor Anna Monia: “Di Emma Bonino ho sempre apprezzato il suo desiderio di vivere la propria libertà in una prospettiva di responsabilità: questo è un messaggio che trovo davvero bello e condivisibile, quanto mai opportuno e utile per i nostri giovani. Confido che questo messaggio sia raccolto e portato avanti dai suoi collaboratori e sia un esempio per l’intera società in cui il concetto di libertà è quasi sempre separato da quello della responsabilità e diviene il presupposto per la mancanza di rispetto per la persona in tutte le sue forme” E conclude: “Che l’eredità di Emma Bonino diventi un monito per la responsabilità di tutti”.

 IL TERMINE VITA

UNA DOMANDA RICORRENTE

TRA “SUICIDIO ASSISTITO” e “EUTANASIA” ESISTONO DIFFERENZE?

NO, poiché il suicidio assistito e l’eutanasia sono pratiche accomunate da uno stesso obiettivo: porre termine all’esistenza di una persona. Tuttavia, non sono sinonimi, e la differenza principale riguarda chi compie l’atto finale che determina la morte. Neppure a livello morale e etico esistono differenze.

Suicidio assistito e eutanasia a livello operativo

Suicidio assistito

Nel suicidio assistito la persona decide di porre fine alla propria vita, mentre un’altra persona, un operatore sanitario, fornisce i mezzi necessari ma non li somministra direttamente. Quindi l’atto conclusivo è compiuto dal paziente.

Eutanasia

Nell’eutanasia è l’operatore sanitario a compiere direttamente l’atto che provoca la morte ad esempio iniettando un farmaco o una combinazione di sostanze letali.

Suicidio assistito e eutanasia in rapporto agli operatori sanitari

Il dovere di ogni operatore sanitario è sempre di curare il malato; la morte non è contemplata in nessun mansionario. Sul portale dell’Hotel Dieu, il più antico ospedale di Parigi si legge: “Se sei malato vieni e ti guarirò, se non potrò guarirti ti curerò, se non potrò curarti ti consolerò”.

Suicidio assistito e eutanasia a livello giuridico

Le legislazioni variano notevolmente da uno Stato all’altro. In alcuni Paesi l’eutanasia e il suicidio assistito sono consentiti senza condizioni precise (es. Belgio, Olanda, Canada), in altri restano vietate o penalmente perseguite.

Suicidio assistito e eutanasia a livello etico

In entrambi i casi, come già affermato,  si provoca la morte, cioè l’uccisione di una persona. Ciò è in contrasto e contrario al rispetto della tutela della sacralità e della dignità umana. Ciò non tutela i soggetti fragili e vulnerabili (dagli anziani a portatori di handicap). Ciò è abbandono del malato che si manifesta anche con forme di pressione.

Ebbene, suicidio assistito ed eutanasia, pur differenziandosi a livello metodologico assumono a livello etico e morale la stessa gravità e quindi sono entrambi inaccettabili!

UNA DOMANDA CHE SPIEGA MOLTO

ACCANIMENTO TERAPEUTICO, SEDAZIONE PROFONDA, CURE PALLIATIVE

Questa domanda che ho ricevuto mi ha fatto comprendere, ancora una volta, la necessità di fronte ad argomenti etici molto delicati e particolari di informare con precisione, scientificità  e onestà intellettuale poiché solo così ogni persona potrà decidere liberamente e responsabilmente.

MI SCRIVE MASSIMO.

Lei essendo un sacerdote fa parte di quella “congrega”, cioè la Chiesa, non rispettosa delle persone perché ripudia il suicidio assistito e l’eutanasia ma sostiene  l’accanimento terapeutico, nega l’uso degli analgesici e della sedazione profonda e racconta delle belle favole sulle cure palliative. Massimo

LA MIA RISPOSTA.

Massimo andiamo con ordine ed esaminiamo le tre situazioni da lei accennate.

ACCANIMENTO TERAPEUTICO

Con l’espressione “accanimento terapeutico” si indica generalmente l’insieme di interventi medici che, in presenza di una malattia grave e irreversibile, non producono un ragionevole miglioramento delle condizioni del paziente, ma ne prolungano soltanto l’agonia o la sofferenza. Non si tratta, dunque, di terapie intensiva o di ogni trattamento tecnicamente complesso. Di conseguenza, la valutazione di ogni singolo caso, deve considerare la proporzionalità delle cure, le probabilità di successo, gli effetti collaterali, i costi umani e la concreta utilità per il malato.

La Chiesa cattolica afferma il valore fondamentale della vita umana, considerata un dono che merita rispetto dal concepimento fino alla morte naturale. Da questo principio deriva il rifiuto del suicidio assistito e dell’eutanasia, ma ciò non implica l’obbligo di utilizzare sempre ogni mezzo terapeutico disponibile. Per questo fa una distinzione tra “mezzi ordinari” o proporzionati e “mezzi straordinari”. I primi sono dovuti perché offrono una ragionevole speranza di beneficio e non impongono oneri eccessivi al paziente. I secondi, invece, possono essere rifiutati quando risultano troppo gravosi, rischiosi o incapaci di garantire un vantaggio concreto. Però, la rinuncia a un trattamento sproporzionato, non equivale a voler causare la morte: significa accettare il limite della medicina e lasciare che la malattia segua il proprio corso naturale.

Tutto ciò è chiaramente affermato in diversi documenti della Dottrina Cattolica tra cui la “Dichiarazione sull’eutanasia” della Congregazione per la Dottrina della Fede (1980) e  il “Catechismo della Chiesa Cattolica” (cfr. nn. 2276-2278).

Ebbene, caro Massimo, la posizione della Chiesa cattolica sull’accanimento terapeutico cerca di evitare due estremi opposti: da una parte l’abbandono del malato e la banalizzazione della vita, dall’altra l’uso indiscriminato della tecnologia per prolungare artificialmente l’esistenza. La vita deve essere sempre difesa ma la rinuncia a cure sproporzionate, quando non mira a provocare la morte, è una scelta eticamente responsabile.

OPPIACEI e SEDAZIONE PROFONDA

Gli oppiacei, come la morfina e altri analgesici, sono strumenti fondamentali della medicina contemporanea per il controllo del dolore, della dispnea e di alcuni sintomi particolarmente gravi. Il loro utilizzo, secondo la dottrina cattolica, è moralmente lecito quando rispondono a una reale necessità clinica, vengono somministrati in proporzione alle condizioni del paziente e mirano direttamente al sollievo della sofferenza. Non è quindi contrario alla dottrina cattolica ricorrere a farmaci potenti, anche quando possano comportare effetti collaterali rilevanti, come sonnolenza, riduzione della vigilanza o, in alcuni casi, un possibile accorciamento indiretto della vita.
Il criterio decisivo è rappresentato dall’intenzione e dalla proporzionalità dell’intervento. Se l’obiettivo è alleviare il dolore e non causare la morte, l’atto è moralmente accettabile anche qualora il decesso sopraggiunga come effetto non voluto e non direttamente perseguito.
La Chiesa rifiuta invece l’uso degli oppiacei o di altri farmaci con finalità eutanasica, cioè quando la somministrazione è intenzionalmente diretta a provocare la morte del paziente.

Un discorso analogo riguarda la sedazione palliativa, compresa la sedazione profonda continua. Essa consiste nella riduzione farmacologica, proporzionata e controllata, dello stato di coscienza di un paziente, allo scopo di alleviare sintomi refrattari, ossia non adeguatamente controllabili con altri trattamenti. Per la Dottrina cattolica essa è moralmente lecita quando sussistono condizioni rigorose: la presenza di una sofferenza grave e non altrimenti controllabile, una valutazione clinica competente, il consenso del paziente o dei suoi rappresentanti, la proporzionalità dei farmaci e l’assenza dell’intenzione di provocare la morte. Per questo la sedazione profonda non deve essere confusa con l’eutanasia. Nella sedazione palliativa, la perdita di coscienza è il mezzo attraverso cui si riduce una sofferenza insostenibile; nella pratica eutanasica, invece, la morte costituisce l’obiettivo direttamente perseguito.

Un ulteriore elemento riguarda l’alimentazione e l’idratazione artificiali. La Dottrina cattolica  non considera sempre obbligatorio mantenerle, soprattutto quando non apportano un beneficio reale, risultano eccessivamente gravose o non sono più efficaci per l’organismo morente. La loro eventuale sospensione non equivale necessariamente a un atto eutanasico, purché la morte non sia voluta come fine o mezzo, ma riconosciuta come conseguenza della malattia e del naturale processo terminale. Anche in questi casi, devono essere garantite le cure di base e l’attenzione al comfort del paziente.

Ebbene, caro Massimo, la posizione cattolica sugli oppiacei e sulla sedazione profonda si fonda su un equilibrio tra il dovere di curare e il rispetto dei limiti della medicina. La Chiesa sostiene il controllo adeguato del dolore, promuove le cure palliative e ammette la sedazione profonda in situazioni cliniche eccezionali, purché l’intento sia alleviare la sofferenza e non provocare la morte. La distinzione tra intenzione, proporzionalità e mezzi impiegati costituisce dunque il nucleo della riflessione cattolica, orientata a difendere sia la dignità del malato sia il valore della vita umana fino al suo termine naturale.

CURE PALLIATIVE E ACCOMPAGNAMENTO


Un elemento essenziale della prospettiva cattolica è la valorizzazione delle cure palliative. Esse non mirano ad accelerare la morte, bensì ad alleviare il dolore e gli altri sintomi, sostenendo contemporaneamente il malato sul piano psicologico, relazionale e spirituale. In questo contesto, la persona non viene considerata soltanto come un organismo da mantenere in funzione, ma come un essere dotato di dignità, libertà e bisogni complessi.
L’accompagnamento del morente comprende inoltre la presenza della famiglia, il sostegno degli operatori sanitari e, per chi lo desidera, l’assistenza religiosa. La Chiesa invita a non abbandonare il malato, soprattutto quando non è più possibile guarire. La fine della terapia curativa non deve coincidere con la fine della cura: quando non si può più guarire, si può ancora assistere, confortare e prendersi cura.
Approfondisci le cure palliative.

Ebbene, caro Massimo, in questa prospettiva, il compito della medicina e della comunità cristiana consiste nel garantire al morente rispetto, sollievo, verità e vicinanza. La dignità della persona non dipende dall’efficienza del suo organismo né dalla possibilità di guarigione. Anche nell’ultima fase dell’esistenza, il malato rimane un soggetto da ascoltare, accompagnare e amare.

APPROFONDIMENTO DEL “FINE VITA” DA VARIE ANGOLATURE

DIVENTA “VOLONTARIO” 

PERCHE’?

Il volontariato è un pilastro della società civile e riveste un’importanza cruciale nel panorama societario. Le associazioni di volontariato consentono infatti di integrare le prestazioni tradizionali con un approccio umano e relazionale. La presenza di volontari disinteressati crea un clima di fiducia e apertura, indispensabile per affrontare situazioni di grande vulnerabilità.

Inoltre, le associazioni di volontariato sono spesso in grado di rispondere in modo rapido ed efficace a bisogni specifici, che possono prima sfuggire alle strutture sanitarie pubbliche. Grazie alla loro flessibilità e alla varietà di competenze dei loro membri, queste organizzazioni possono sviluppare programmi innovativi e rispondere a esigenze emergenti. 

UN BREVE CORSO PER COMPRENDERE CHI E’ IL VOLONTARIO

ATTUALITA’ – IL PARERE DEL GENERALE FRANCESCO COSIMATO

Il generale Francesco Cosimato, mio carissimo amico, ci offre ogni settimana una riflessione su una tematica di attualità.

Generale Cosimato: «Mladić criminale, ma in buona compagnia»

Francesco Cosimato. Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.

IL “PROTETTORE” DEL BLOG

Il Protettore di questo blog è il BEATO GIUDICE ROSARIO LIVATINO assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 che è stato non solo un “uomo pensante” ma anche un magistrato modello e una persona di grande e autentica fede: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Quindi. come affermò san Giovanni Paolo II un “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Pur partecipando alla Messa ogni giorno, forse nessuno ha notato la sua azione religiosa ma l’effetto di quell’azione, cioè la testimonianza. Dunque una fede non da mostrare nelle forme ma da rendere leggibile nella testimonianza. E, ogni suo documento, al termine, era siglato con STD (SUB TUTELA DEI). Il mio auspicio è che anche i molti visitatori di questo blog, seguendo il suo esempio, si pongano “sub tutela Dei” e testimoni, anche con le argomentazioni da uomini pensanti, di principi e di valori fondamentali alla nostra società e alle future generazioni. GRAZIE.
Per conoscere il beato Livatino:

-La vita

-«L’uomo che ho ucciso, Livatino, – ha affermato: oggi mi aiuta a coltivare la speranza»

-Un commento sul Giudice Livatino

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NOVITA’ EDITORIALE

in libreria dall’inizio di ottobre

RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE ONLINE “CONTROCORRENTE” e ARCHIVIO 

Questa Rassegna Stampa è un po’ particolare poiché verranno evidenziati mediante alcuni articoli temi che solitamente non trovano spazio nei massmedia e sul web andando contro-corrente o appartenendo a quella categoria definita “politicamente scorretta”. Inoltre per ogni argomento sarà presente anche un “archivio”  poiché affogati da continue notizie rischiamo di scordare oggi quello che è avvenuto ieri e, così dimenticando la memoria, gli errori si ripetono. Buona lettura!

ITALIA E OPINIONI

RIPENSANDO EMMA  BONINO

MONDO

ISLAMISMO

ARCHIVIO

CHIESA e CRISTIANESIMO 

PAPA LEONE XIV

NOTIZIE E COMMENTI

ARCHIVIO

BIOETICA 

INIZIO VITA

TERMINE VITA

IL “TRADIMENTO” NEI CONFRONTI DEI MALATI DA PARTE DELLA REGIONE VENETA 

ALTRE REGIONI VOGLIONO SEGUIRE LA VIA DELITTUOSA DEL VENETO

PER APPROFONDIRE

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FAMIGLIA, ADOLESCENTI e GIOVANI

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SCUOLA

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ALCUNE RIFLESSIONI SULLA SCUOLA

SOSTENI CHI FA IL “BENE”ANCHE A NOME TUO

 

 

Il Blog dell’ “Uomo pensante” vuole combattere stereotipi e pregiudizi, non sta dalla parte di nessuno ma si basa unicamente sulla verità dei fatti e si propone di essere il più inclusivo possibile. Come potete notare, nonostante i numeri soddisfacenti di entrate giornaliere, non vi è nessuna pubblicità per non essere manipolato dagli inserzionisti. Per questo, se presto un servizio che ritenete buono, chiedo la vostra generosità nei confronti di chi fa il bene anche a “nome vostro”.
Evidenzio la testimonianza di sacerdoti mio caro amico che gestisce molteplici persone fragili immigrate.

 

Don Giusto Della Valle

Don Giusto Della Valle è un sacerdote, mio caro amico, della diocesi di Como e attualmente è il parroco di San Martino a Rebbio, un quartiere di Como. Oltre che essere parroco ospita circa 50 persone immigrate a cui fornisce vitto e alloggio. Per questo suo grande impegno è conosciuto e apprezzato in tutta la città. 

Una testimonianza

“Nell’estate 2017, in piena emergenza migranti, ho incontrato Don Giusto Della Valle, una persona eccezionale impegnata a togliere le sofferenze. Il dramma delle migrazioni mi ha da sempre angosciato e da tempo desideravo poter fare qualche cosa per loro. Con lui ho cercato un immobile da ristrutturare così da poter ospitare minori stranieri non accompagnati e l’abbiamo individuato a Rebbio (Como), in via Giussani 35. L’immobile apparteneva al “Collegio delle Missioni Africane” noto anche come “Missionari Comboniani” ed il ricavato della vendita serviva loro per sostenere l’ospedale da loro gestito di Mapuordit nel Sud Sudan, danneggiato alla guerra: una bellissima combinazione. Nel corso della progettazione del nuovo immobile la politica italiana sulla migrazione è cambiata e di conseguenza abbiamo riorientato il progetto verso i bisogni della comunità. La Casa oltre che ad essere aperta al quartiere e alla città dovrà essere un luogo d’educazione e integrazione ed potrà offrire un riparo ai minori non accompagnati, alle mamme in difficoltà con figli e ai piccoli di qualsiasi nazionalità, con attenzione particolare alle situazioni di maggiore fragilità. Un piano dell’immobile suddiviso in quattro appartamentini ed è a disposizione di nuclei familiari che vivono momenti di fragilità umana ed economica. Il cantiere di casa “Caracol” è terminato a fine 2019 e l’attività sociale gestita dalla parrocchia di Rebbio e da Symploké (nata dalla Caritas diocesana di Como) è iniziata nel corso della primavera 2020” (Carlo Crocco, Presidente della Fondazione MDM).

Un video

Como, il meraviglioso cuore di don Giusto fa innamorare i musicisti della Scala: concerto strepitoso per la solidarietà

DONA A DON GIUSTO:  IT48K0843010904000000093297

 

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