31 OTTOBRE  2026 –  Aggiornamento numero  270 

Prossimo aggiornamento sabato 7 novembre

EDITORIALE

LA VIOLENZA DEI “GIOVANI SENZA SPERANZA”.

UN TENTATIVO DI “ANALISI SOCIOLOGICA” E NON SOLO

L’editoriale di questo Blog propone un tentativo di analisi, anche sociologica, sulle manifestazioni degli adolescenti e dei giovani avvenute nelle scorse settimane, che hanno portato a gravissimi e intollerabili episodi di violenza che condanniamo senza “se” e senza “ma” e rappresenta un’ emergenza sociale e culturale. Ma per evitare interpretazioni semplicistiche e promuovere interventi adeguati non possiamo negare che esista in Italia e in Europa un disagio sociale e che tanti non arrivino a fine mese.

 Il malessere attuale degli adolescenti e dei giovani

Questo malessere non si manifesta esclusivamente attraverso disturbi psicologici evidenti, ma anche mediante forme più silenziose di disagio: isolamento, demotivazione, difficoltà relazionali, perdita di fiducia nel futuro e incapacità di dare un significato alle proprie esperienze.
L’adolescenza costituisce una fase delicata della vita, caratterizzata da profondi cambiamenti fisici, emotivi e sociali. In questo periodo l’individuo cerca di costruire la propria identità, di conquistare autonomia e di definire il proprio posto nel mondo. Oggi, tuttavia, tale processo si svolge in un contesto particolarmente complesso. Gli adolescenti devono confrontarsi con aspettative elevate, pressioni scolastiche, incertezze economiche e trasformazioni rapide della società. A ciò si aggiunge l’influenza costante della tecnologia, che ha modificato profondamente le modalità di comunicazione e di relazione.
I social network possono offrire opportunità di confronto, informazione e partecipazione, ma presentano anche rischi significativi. La continua esposizione a immagini di successo, bellezza e felicità può generare sentimenti di inadeguatezza. Molti giovani confrontano la propria vita quotidiana, inevitabilmente imperfetta, con rappresentazioni selezionate e spesso artificiali dell’esistenza altrui. Ne derivano ansia, insoddisfazione personale e dipendenza dall’approvazione esterna. Il numero di “mi piace”, i commenti e i follower possono diventare criteri attraverso i quali si misura il proprio valore, rendendo l’autostima fragile e instabile.
Un ulteriore elemento di disagio è rappresentato dall’incertezza del futuro. Le nuove generazioni si trovano davanti a un mercato del lavoro spesso precario, a costi elevati per l’abitazione e a una crescente difficoltà nel raggiungere l’indipendenza economica. Anche dopo anni di studio, molti giovani non hanno la sicurezza di poter costruire un progetto stabile. Questa situazione può alimentare frustrazione e senso di impotenza, soprattutto quando il successo viene presentato come il risultato esclusivo dell’impegno individuale. In realtà, le condizioni sociali ed economiche incidono profondamente sulle possibilità di realizzazione.
Inoltre la pandemia del 2020 e le misure adottate hanno aggravato problemi già presenti.  L’isolamento, la sospensione delle attività scolastiche, la limitazione dei rapporti sociali e l’interruzione di esperienze importanti hanno avuto conseguenze rilevanti sul benessere psicologico. Molti ragazzi, adolescenti e giovani hanno sperimentato solitudine, paura e disorientamento. Sebbene la fase più acuta dell’emergenza sia terminata, gli effetti non sono scomparsi completamente: in alcuni casi sono rimasti difficoltà relazionali, perdita di motivazione e maggiore vulnerabilità emotiva.
Di conseguenza è importante distinguere la normale inquietudine adolescenziale dai segnali più gravi.

Chi lo deve fare?

La scuola

La scuola non deve limitarsi alla trasmissione di conoscenze, ma contribuire alla formazione integrale della persona. Tuttavia, ritmi intensi, valutazioni continue e aspettative elevate possono trasformare l’esperienza scolastica in una fonte di stress. La paura di fallire, di deludere la famiglia o di non essere all’altezza dei propri coetanei può diventare paralizzante. È pertanto necessario promuovere una cultura dell’errore, nella quale sbagliare sia considerato un passaggio naturale dell’apprendimento e non una prova di incapacità.

La famiglia (approfondiremo l’argomento inseguito).

I servizi di sostegno psicologico

L’accesso all’aiuto professionale dovrebbe essere semplice, tempestivo e privo di stigma. Chiedere supporto non è un segno di debolezza, bensì un atto di responsabilità verso se stessi. Scuole, istituzioni e comunità dovrebbero collaborare per offrire sportelli di ascolto, attività educative e spazi sicuri nei quali i giovani possano esprimersi liberamente.

La Chiesa

Gli adolescenti e i giovani si avvicinano alla Chiesa con domande profonde e aspettative nuove. Cercano innanzitutto un luogo autentico, capace di ascoltarli senza giudicarli e di accogliere le loro fragilità, i dubbi e le aspirazioni.
Essi chiedono inoltre una fede comprensibile e collegata alla vita quotidiana. Non si accontentano di risposte ripetute o di formule astratte, ma vogliono comprendere il significato concreto della figura di Gesù Cristo e del Vangelo di fronte a temi quali l’amore, la giustizia, la sofferenza, il futuro e la responsabilità sociale… e, allora, apprezzano testimoni coerenti, capaci di unire parole e comportamenti.
Molti giovani desiderano anche partecipare attivamente alla vita ecclesiale, non soltanto come destinatari di iniziative. Vorrebbero contribuire alle decisioni, proporre attività, impegnarsi nel servizio ai poveri, nella tutela dell’ambiente e nella costruzione della pace. La Chiesa, pertanto, è chiamata a offrire spazi di protagonismo, formazione e dialogo.

Infine, cercano una comunità aperta, inclusiva e rispettosa delle diversità. Se saprà ascoltare con umiltà e rinnovarsi senza perdere la propria identità, la Chiesa potrà rappresentare per loro una presenza credibile, capace di orientare il cammino e alimentare la speranza.

Inoltre, è necessario restituire ai ragazzi un senso di partecipazione e di fiducia

Il coinvolgimento in attività sportive, artistiche, culturali e sociali favorisce la costruzione di relazioni autentiche e rafforzare il senso di appartenenza.

Il malessere giovanile non deve essere interpretato come un problema individuale, ma come il risultato dell’interazione tra fattori personali, familiari, scolastici, ecclesiali e sociali. Affrontarlo richiede attenzione, prevenzione e responsabilità condivisa. Solo creando ambienti più accoglienti, realistici e inclusivi sarà possibile aiutare adolescenti e giovani a sviluppare fiducia in se stessi e nel futuro.

L’incapacità educativa della famiglia e della società nei riguardi degli adolescenti e dei giovani

L’educazione degli adolescenti e dei giovani rappresenta una delle responsabilità più importanti di ogni comunità. Essa non consiste soltanto nella trasmissione di conoscenze scolastiche o di regole di comportamento, ma comprende la formazione della personalità, del senso critico, dell’autonomia e della capacità di convivere con gli altri. Tuttavia, nella società contemporanea emerge con crescente evidenza una difficoltà educativa che coinvolge sia la famiglia sia le istituzioni sociali. Spesso gli adulti sembrano incapaci di accompagnare le nuove generazioni nel delicato percorso verso la maturità, lasciandole esposte a disorientamento, solitudine e conflitti.

La famiglia

La famiglia costituisce il primo ambiente educativo. Nei primi anni di vita essa dovrebbe offrire affetto, sicurezza e limiti coerenti. In molti casi, però, i genitori faticano a svolgere questo ruolo. Le trasformazioni economiche e sociali hanno modificato profondamente la vita familiare: ritmi di lavoro intensi, precarietà, difficoltà finanziarie e mancanza di tempo riducono le occasioni di dialogo. Alcuni genitori, inoltre, compensano la propria assenza con beni materiali, libertà eccessiva o permissività. Il figlio viene così accontentato, ma non realmente accompagnato nella crescita. E’ inaccettabile, e dovrebbe far molto riflettere, la dichiarazione della madre di un ragazzino  di quattordici anni fermato dalle Forze  dell’Ordine a Milano nel corso dei disordini: “Mio figlio è uscito con gli amici, alle 2 di notte mi hanno chiamato dicendomi che era in questura”. Ribadisco: ha quattordici anni!

Ebbene, la difficoltà di porre regole, è uno degli aspetti più significativi dell’attuale crisi educativa. Stabilire limiti richiede coerenza, pazienza e capacità di sostenere il conflitto. Molti adulti, invece, temono di essere rifiutati dai propri figli oppure cercano di proteggerli da ogni frustrazione. In questo modo, l’adolescente non impara ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni, a rispettare gli altri e a sviluppare un senso autentico di responsabilità. L’assenza di regole non produce libertà, bensì insicurezza e incapacità di orientarsi.
Anche il dialogo familiare appare spesso insufficiente. In numerose case la comunicazione si limita a domande pratiche, rimproveri o discussioni legate al rendimento scolastico. Si parla poco di emozioni, paure, sogni e difficoltà. L’adolescente, che vive una fase di trasformazione e di ricerca dell’identità, può sentirsi non compreso e cercare altrove risposte e riconoscimento. Quando il rapporto con gli adulti si fonda esclusivamente sull’autorità, senza ascolto e fiducia, il giovane tende a chiudersi o a esprimere il proprio disagio attraverso comportamenti oppositivi.

La società

La responsabilità educativa, tuttavia, non appartiene soltanto alla famiglia ma anche alla società che manifesta gravi contraddizioni. Da un lato, pretende che i giovani siano autonomi, preparati e responsabili; dall’altro, offre loro spesso condizioni di vita caratterizzate da precarietà, competizione e mancanza di prospettive. Il mondo adulto critica i comportamenti delle nuove generazioni, ma raramente si interroga sui modelli che propone. Opportunismo, aggressività verbale, consumismo e ricerca del successo a ogni costo vengono frequentemente presentati come valori, rendendo difficile per i giovani distinguere ciò che è importante da ciò che è soltanto apparente.

Ma andiamo oltre per evidenziare due altri ambiti che vanno ripensati.

I mezzi di comunicazione

I mezzi e i social network hanno ampliato le possibilità di informazione e relazione, ma possono anche accentuare il disorientamento. Gli adolescenti sono esposti continuamente a immagini, opinioni e modelli di vita spesso irrealistici. La necessità di apparire, ottenere approvazione e confrontarsi con gli altri può generare ansia, insoddisfazione e fragilità. Di fronte a questo fenomeno, molti adulti reagiscono con condanne generiche, invece di educare a un uso consapevole della tecnologia. Vietare non è sufficiente: occorre spiegare, discutere e offrire alternative.

La scuola
Anche la scuola si trova in una posizione complessa. Agli insegnanti viene attribuito il compito di trasmettere conoscenze, ma spesso si pretende da loro anche la soluzione di problemi familiari e sociali.La scuola dovrebbe essere un luogo di istruzione e formazione civile, ma può svolgere pienamente questa funzione solo attraverso la collaborazione con le famiglie e con il territorio. Quando manca un’alleanza educativa, ogni soggetto tende ad attribuire all’altro la responsabilità dei fallimenti.

Concludendo non possiamo scordare che non è corretto descrivere i giovani soltanto come vittime o come responsabili della crisi sociale. Essi possiedono energie, creatività e capacità di adattamento, ma necessitano di adulti credibili. L’autorità, infatti, non nasce dalla semplice imposizione, bensì dall’esempio. Un adulto che rispetta le regole che propone, ammette i propri errori e ascolta senza pregiudizi può diventare un punto di riferimento significativo.

Per superare l’incapacità educativa è quindi necessario ricostruire una responsabilità condivisa. Le famiglie devono recuperare il valore del dialogo, della presenza e dei limiti; la scuola deve essere sostenuta e valorizzata; la società deve offrire modelli più coerenti e opportunità concrete.

Educare significa accompagnare, non controllare; correggere, non umiliare; lasciare autonomia, senza abbandonare.

La mia opinione sugli atteggiamenti da assumere di fronte agli adolescenti e ai giovani della violenza a Milano e in altre città

1.Il rifiuto di ogni generalizzazione.

Non tutti gli adolescenti e i giovani sono violenti, né è corretto descrivere intere generazioni come pericolose o prive di valori. La maggioranza conduce una vita normale, studia, lavora, pratica sport, coltiva amicizie e partecipa positivamente alla comunità. Presentare i giovani esclusivamente come una minaccia rischia di alimentare diffidenza, conflitti e incomprensioni, creando una distanza ancora maggiore tra adulti e ragazzi. È dunque importante distinguere i comportamenti problematici dalle persone, riconoscendo la gravità delle azioni senza trasformarla in una condanna indiscriminata dell’intera gioventù.

2.Comprensione non significa giustificazione.

Chi commette atti violenti deve essere chiamato a rispondere delle proprie responsabilità. La violenza danneggia le vittime, limita la libertà degli altri e indebolisce la convivenza civile. Per questo sono necessarie regole chiare e conseguenze applicate con coerenza dalle famiglie, dalla scuola e dalle istituzioni. Una risposta esclusivamente repressiva, però, raramente risolve le cause profonde del problema. La punizione è necessaria in determinati casi, ma deve essere accompagnata da percorsi di responsabilizzazione, sostegno psicologico, mediazione e reinserimento sociale.

3.Molti comportamenti violenti nascono da situazioni di disagio.

Difficoltà familiari, povertà educativa, abbandono scolastico, solitudine, uso problematico dei social network, consumo di sostanze o mancanza di prospettive sono alcune situazioni di disagio. Milano è una città ricca di opportunità, ma anche caratterizzata da forti disuguaglianze tra quartieri e gruppi sociali. Alcuni giovani crescono in contesti nei quali mancano spazi sicuri, figure adulte di riferimento e occasioni concrete per costruire un futuro. Intervenire sulla violenza significa quindi anche investire nella prevenzione: garantire servizi educativi, centri di aggregazione, attività sportive e culturali, orientamento scolastico e professionale, assistenza alle famiglie e presenza qualificata nei luoghi più fragili.

4.Un ruolo fondamentale spetta alla scuola.

Essa, come più volte è stato affermato, non deve limitarsi alla trasmissione delle conoscenze, ma deve educare alla legalità, al rispetto, alla gestione dei conflitti e alla cittadinanza responsabile. Gli insegnanti, adeguatamente sostenuti, possono individuare precocemente segnali di isolamento, aggressività o disagio e favorire il dialogo con le famiglie e con i servizi territoriali. Anche l’educazione digitale è indispensabile: molti conflitti iniziano o si amplificano sui social, dove insulti, minacce e umiliazioni possono diffondersi rapidamente. I giovani devono imparare a usare la rete con consapevolezza, comprendendo le conseguenze delle proprie parole e dei propri comportamenti.

5.La famiglia è chiamata a svolgere una funzione decisiva.

Stabilire regole, ascoltare senza giudicare, dedicare tempo e offrire un esempio coerente sono strumenti essenziali. Un adolescente ha bisogno di limiti, ma anche della certezza di poter chiedere aiuto. Ignorare i segnali di disagio o affrontarli soltanto con autoritarismo può aggravare la situazione. È preferibile costruire un dialogo fondato sull’autorevolezza, cioè sulla capacità di unire fermezza, affetto e responsabilità.

6.Promuovere il protagonismo positivo.

Molti ragazzi desiderano essere riconosciuti e trovare un ruolo nel gruppo. Se non incontrano opportunità costruttive, possono cercare considerazione attraverso comportamenti rischiosi o aggressivi. Progetti di volontariato, sport, laboratori artistici, formazione professionale e iniziative di partecipazione civica possono offrire alternative concrete, rafforzando l’autostima e il senso di appartenenza.

7.Le istituzioni devono operare in modo coordinato.

Sicurezza e inclusione non sono obiettivi contrapposti: una città più sicura è anche una città capace di prevenire l’emarginazione. Forze dell’ordine, servizi sociali, scuole, associazioni, famiglie e realtà sanitarie devono condividere informazioni, competenze e responsabilità, nel rispetto della legge e della dignità delle persone. È importante che la presenza delle istituzioni nei quartieri non si manifesti soltanto durante le emergenze, ma sia costante, visibile e orientata alla costruzione di fiducia.

8.Ogni cittadino può contribuire adottando un atteggiamento equilibrato.

Occorre denunciare i reati, sostenere le vittime e rifiutare la violenza, evitando però discorsi d’odio e campagne di stigmatizzazione. La paura è comprensibile, ma non deve impedire di cercare soluzioni razionali. Nei confronti degli adolescenti e dei giovani servono fermezza, ascolto, educazione e speranza. Solo combinando sicurezza e prevenzione, responsabilità e inclusione, sarà possibile affrontare il fenomeno della violenza a Milano e in altre città senza arrendersi né all’indifferenza né al pregiudizio.

Don Gian Maria Comolli

ARTICOLI PER APPROFONDIRE

LA PAROLA DI DIO DELLA DOMENICA

SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI (Mt. 5,1-12) – 1 novembre

Se oggi nel mondo è presente ancora un po’ di speranza è merito dei santi che l’hanno custodita in mezzo a molta disperazione.

Se esiste ancora la fraternità, lo dobbiamo a questi testimoni che coraggiosamente l’hanno vissuta tra l’odio degli uomini.

Se qualcu­no sorride ancora a un bambino o a un anziano, è per i santi che ci hanno insegnato a rispettare e amare la vita dal concepimento alla morte naturale.

Ebbene, i santi, sono gli autentici benefattori dell’umanità!

E, i santi, sono tantissimi. Il Libro dell’Apocalisse evidenzia il numero 144.000 per indicare la moltitudine sconfinata di questi uomini e donne, e non può essere altro che così, perché la forza del “dolore-amore” di Cristo e il suo sangue versato doveva portare straordinari benefici.

Di santi agli occhi di Dio ne abbiamo conosciuti tanti anche noi essendo vissuti accanto a noi, anche se forse non ci siamo accorti della loro presenza. Sono le mamme piene di amore di Dio; sono gli uomini miti e pronti a eroici e nascosti sacrifici; sono i giovani leali e generosi; sono gli anziani umili e se­reni; sono gli ammalati ricchi di speranza e di bontà… Ecco i santi scono­sciuti agli uomini ma non dagli occhi di Dio!

Chi sono i santi? Li indica il Vangelo di questa domenica.

–I poveri nel cuore, cioè chi ha superato la suggestione dell’avere e del possedere e si è lasciato attrarre dal fascino del donare.

–I miti e i misericordiosi che hanno sconfitto il nemico più terribile e più insidioso per l’uomo, cioè l’orgoglio.

–I puri di cuore cioè chi vive con trasparenza senza indossare maschere o agire con seconde intenzioni ed è capace di amare il prossimo nella sua totalità.

–Coloro che piangono e soffrono ma conservano la spe­ranza in Cristo, in Colui che non delude e asciugherà ogni lacrima.

–I perseguitati a causa dell’amore a Dio e al prossimo. Non esiste amore più grande di quello di chi dà qualcosa di sé, o addirittura se stesso, per il bene dell’altro e della società.

Cosa fanno i santi in cielo?

Disse santa Teresa di Lisieux: “Voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra”. Questo è il Paradiso dei santi. Essi proseguono a fare il bene che hanno iniziato sulla terra: pregando per noi, accompagnandoci nella nostra giornata, illuminandoci nelle decisioni difficili!

Ebbene, i santi continuano ad amarci e ad accompagnarci, poiché “l’amore” è l’elemento che unisce il cielo e la terra e questi uomini e donne sono la viva testimonianza, accompagnando con il loro amore e la loro comprensione la nostra vita perché anche noi possiamo divenire santi.

LE DOMANDE AL DON (83)

Papa Francesco: i santi “della porta accanto”

Tra poco vivremo la Festa di Tutti i Santi. Mi ha molto colpito alcuni anni fa una frase di Papa Francesco che affermava la presenza nel nostro quotidiano di “santi della porta accanto”. La può approfondire? Matilde  

LA RISPOSTA DEL DON

Nel magistero di Papa Francesco, l’espressione “i santi della porta accanto” ha colpito molti. Cosa voleva esprimere Papa Bergoglio con questa espressione?  Segnalava una santità concreta, quotidiana e accessibile, vissuta non necessariamente da persone celebri o riconosciute ufficialmente dalla Chiesa, ma da uomini e donne che, nel silenzio della vita ordinaria, testimoniano il Vangelo attraverso la carità, la fedeltà, il servizio e la speranza. Questa prospettiva ha restituito alla santità il suo carattere universale: essa non è privilegio di pochi, bensì la vocazione di ogni battezzato.

PROSEGUI LA LETTURA DELLA RISPOSTA

LE VARIE RISPOSTE DEL DON

Il “contatore” degli aborti

Controlla in tempo reale il numero degli aborti nel mondo dal 1 gennaio 2026

Oggi siamo a 37.847.000 

VERIFICA IL CONTATORE

IL LIBRO DELLA SETTIMANA

R.Mensuali, IL VANGELO DELLO STUDENTE, San Paolo, 128 pagine, 12 euro

Una lettura al mese per un anno scolastico, e qualcuna in più per “restare connessi” durante le vacanze estive. È la proposta del “Vangelo dello studente” per attraversare i mesi di scuola con un piccolo viatico — che parte da Gesù, dalla sua storia, dalla sua esperienza di ragazzo e di uomo, oltre che di Dio Salvatore — per scoprire la bellezza nascosta in ogni giornata, in ogni incontro, in ogni fatica e in ogni gioia. Un testo che parla ai ragazzi e alle ragazze di oggi con la straordinaria attualità del Vangelo, una “buona novella” in cui ritrovare il senso della vita. Da leggere in un momento di raccoglimento o in compagnia per trovare conforto o scoprire nuovi significati, per fare un percorso o mettersi semplicemente in ascolto.

LA NOSTRA BIBLIOTECA

https://www.gianmariacomolli.it/category/libri/

 IL FILM DELLA SETTIMANA

LA SETTIMA STANZA (1996)

Il film racconta la vita di Edith Stein, una suora carmelitana filosofa di origini ebraiche. che si convertì al cattolicesimo. Divenne monaca di clausura e fu deportata ad Auschwitz durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu uccisa ad Auschwitz e caninizzata nel 1998 da papa san Giovanni Paolo II.

 I NOSTRI FILM

https://www.gianmariacomolli.it/category/film/

I PROSSIMI GIORNI 

LA NOTTE DI HALLOWEEN (31 ottobre): significato e comportamenti

 Origine

La notte di Halloween, celebrata il 31 ottobre, è oggi associata a costumi, zucche intagliate, dolcetti e rappresentazioni scherzose del mondo soprannaturale. Sebbene la festa sia divenuta soprattutto un fenomeno più commerciale che culturale è di origine anglosassone, e affonda le sue radici in antiche tradizioni celtiche, popolari e anche cristiane, infatti l’idea di una notte di passaggio, nella quale il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, si fa più sottile.

Il nome “Halloween” deriva dall’ambito cristiano. Nel calendario liturgico, il 1º novembre è la festa di Ognissanti, in inglese “All Saints’ Day” o “All Hallows’ Day”. La vigilia veniva chiamata “All Hallows’ Eve”, espressione successivamente abbreviata in “Halloween”. La Chiesa cristiana, nel corso dei secoli, collocò importanti ricorrenze religiose in prossimità di antiche feste stagionali, contribuendo alla trasformazione e alla reinterpretazione di usanze preesistenti. Il 2 novembre, inoltre, fu dedicato alla commemorazione dei defunti, creando un periodo di celebrazioni legate alla morte, alla memoria e alla spiritualità.
All’inizio dellala festa di “Samhain”, una delle principali celebrazioni dell’antico calendario celtico. I Celti, popolazioni diffuse soprattutto nell’area dell’Irlanda, della Scozia e di alcune regioni dell’Europa occidentale, dividevano l’anno in due grandi periodi: quello luminoso, associato all’estate e alla prosperità, e quello oscuro, legato all’inverno. Samhain segnava la conclusione della stagione dei raccolti e l’inizio dell’inverno. La celebrazione cominciava tradizionalmente al tramonto del 31 ottobre e proseguiva fino al 1º novembre, secondo il modo antico di considerare il giorno come un’unità iniziata con la notte.
Il passaggio dall’estate all’inverno non aveva soltanto un significato agricolo ma soprattutto  simbolico e religioso. La fine dei raccolti rappresentava la conclusione di un ciclo naturale e l’ingresso in una fase di oscurità, freddo e maggiore precarietà. Si riteneva che, durante Samhain, le normali separazioni tra il mondo umano e quello soprannaturale potessero indebolirsi. Gli spiriti dei defunti, insieme ad altre entità, avrebbero potuto avvicinarsi al mondo dei vivi.
Le fonti storiche sulle pratiche originarie di Samhain sono tuttavia limitate e spesso posteriori rispetto al periodo celtico. Per questo motivo, molte descrizioni moderne della festa devono essere considerate con prudenza. È probabile che le celebrazioni comprendessero grandi fuochi rituali, accesi sulle colline o in luoghi comunitari. Il fuoco aveva una funzione simbolica di protezione e di purificazione, oltre a rappresentare la continuità della vita durante la stagione oscura. In alcune ricostruzioni, i partecipanti spegnevano i focolari domestici e li riaccendevano con una fiamma proveniente dal fuoco cerimoniale, come gesto di rinnovamento e di protezione per l’inverno.
Un altro elemento frequentemente associato a Samhain era il travestimento.

Secondo la tradizione popolare, le persone potevano indossare maschere o abiti particolari per confondersi con gli spiriti, oppure per allontanarli. Questa usanza sarebbe all’origine dei costumi tipici di Halloween. Anche l’ uso delle zucche intagliate hanno un loro significato. Queste venivano svuotate e intagliati con volti grotteschi, spesso illuminati dall’interno con una candela. L’obiettivo era proteggere la casa dagli spiriti maligni o rappresentare esseri soprannaturali.
Concludendo possiamo affermare che l’Halloween contemporaneo è il risultato di una lunga evoluzione. Le sue origini pagane si collegano soprattutto a Samhain mentre il nome e alcune date derivano dalla tradizione cristiana. La festa moderna, diffusa globalmente attraverso la cultura angloamericana, conserva in forma simbolica antichi temi: il rapporto con i morti, la paura dell’ignoto, il rinnovamento stagionale e la necessità di affrontare l’oscurità mediante rituali collettivi.

La posizione cattolica nei confronti della notte di Halloween del 31 ottobre

Affermare che il cattolicesimo “condanni” in modo assoluto la notte di Halloween richiede una precisazione. La Chiesa cattolica non ha emanato un divieto universale riguardante il 31 ottobre, né considera automaticamente peccaminosa ogni forma di festa, travestimento o gioco collegato a Halloween. Tuttavia, numerosi cattolici guardano giustamente a questa ricorrenza con prudenza e, in determinati casi, la rifiutano perché ritengono che alcuni suoi simboli e comportamenti siano incompatibili con la fede cristiana.
La principale riserva cattolica riguarda l’uso di immagini associate alla morte, ai demoni, alla stregoneria e all’occulto. Costumi raffiguranti diavoli, spiriti maligni, maghi o praticanti di arti esoteriche appaiono agli occhi della Chiesa, pur essendo semplici elementi fantastici,  occasioni per banalizzare realtà che il cristianesimo considera spiritualmente negative. La fede cattolica insegna infatti l’esistenza del bene e del male spirituale e invita i fedeli a non ricercare il contatto con potenze occulte.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica condanna esplicitamente la divinazione, la magia, la stregoneria e ogni tentativo di evocare forze soprannaturali al di fuori di Dio. Tali pratiche, secondo costituiscono una forma di superstizione e possono allontanare la persona dalla fiducia nella Provvidenza divina. Pertanto, se Halloween viene vissuta attraverso sedute spiritiche, evocazioni, rituali esoterici, consultazione di medium o giochi finalizzati a entrare in contatto con i defunti, la condanna ecclesiale è chiara. Il problema, in questo caso, non è la data del 31 ottobre in sé, ma il ricorso a pratiche considerate incompatibili con la fede.

Un ulteriore motivo di perplessità è la possibile banalizzazione della morte. Per il cristianesimo, la morte non è un semplice elemento decorativo o uno strumento di intrattenimento: rappresenta una realtà seria, legata al peccato, alla redenzione, al giudizio e alla speranza della vita eterna. La celebrazione di Halloween può ridurre questi temi a immagini macabre, scherzi di cattivo gusto o spettacolarizzazione della violenza. Alcuni inoltre  temono  che, soprattutto nei bambini, l’esposizione continua a simboli inquietanti possa generare paura o confusione, specialmente quando manca un adeguato accompagnamento familiare.
Va tuttavia riconosciuto che molte persone partecipano a Halloween senza alcuna intenzione religiosa o occultistica. Per numerosi bambini si tratta semplicemente di una festa con costumi innocui, dolci e giochi. Un travestimento da animale, personaggio immaginario o figura della fantasia non implica necessariamente un’adesione alla stregoneria o al satanismo. Anche la raccolta di dolci, considerata nel suo significato ordinario, non rappresenta un atto contrario alla fede cattolica. Di conseguenza, non sarebbe corretto sostenere che ogni partecipazione a Halloween costituisca automaticamente un peccato.
La posizione più equilibrata consiste nel distinguere tra il contesto e le modalità della celebrazione. Una famiglia cattolica può scegliere di non partecipare a feste caratterizzate da simboli satanici, pratiche occulte, violenza o comportamenti pericolosi. Può inoltre proporre alternative ispirate alla vigilia di Ognissanti, come veglie di preghiera, incontri comunitari, feste con costumi dedicati ai santi oppure attività educative sul significato cristiano della santità. In diversi Paesi sono nate iniziative denominate “Holyween” o “Holywins”, nelle quali i bambini si travestono da santi e celebrano la vittoria della santità sul male.

In conclusione, il cattolicesimo non condanna necessariamente ogni forma di Halloween, ma rifiuta con decisione l’occultismo, la magia, la celebrazione del male e la banalizzazione della morte. Il 31 ottobre diventa problematico quando la festa incoraggia pratiche contrarie alla fede o comportamenti dannosi. La valutazione dipende dunque dalle intenzioni, dai simboli utilizzati e dalle attività svolte. Per i cattolici, il criterio fondamentale è vivere questa ricorrenza con discernimento, privilegiando ciò che promuove il bene, la dignità della persona, la serenità dei bambini e il significato cristiano della vigilia di Ognissanti.

Come deve vivere il cristiano il 2 novembre, giornata della Commemorazione dei Defunti?

Il 2 novembre, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, è per la Chiesa un’occasione di preghiera, di memoria e di speranza. In questa giornata il cristiano è invitato a fermarsi, almeno per un momento, nel ritmo spesso frenetico della vita quotidiana, per ricordare le persone care che hanno concluso il loro cammino terreno e affidarle alla misericordia di Dio. Non si tratta soltanto di una ricorrenza tradizionale, né di un momento dominato dalla tristezza: la commemorazione dei defunti, vissuta alla luce della fede, è un atto di amore e un’espressione della speranza cristiana nella vita eterna.

Come deve vivere questo giorno il cristiano?

Con la preghiera e nella preghiera per i defunti.

La Chiesa invita a partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia, a pregare personalmente e a ricordare i defunti nelle intenzioni comunitarie. La preghiera per coloro che sono morti manifesta la fede nella comunione dei santi, cioè nella profonda unità che unisce tutti i battezzati, sia quelli ancora pellegrini sulla terra, sia quelli che vivono nella gloria di Dio, sia coloro che attendono la piena purificazione. Pregare per i defunti significa riconoscere che l’amore non viene annullato dalla morte e che il legame spirituale con le persone care continua, pur assumendo una forma nuova.

Partecipando alla Celebrazione Eucaristica.

Nell’Eucaristia la Chiesa annuncia la morte e la risurrezione di Cristo, fondamento della speranza cristiana. Gesù, vincendo il peccato e la morte, ha aperto all’umanità la strada della vita eterna. Per questo il cristiano non ricorda i defunti soltanto con nostalgia, ma li affida a Cristo risorto, nella certezza che la morte non rappresenta l’ultima parola sull’esistenza umana. La partecipazione alla Messa diventa così un gesto di fede, di gratitudine e di affidamento.

Recandosi al cimitero.

Recarsi presso le tombe dei propri cari, deporre un fiore, accendere una luce o fermarsi in silenzio è un modo autentico per esprimere affetto e riconoscenza. Tuttavia, questi gesti acquistano il loro significato più profondo quando sono accompagnati dalla preghiera e dalla consapevolezza che il corpo umano, anche dopo la morte, merita rispetto e dignità. Il cimitero non dovrebbe essere considerato semplicemente un luogo di separazione, ma anche uno spazio di memoria e di attesa, nel quale la comunità cristiana proclama la speranza nella risurrezione dei morti.

Facendo memoria con gratitudine.

Ricordare una persona defunta non significa soffermarsi esclusivamente sul dolore della sua assenza, ma riconoscere il bene ricevuto attraverso la sua vita: l’educazione, l’esempio, l’affetto, il servizio e le parole che hanno lasciato un segno. La memoria cristiana non è rivolta al passato in modo sterile; essa può diventare una responsabilità per il presente. Il modo più autentico di onorare i defunti consiste anche nel proseguire il bene da loro iniziato, coltivando nella propria vita quei valori che essi hanno testimoniato.

Riflettendo sul significato della propria esistenza.

Il ricordo della morte non deve alimentare paura o disperazione, ma aiutare a vivere con maggiore consapevolezza. Il cristiano è invitato a interrogarsi sulle proprie scelte, sul modo in cui tratta gli altri e sull’uso del tempo che gli è stato affidato. La morte ricorda il carattere fragile e limitato della vita terrena, ma proprio per questo sollecita a viverla con responsabilità, carità e apertura a Dio.

Concludo ricordando che la commemorazione dei defunti non si deve ridurre a un fatto individuale o familiare. La Chiesa invita a ricordare tutti i defunti, compresi coloro che non hanno più nessuno che preghi per loro, le vittime delle guerre, delle calamità, della violenza e delle ingiustizie. In tal modo, la comunità cristiana manifesta una solidarietà universale e affida ogni persona alla misericordia del Padre.

Anche l’attenzione verso chi vive un lutto può rappresentare una forma concreta di carità: una visita, una parola discreta, un ascolto sincero possono alleviare la solitudine di chi soffre.

Il 4 novembre

Il 4 novembre rappresenta una data di grande rilievo nella storia italiana, perché ricorda la conclusione della Prima guerra mondiale per l’Italia e la vittoria ottenuta nel 1918. Dunque una giornata dedicata alla memoria dei caduti, alla riflessione sul valore della pace e al riconoscimento dell’impegno di quanti operano al servizio dello Stato.

La ricorrenza è legata agli eventi dell’autunno del 1918. Dopo anni di combattimenti e di enormi perdite umane, l’esercito italiano riuscì a prevalere nella battaglia di Vittorio Veneto. Il 3 novembre venne firmato l’armistizio con l’Impero austro-ungarico, entrato in vigore il giorno successivo. Il 4 novembre segnò quindi la fine delle operazioni militari sul fronte italiano e fu interpretato come il completamento del processo di unificazione nazionale iniziato nel Risorgimento. Con l’annessione di Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia e altre terre precedentemente sottoposte al dominio austro-ungarico, l’Italia raggiunse una configurazione territoriale più vicina a quella attuale.

Il significato storico del 4 novembre, tuttavia, non può essere ridotto alla celebrazione di una vittoria militare. La Prima guerra mondiale fu un conflitto estremamente sanguinoso, che provocò milioni di morti, feriti, mutilati e profughi. Anche l’Italia pagò un prezzo altissimo: numerosi soldati persero la vita nelle trincee, mentre molte famiglie furono colpite dalla povertà, dal lutto e dalle conseguenze sociali ed economiche della guerra. Personalmente ricordo il mio nonno morto in una trincea a Bassano del Grappa il 31 ottobre.

Ricordare il 4 novembre significa pertanto rendere omaggio a tutte le vittime e riconoscere il sacrificio di una generazione che fu costretta ad affrontare condizioni drammatiche.

La memoria dei caduti, dunque,  costituisce uno degli aspetti centrali della ricorrenza. Particolare importanza assume anche il tributo reso al Milite Ignoto, sepolto presso l’Altare della Patria a Roma. Questa figura simbolica rappresenta tutti coloro che morirono in guerra senza essere identificati e consente alla collettività di ricordare ogni caduto, indipendentemente dal nome, dal grado o dal luogo di provenienza.

Il 4 novembre è inoltre la giornata delle Forze Armate.

L’espressione non riguarda soltanto l’esercito, ma comprende tutte le istituzioni militari italiane: Esercito, Marina, Aeronautica, Arma dei Carabinieri e, secondo le specifiche funzioni, gli altri corpi impegnati nella sicurezza e nella difesa del Paese. Le Forze Armate svolgono compiti essenziali per la tutela della sovranità nazionale, la protezione della popolazione e la gestione delle emergenze. Negli ultimi decenni il loro impegno si è esteso anche alle missioni internazionali di pace, alle operazioni umanitarie, al soccorso durante calamità naturali e alla collaborazione con le autorità civili.
Questa giornata offre quindi l’opportunità di riflettere sul rapporto tra cittadini e istituzioni. Le Forze Armate devono operare nel rispetto della Costituzione, delle leggi e dei principi democratici. Il loro ruolo non consiste soltanto nella difesa militare, ma anche nel contribuire alla sicurezza collettiva e alla stabilità internazionale. In un mondo segnato da conflitti, tensioni geopolitiche e crisi umanitarie, il servizio prestato dai militari richiede responsabilità, preparazione e rispetto dei diritti fondamentali.

Un altro significato importante della ricorrenza riguarda l’unità nazionale.

Il 4 novembre richiama il senso di appartenenza a una comunità condivisa, fondata sulla storia, sulla memoria e sui valori costituzionali. L’unità, tuttavia, non deve essere intesa come uniformità o esclusione delle differenze. Al contrario, essa si costruisce attraverso il rispetto reciproco, la partecipazione democratica e la solidarietà tra cittadini. Ricordare il passato può aiutare a comprendere quanto siano preziosi la libertà, la convivenza civile e la cooperazione.
È fondamentale, soprattutto per le giovani generazioni, conoscere il significato di questa data. Lo studio della storia permette di evitare semplificazioni e interpretazioni retoriche della guerra. Le celebrazioni del 4 novembre dovrebbero diventare momenti di educazione civica, durante i quali comprendere il valore della pace e le conseguenze delle decisioni politiche e militari. La memoria non deve alimentare l’odio o il nazionalismo aggressivo, ma promuovere consapevolezza e responsabilità.

NON C’E’ AMORE PIU’ GRANDE

Lettera Pastorale del vescovo di Albenga-Ventimiglia monsignor Antonio Suetta alla Diocesi circa la carità e l’annuncio dell’amore di Dio ai musulmani

In questi giorni ho navigato un po’ su internet leggendo varie lettere pastorali (o riassunti) che alcuni vescovi italiani hanno scritto per le proprie diocesi. Tutte Lettere di profondi contenuti e anche ricche di suggerimenti pastorali, ma la mia attenzione si è soffermata su quella del vescovo di Albenga-Ventimiglia, monsignor Suetta, forse per la sua particolare originalità, che ha invitato la sua diocesi ad evangelizzare i musulmani che vivono su quel territorio diocesano. Mi sembra anche in profonda sintonia con san Francesco, che come ho affermato nell’editoriale, ha incontrato e dialogato con il mondo mussulmano, non perdendo però mai di vista l’importanza dell’ascolto e della stima reciproca e soprattutto la rilevanza dell’ annunciare il Vangelo e l’invito alla conversione.

Evidenziamo alcuni passaggi della Lettera

-Incipit

“Trascurare l’annuncio di Gesù Cristo sarebbe disprezzare la sua croce salvatrice e la sua mediazione universale. In fondo, sarebbe tradire la nostra missione di battezzati”. E subito una domanda:  “Qualcuno potrebbe chiedersi: ‘C’è davvero bisogno di annunciare Gesù? Non possono salvarsi essendo fedeli alla loro religione?’ ”. Certamente, risponde il vescovo, le vie dello Spirito non hanno frontiere, e la Dottrina della Chiesa insegna anche che chi, con una completa ignoranza di Gesù, vive fedele a Dio seguendo la sua coscienza, potrebbe arrivare in qualche modo alla salvezza, ma però con grande difficoltà. In ogni caso, ribadisce il presule, ricordando la Dichiarazione “Dominus Jesus” del 6 agosto 2000, ci si può salvare solo attraverso di Gesù Cristo, perché da quando il Figlio di Dio è venuto ad abitare tra di noi e ha compiuto l’opera della redenzione, è diventato l’unica via al Padre. Ebbene, trascurare l’annuncio di Gesù Cristo è tradire la missione che ogni battezzato ha ricevuto. E, per essere più concreto porta questo esempio. “Quanti musulmani che vivono tra i cristiani si rivolgeranno a loro nel giorno del giudizio dicendo: ‘Perché non mi hai lanciato la corda? Perché non mi hai fatto conoscere la verità?’ ”. E come scordare l’esclamazione di san Paolo: “Guai a me se non annuncio il Vangelo” (1 Cor 9,16). Tutto ciò è ben riassunto con un immagine: “Se vediamo qualcuno che cerca di uscire da un fiume, ma è trascinato via dalla corrente e noi abbiamo una corda per aiutarlo, sarebbe una negligenza grave non lanciare la corda (…). Quanti musulmani che vivono tra cristiani si rivolgeranno a loro nel giorno del giudizio dicendo: ‘Perché non mi hai lanciato la corda? Perché non mi hai fatto conoscere la verità?’ ”.

 –Le indicazioni del vescovo

Servirà partire con un itinerario formativo specifico per preparare i fedeli all’evangelizzazione dei musulmani presenti sul territorio poichè l’accoglienza e il rispetto per la persona del musulmano non eliminano il dovere di annunciargli Gesù Cristo. Per il vescovo: “amare il prossimo, specialmente lo straniero, significa anche volerlo rendere partecipe della gioia del Vangelo”.

-La conclusione

“Carissimi, sono, dunque, lieto di annunciare che, a partire dall’Anno Pastorale 2026/2027, la nostra Diocesi si impegnerà a rivolgersi in modo speciale, con la carità cristiana e con la testimonianza e la proclamazione del Vangelo di Verità, pure a quei musulmani che abitano nel nostro stesso territorio… Serve però conoscere la fede e la cultura dei musulmani, che incontriamo quotidianamente per esercitare in modo più consapevole il nostro dovere di battezzati”.

“Ciò deve essere accompagnato sempre dalla preghiera, convinti che lo Spirito Santo è l’unico capace di cambiare il cuore e di riempirlo della pace interiore che accompagna la sua presenza”.

DIVENTA “VOLONTARIO” 

PERCHE’?

Il volontariato è un pilastro della società civile e riveste un’importanza cruciale nel panorama societario. Le associazioni di volontariato consentono infatti di integrare le prestazioni tradizionali con un approccio umano e relazionale. La presenza di volontari disinteressati crea un clima di fiducia e apertura, indispensabile per affrontare situazioni di grande vulnerabilità.

Inoltre, le associazioni di volontariato sono spesso in grado di rispondere in modo rapido ed efficace a bisogni specifici, che possono prima sfuggire alle strutture sanitarie pubbliche. Grazie alla loro flessibilità e alla varietà di competenze dei loro membri, queste organizzazioni possono sviluppare programmi innovativi e rispondere a esigenze emergenti. 

UN BREVE CORSO PER COMPRENDERE CHI E’ IL VOLONTARIO

 

IL “PROTETTORE” DEL BLOG

Il Protettore di questo blog è il BEATO GIUDICE ROSARIO LIVATINO assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 che è stato non solo un “uomo pensante” ma anche un magistrato modello e una persona di grande e autentica fede: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Quindi. come affermò san Giovanni Paolo II un “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Pur partecipando alla Messa ogni giorno, forse nessuno ha notato la sua azione religiosa ma l’effetto di quell’azione, cioè la testimonianza. Dunque una fede non da mostrare nelle forme ma da rendere leggibile nella testimonianza. E, ogni suo documento, al termine, era siglato con STD (SUB TUTELA DEI). Il mio auspicio è che anche i molti visitatori di questo blog, seguendo il suo esempio, si pongano “sub tutela Dei” e testimoni, anche con le argomentazioni da uomini pensanti, di principi e di valori fondamentali alla nostra società e alle future generazioni. GRAZIE.
Per conoscere il beato Livatino:

-La vita

-«L’uomo che ho ucciso, Livatino, – ha affermato: oggi mi aiuta a coltivare la speranza»

-Un commento sul Giudice Livatino

Gli algoritmi dei social media stanno rendendo sempre più difficile trovare notizie umanistiche, religiose, cattoliche e bioetiche. Seguimi anche sulle piattaforme. Scegli tu quale:

In LINKEDIN con 14.001 collegamenti, 15.424 follower e 37.627 impressioni post  – 24 ottobre /31 ottobre

 VISITA

Oppure visita FACEBOOK. 24.483 follower

INSTAGRAM

Ogni giorno una “buona notizia”

OLTRE

VISITA

Visite blog DELL’UOMO PENSATE

Ultima settimana: 33.129

TOTALE  FOLLOWER blog + piattaforme 74.520

RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE ONLINE “CONTROCORRENTE” e ARCHIVIO 

Questa Rassegna Stampa è un po’ particolare poiché verranno evidenziati mediante alcuni articoli temi che solitamente non trovano spazio nei massmedia e sul web andando contro-corrente o appartenendo a quella categoria definita “politicamente scorretta”. Inoltre per ogni argomento sarà presente anche un “archivio”  poiché affogati da continue notizie rischiamo di scordare oggi quello che è avvenuto ieri e, così dimenticando la memoria, gli errori si ripetono. Buona lettura!

ITALIA E OPINIONI

MONDO

ESTREMISMO ISLAMISMO

ARCHIVIO

CHIESA e CRISTIANESIMO 

PAPA LEONE XIV

NOTIZIE E COMMENTI

CEI e ISLAM

ARCHIVIO

BIOETICA 

MARCELLO VENEZIANI – E Foucault mise la parola fine all’uomo

INIZIO VITA

TERMINE VITA

ARCHIVIO INIZIO VITA

ARCHIVIO FINE VITA

GENDER e CULTURA WOKE

 

ARCHIVIO

SALUTE e SANITA’

ARCHIVIO 

I “DEBOLI” DELLA SOCIETA: Diversamente abili, poveri, immigrati

FAMIGLIA, ADOLESCENTI e GIOVANI

ARCHIVIO ADOLESCENTI e GIOVANI

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, WEB e COMUNUCAZIONE

ARCHIVIO INTELLIGEMZA ARTIFICIALE

ARCHIVIO WEB e COMUNICAZINE

ALCUNI SPUNTI PER LA RIFLESSIONE

SOSTIENI CHI FA IL “BENE”ANCHE A NOME TUO

 d

 

Il Blog dell’ “Uomo pensante” vuole combattere stereotipi e pregiudizi, non sta dalla parte di nessuno ma si basa unicamente sulla verità dei fatti e si propone di essere il più inclusivo possibile. Come potete notare, nonostante i numeri soddisfacenti di entrate giornaliere, non vi è nessuna pubblicità per non essere manipolato dagli inserzionisti. Per questo, se presto un servizio che ritenete buono, chiedo la vostra generosità nei confronti di chi fa il bene anche a “nome vostro”.
Evidenzio la testimonianza di sacerdoti mio caro amico che gestisce molteplici persone fragili immigrate.

Don Giusto Della Valle

Don Giusto Della Valle è un sacerdote, mio caro amico, della diocesi di Como e attualmente è il parroco di San Martino a Rebbio, un quartiere di Como. Oltre che essere parroco ospita circa 50 persone immigrate a cui fornisce vitto e alloggio. Per questo suo grande impegno è conosciuto e apprezzato in tutta la città. 

Una testimonianza

“Nell’estate 2017, in piena emergenza migranti, ho incontrato Don Giusto Della Valle, una persona eccezionale impegnata a togliere le sofferenze. Il dramma delle migrazioni mi ha da sempre angosciato e da tempo desideravo poter fare qualche cosa per loro. Con lui ho cercato un immobile da ristrutturare così da poter ospitare minori stranieri non accompagnati e l’abbiamo individuato a Rebbio (Como), in via Giussani 35. L’immobile apparteneva al “Collegio delle Missioni Africane” noto anche come “Missionari Comboniani” ed il ricavato della vendita serviva loro per sostenere l’ospedale da loro gestito di Mapuordit nel Sud Sudan, danneggiato alla guerra: una bellissima combinazione. Nel corso della progettazione del nuovo immobile la politica italiana sulla migrazione è cambiata e di conseguenza abbiamo riorientato il progetto verso i bisogni della comunità. La Casa oltre che ad essere aperta al quartiere e alla città dovrà essere un luogo d’educazione e integrazione ed potrà offrire un riparo ai minori non accompagnati, alle mamme in difficoltà con figli e ai piccoli di qualsiasi nazionalità, con attenzione particolare alle situazioni di maggiore fragilità. Un piano dell’immobile suddiviso in quattro appartamentini ed è a disposizione di nuclei familiari che vivono momenti di fragilità umana ed economica. Il cantiere di casa “Caracol” è terminato a fine 2019 e l’attività sociale gestita dalla parrocchia di Rebbio e da Symploké (nata dalla Caritas diocesana di Como) è iniziata nel corso della primavera 2020” (Carlo Crocco, Presidente della Fondazione MDM).

Un video

Como, il meraviglioso cuore di don Giusto fa innamorare i musicisti della Scala: concerto strepitoso per la solidarietà

DONA A DON GIUSTO:  IT48K0843010904000000093297

 

IL MIO ULTIMO LIBRO (in libreria dal 14 ottobre 2026)

PER CONOSCERLO

 MAIL DEL BLOG DELL’UOMO PENSANTE 

gmc@gianmariacomolli.it

Pillola di Saggezza Mensile