10 OTTOBRE  2026 –  Aggiornamento numero  267 

Prossimo aggiornamento sabato 17 ottobre 

EDITORIALE

SUICIDIO ASSISTITO

Non tutto è perso per chi vuole bene ai malati

Il virtuoso esempio della Gran Bretagna

Il monito di papa Leone XIV anche all’Italia

Del viaggio di Leone XIV in Francia resteranno le immagini delle folle che lo hanno accompagnato nelle varie tappe; una testimonianza della grande vitalità della fede in un Paese reduce da una stagione di forte secolarizzazione. Come pure non si scorderanno facilmente o suoi discorsi nei quali ha trattato molteplici tematiche. Noi soffermiamo la nostra attenzione sulle parole rivolte in difesa della vita umana. Nella Messa di Lourdes di fronte a 150.000 fedeli, moltissimi malati ha affermato: “Davanti alle correnti attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana di fronte alla malattia, alla sofferenza o alla vecchiaia, la grotta di Massabielle si erge come un santuario della speranza cristiana”, aggiungendo che “questa terra di Francia scuote le nostre mentalità contemporanee” perché “qui nessuna fragilità viene respinta” e “le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli”. Per il Papa “Lourdes è il luogo benedetto di una professione di fede nella bellezza e nella sacralità della vita”. Un concetto ripreso e rafforzato nel suo saluto agli operatori e agli assistiti al Centro Accueil Notre-Dame di Lourdes, quando il Pontefice ha affermato che “la persona umana è degna per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità” e quindi “la sua dignità non si misura e non si discute”.
In un Paese che ha da poco promulgato una normativa sul suicidio assistito, Leone XIV è stato esplicito e rivolgendosi direttamente a malati e disabili ha detto che “la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta”. E, il Papa, sempre rivolto ai malati ha ribadito che “nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità” perché “nessuno ha il diritto, mai, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana” e “la medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata”. E infine: “non siete un peso, siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa”.

Un discorso che limpidamente chiarisce la posizione della Chiesa di inizio e di termine vita. E’ questo un evidente richiamo anche all’Italia.

Suicidio Assistito e Italia

Nel  nostro Paese non è ancora stata ratificata una legge nazionale sulla tematica come è avvenuto in Francia, ma immagino che un Disegno di Legge presto potrebbe approdare in Parlamento anche a seguito dell’approvazione  di normative regionali. Siamo partiti dall’ Emilia Romagna seguita dalla Toscana e dal Veneto e altre scalciano: dalla Lombardia alla Calabria dalla Puglia alla Sicilia… E come scordare l’ Umbria dove su iniziativa dei radicali, la Regione sta promuovendo una legge sul suicidio assistito senza alcun dibattito, anzi si tenta di trasformare questo omicidio in prestazione sanitaria.

Immensa confusione sui termini del dibattito e sulle prospettive

La maggioranza dei cittadini, spesso male informati, confondono termini e situazioni che tenteremo di chiarire delle domande.

Cos’è il suicidio medicalmente assistito?

Il suicidio medicalmente assistito è una pratica nella quale un medico fornisce a una persona affetta da una malattia grave e incurabile i mezzi necessari per porre fine alla propria vita, lasciandole a lei il compimento dell’atto finale, ad esempio premere un bottone o aprire una flebo con liquido mortifero. Ebbene il malato decide di porre fine alla propria vita, mentre l’altra persona, un operatore sanitario, fornisce i mezzi ma non utilizza o li somministra direttamente.

Cos’è l’eutanasia?

Essa consiste nell’intervento intenzionale volto a porre fine alla vita di una persona affetta da una malattia grave e irreversibile. I sostenitori ne difendono la legittimità in nome dell’autodeterminazione, della dignità individuale e del diritto a evitare accanimenti terapeutici.

Tra “suicidio assistito” e “eutanasia” esistono differenze?

NO, poiché il suicidio assistito e l’eutanasia sono pratiche accomunate da uno stesso obiettivo: porre termine all’esistenza di una persona. Tuttavia, non sono sinonimi, e la differenza principale, come già accennato, riguarda chi compie l’atto finale che determina la morte: nel suicidio assistito il paziente, nell’eutanasia il medico.

Neppure a livello morale e etico esistono diversità.

-Suicidio assistito e eutanasia in rapporto agli operatori sanitari.

Il dovere di ogni operatore sanitario è sempre di curare il malato; la morte non è contemplata in nessun mansionario. Sul portale dell’Hotel Dieu, il più antico ospedale di Parigi si legge: “Se sei malato vieni e ti guarirò, se non potrò guarirti ti curerò, se non potrò curarti ti consolerò”.

-Suicidio assistito e eutanasia a livello giuridico.

Le legislazioni variano notevolmente da uno Stato all’altro. In alcuni Paesi l’eutanasia e il suicidio assistito sono autorizzati (es. Belgio, Olanda, Canada), in altri restano vietate o penalmente perseguite.

-Suicidio assistito e eutanasia a livello etico

In entrambi i casi, come già affermato,  si provoca la morte, cioè l’uccisione di una persona. Ciò è in contrasto e contrario al rispetto della tutela della sacralità e della dignità umana e inoltre non tutela i soggetti fragili e vulnerabili (dagli anziani a portatori di handicap).

Altri chiarimenti collegati con la tematica

 Accanimento terapeutico

Alcuni sono a favore del suicidio assistito e dell’eutanasia, perché secondo loro, evita l’accanimento terapeutico.  Anche qui sono opportuni dei chiarimenti.

Con l’espressione “accanimento terapeutico” si indica generalmente l’insieme di interventi medici che, in presenza di una malattia grave e irreversibile, non producono un ragionevole miglioramento delle condizioni del paziente, ma ne prolungano soltanto l’agonia o la sofferenza. Non si tratta, dunque, di terapie intensive o di ogni trattamento tecnicamente complesso. Di conseguenza, la valutazione del singolo caso, deve considerare la proporzionalità delle cure, le probabilità di successo, gli effetti collaterali, i costi umani e la concreta utilità per il malato.

La Chiesa cattolica non afferma l’obbligo di utilizzare sempre ogni mezzo terapeutico disponibile. Per questo fa una distinzione tra “mezzi ordinari” o proporzionati e “mezzi straordinari”. I primi sono dovuti perché offrono una ragionevole speranza di beneficio e non impongono oneri eccessivi al paziente. I secondi, invece, possono essere rifiutati quando risultano troppo gravosi, rischiosi o incapaci di garantire un vantaggio concreto. Però, la rinuncia a un trattamento sproporzionato, non equivale a voler causare la morte: significa accettare il limite della medicina e lasciare che la malattia segua il proprio corso naturale.

Tutto ciò è chiaramente affermato in diversi documenti della Dottrina Cattolica tra cui la “Dichiarazione sull’eutanasia” della Congregazione per la Dottrina della Fede (1980) e  il “Catechismo della Chiesa Cattolica” (cfr. nn. 2276-2278).

Oppiacei e sedazione profonda

Gli oppiacei, come la morfina e altri analgesici, sono strumenti fondamentali della medicina contemporanea per il controllo del dolore, della dispnea e di alcuni sintomi particolarmente gravi. Il loro utilizzo, secondo la dottrina cattolica, è moralmente lecito quando rispondono a una reale necessità clinica, vengono somministrati in proporzione alle condizioni del paziente e mirano direttamente al sollievo della sofferenza. Non è quindi contrario alla dottrina cattolica ricorrere a farmaci potenti, anche quando possano comportare effetti collaterali rilevanti, come sonnolenza, riduzione della vigilanza o, in alcuni casi, un possibile accorciamento indiretto della vita.
Il criterio decisivo è rappresentato dall’intenzione e dalla proporzionalità dell’intervento.

Se l’obiettivo è alleviare il dolore e non causare la morte, l’atto è moralmente accettabile anche qualora il decesso sopraggiunga come effetto non voluto e non direttamente perseguito. La Chiesa rifiuta invece l’uso degli oppiacei o di altri farmaci con finalità eutanasica, cioè quando la somministrazione è intenzionalmente diretta a provocare la morte del paziente.

Un discorso analogo riguarda la sedazione palliativa, compresa la sedazione profonda continua. Essa consiste nella riduzione farmacologica, proporzionata e controllata, dello stato di coscienza di un paziente, allo scopo di alleviare sintomi refrattari, ossia non adeguatamente controllabili con altri trattamenti. Per la dottrina cattolica essa è moralmente lecita quando sussistono condizioni rigorose: la presenza di una sofferenza grave e non altrimenti controllabile, una valutazione clinica competente, il consenso del paziente o dei suoi rappresentanti, la proporzionalità dei farmaci e l’assenza dell’intenzione di provocare la morte. Per questo la sedazione profonda non deve essere confusa con l’eutanasia. Nella sedazione palliativa, la perdita di coscienza è il mezzo attraverso cui si riduce una sofferenza insostenibile; nella pratica eutanasica, invece, la morte costituisce l’obiettivo direttamente perseguito.

Un ulteriore elemento riguarda l’alimentazione e l’idratazione artificiale.

La dottrina cattolica non considera sempre obbligatorio mantenerle, soprattutto quando non apportano un beneficio reale, risultano eccessivamente gravose o non sono più efficaci per l’organismo morente. La loro eventuale sospensione non equivale necessariamente a un atto eutanasico, purché la morte non sia voluta come fine o mezzo, ma riconosciuta come conseguenza della malattia e del naturale processo terminale. Anche in questi casi, devono essere garantite le cure di base e l’attenzione al comfort del paziente.

Il virtuoso esempio della Gran Bretagna

Abbiamo affermato che molte Regioni italiane hanno fretta per approvare una normativa sul suicidio assistito. Tutto ciò porterà come avvenuto in Francia e Gran Bretagna ad una discussione parlamentare che ha avuto nei due Stati esiti diversi.

In Francia è stata approvata una legge, in Gran Bretagna bloccata. Esaminiamo questo secondo caso poiché potrebbe illuminare anche i nostri politici nel convincerli che leggi contrarie alla vita e soprattutto ai malati e ai fragili possono essere respinte.

Tutto ciò è avvenuto, anche se la maggioranza dei mezzi di comunicazione ha mantenuto un silenzio assoluto, l’ 11 settembre quando la Camera dei Comuni della Gran Bretagna ha respinto il disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito con 286 voti contrari e 270 favorevoli.

Il disegno di legge mirava a introdurre, la possibilità per pazienti affetti da malattie gravi e incurabili di porre fine alla propria vita con l’assistenza di un medico. Coloro che erano  contrari al disegno di legge hanno evidenziato e fatto comprendere i numerosi rischi. Il primo riguarda la protezione delle persone vulnerabili, comprese quelle anziane, disabili, depresse o economicamente dipendenti da altri. Anche in presenza di garanzie formali, una persona potrebbe sentirsi un peso per la propria famiglia oppure ritenere di dover scegliere la morte per non gravare sul sistema sanitario. La libertà di decisione, in tali circostanze, rischierebbe di essere condizionata da pressioni indirette, difficili da individuare e da dimostrare.
I critici del disegno di legge hanno pure osservato che la legalizzazione avrebbe potuto portare nel tempo ad un progressivo ampliamento dei casi ammessi. Secondo loro, una volta accettato il principio che alcune persone possono ricevere assistenza nel morire, diventerebbe più difficile mantenere limiti rigidi riguardo alle patologie, all’aspettativa di vita o alle condizioni psicologiche dei richiedenti. Ciò è dimostrato da quello che avviene in Belgio, Canada e Olanda.
Un elemento centrale del dibattito è stato pure il rapporto tra suicidio medicalmente assistito e cure palliative (di cui parleremo inseguito). I sostenitori della bocciatura hanno affermato che lo Stato dovrebbe investire prioritariamente nell’accesso universale a cure palliative di qualità, in modo da alleviare il dolore e offrire sostegno psicologico, sociale e spirituale ai pazienti e alle loro famiglie. In molti casi, la richiesta di morire può essere legata non esclusivamente alla sofferenza fisica, ma anche alla paura dell’abbandono, della perdita di dignità o alla mancanza di assistenza adeguata. Garantire cure migliori riduce senz’altro le richieste di morte! Da ultimo è stato evidenziato l’impatto della decisione sui medici. Una eventuale legalizzazione avrebbe richiesto di definire con precisione il ruolo dei professionisti sanitari, il diritto all’obiezione di coscienza e i confini tra cura, sedazione palliativa e assistenza al suicidio.

Questo risultato è stato raggiunto anche per l’azione dei vescovi della Chiesa cattolica ed anglicana e delle associazioni civili pro life, che si sono mobilitate in modo capillare,  dimostrando che con la preghiera, la ragione, l’organizzazione e il coraggio è possibile far prevalere il bene comune e la civiltà per tutti.

Una lezione questa anche per tutta la Chiesa italiana dai vescovi ai fedeli-cristiani-laici affinché tornino a riaffermare le ragioni della vita, la forza della preghiera e abbiano il coraggio dell’azione, invece di inseguire il mondo nella sua deriva anti-umana. 

Le Cure Palliative

Allora lasciamo il malato a soffrire? Si chiedono in molti.

No certamente ma investiamo, investiamo, investiamo nelle Cure Palliative che le Regioni citate hanno volutamente scordare e che non potranno essere tralasciate in una eventuale normativa nazionale.

Delle Cure Palliative ne abbiamo già parlato in più occasioni. Oggi riprendiamo l’argomento poiché politici e cittadini italiani faticano a comprenderle.

Le Cure Palliative rappresentano un approccio assistenziale volto a migliorare la qualità della vita delle persone affette da malattie croniche, progressive o inguaribili. Non mirano a guarire la patologia, bensì a controllare il dolore e gli altri sintomi, sostenendo al contempo gli aspetti psicologici, sociali e spirituali del paziente.
L’assistenza palliativa pone al centro la dignità e l’autonomia della persona, rispettandone valori, preferenze e volontà. Essa coinvolge un’équipe multidisciplinare composta da medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, assistenti spirituali e altri professionisti, in collaborazione con la famiglia e con la rete territoriale. Può essere erogata in ospedale, al domicilio, in strutture residenziali o negli hospice.
Un elemento fondamentale è la comunicazione, che deve essere chiara, empatica e rispettosa, soprattutto nelle fasi decisionali più complesse. Le cure palliative non coincidono con l’abbandono terapeutico poiché sono integrate precocemente con i trattamenti destinati alla malattia, offrendo supporto continuo. Così contribuiscono a ridurre la sofferenza, prevenire interventi sproporzionati e accompagnare il paziente e i suoi familiari con competenza e umanità.

Chi non può sottrarsi a questo appello a favore del malato e del fragile?

-I POLITICI chiamati dai cittadini ad operare il bene comune e non per la morte.

-I MEDICI e gli OPERATORI SANITARI  che con il Giuramento d’Ippocrate si sono impegnati a difendere la vita lottando contro ogni atteggiamento mortifero.

-Le ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO, le grandi assenti in questo dibattito; non se ne comprende la ragione.

-I CITTADINI cristiani o non, che vogliono l’autentico bene dei malati, dei sofferenti e dei fragili.

Concludendo, visto che siamo buoni ma non stupidi, come affermava Costanza Miriano: “ Le varie leggi regionali sul suicidio assistito servono ad ammazzare i malati per tagliere i costi. La questione non è la libertà ma i soldi”.

Don Gian Maria Comolli

APPROFONDIMENTO SULLE CURE PALLIATIVE

APPROFONDIMJENTI GENERALI

LA PAROLA DI DIO DELLA DOMENICA

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (11 ottobre 2026)  

 Siamo tutti invitati alla festa di nozze  (Mt. 22,1-14)  

Dio, in questa domenica, ci invita ad una festa di nozze: “Il regno dei cieli è simile ad un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio” . 

Queste parole di Gesù ci svelano con solare chiarezza che Dio desidera regalare a tutti una grande festa. Se questa è l’intenzione dichiarata di Dio, noi dobbiamo essere profondamente e tenacemente ottimisti: il credente, nella misura in cui è credente, ha nel cuore una riserva inesauribile di gioia che resi­ste in mezzo a tutte le prove e a tutte le sofferenze del breve viaggio della vita verso il “banchetto di nozze” che è il Paradiso. I Santi hanno accolto questa meravigliosa notizia e la loro vita si è trasformata in un inno alla gioia. Pensiamo esempio a Bernadette Soubirous, continuamente incompresa e spesso malata. Ella esclamò: “Nel mio letto di dolore io sono più felice di una regina sul suo trono”. Perché? Aveva Dio nel cuore e, dove c’è Dio, c’è puntualmente la gioia! E come scordare la Madonna che ha espresso questa gioia con il Magnificat?

“Ma gli invitati non vollero venire”.

Sembra incredibile ma è possibile rifiutare l’invito di Dio, è possibile chiudersi nell’orgoglio prigionieri della solitudine e dell’infelicità. E’ il mistero della libertà umana che può divenire peccato quando si trasforma nel rifiuto di Dio! Ma Dio, con accenti accorati e insistenti, ci avvisa sul rischio del nostro “no” poichè lo smarrimento del Padre Celeste significa non partecipare alla festa, all’univa vera e autentica festa. Ma noi spesso, ci affanniamo nella ricerca di cose inutili e passeg­gere, mentre trascuriamo quella festa. E come prepararsi fino d’ora a questa festa? Apremdo  umilmente e dolcemente il cuore a Dio, affinché Egli possa invaderlo con un fiume di gioia.

Di fronte al rifiuto di molti, il padrone ordina ai servi: “Andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze”.

Chi? I piccoli, i semplici, i diseredati, i poveri, gli umili… che comprendono meglio e accolgono con più fervore la salvezza. Invece chi è convinto di possedere qui e ora il tutto e non apprezza  nessun dono rischia di non apprezzare nessun dono, neppure il “dono di Dio”!

La conclusione della parabola è chiara: l’umiltà arriva a vedere la verità e quin­di apre il cuore a Dio.

Ma rimane un ultimissimo interrogativo, quello della “veste nunziale”. Cos’è? Risponde San Gregorio Magno: “La carità è la veste nuziale, perché il nostro Redentore era vestito di essa quan­do venne alle nozze per congiungere a sé la Chiesa”. Non scordiamoci dunque che la “veste nunziale” che verrà richiesta per entrare in Paradiso è la carità.

LE DOMANDE AL DON (80)

La frenesia e lo schiavismo del fare

Quotidianamente incontro persone, anche intelligenti e preparate culturalmente e professionalmente, e credo poverette loro, perche sono convinte di “sostenere il mondo” e allora escono, condizionate dalla loro fretta, con espressioni anche villane: “sbrigati”, “questo me lo hai già detto”, “riassumi perché non ho tempo da perdere”, “sono di fretta”…  Ho appena ascoltato la canzoni di Pietro Tredici dal titolo “La fretta”, e mi sembra che è un brano che rifletta con lucidità l’atteggiarsi di queste persone ma anche le pressioni quotidiane, le ansie,  il bisogno costante di correre, anche quando non si sa esattamente verso cosa. Mi sembra pure che il messaggio del cantante è chiaro: evocare attraverso le immagini un ritmo di vita frenetico, una città che non dorme e una mente che fatica a rallentare. Viviamo dunque in un’epoca dominata dalla velocità. E’ positivo tutto ciò? Valeria

LA RISPOSTA DEL DON

Come ha ricordato Valeria viviamo in un’epoca dominata dalla velocità. Ogni giornata sembra essere una corsa contro il tempo, un susseguirsi incessante di impegni, scadenze, comunicazioni e obiettivi da raggiungere. Il valore dell’individuo viene spesso misurato in base a quanto produce, a quante attività riesce a portare a termine e alla rapidità con cui risponde alle richieste. In questo contesto si afferma una vera e propria frenesia del fare, un bisogno continuo di agire che rischia di trasformarsi in una forma di dipendenza sociale e personale. Fare, costruire, progettare e realizzare sono attività fondamentali per la crescita dell’individuo e della collettività…

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LE VARIE RISPOSTE DEL DON

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IL LIBRO DELLA SETTIMANA

P.Porchetti – IL CRISTIANO E’ UN LAVORO DURO. MA QUALCUNO LO DEVE PURE FARE. Divagazioni bibliche nel secolo XXI , San Paolo edizioni, pp. 256, euro 17,10

Il libro conclude il titolo con una affermazione: “ma qualcuno lo deve pure fare”.  Già, ma come? Basta attenersi alla lettera ai dieci comandamenti? Tutto qui? Naturalmente no. Non esiste un elenco di indicazioni puntuali da seguire in qualunque situazione, per assicurarsi la salvezza. In compenso, la Bibbia offre un ricchissimo catalogo di storie nelle quali Dio si è messo in dialogo con uomini e donne, nella quotidianità delle loro vite, talvolta in modo un po’ misterioso, ma sempre operando per il loro bene. Leggere quelle storie può ispirarci anche oggi nelle piccole e grandi cose di ogni giorno. Per questo Anna Porchetti, con uno stile ironico e, insieme, con grande rispetto, ripercorre alcuni passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, portandoci a scoprire punti di contatto tra le vite dei loro protagonisti e le nostre: Eva e il complottismo, Geremia e il tupperware, Giuseppe e la lavastoviglie sono solo alcuni esempi di originali connessioni tra gli episodi biblici e la vita di uomini e donne del nostro secolo. Leggere questo libro diviene così un modo per meditare la Parola, interrogandoci e trovando risposte sulla nostra relazione con Dio e sul Suo infinito amore per noi.

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 IL FILM DELLA SETTIMANA

IL NEGOZIATORE (1998)

Il film con regista F. Gary Gray, è un intenso thriller poliziesco. La vicenda segue Danny Roman, esperto negoziatore della polizia di Chicago, accusato ingiustamente di omicidio e appropriazione indebita. Per dimostrare la propria innocenza, Roman prende ostaggi in un edificio pubblico e richiede l’intervento di Chris Sabian, collega appartenente a un altro distretto. Il confronto tra i due professionisti diventa una raffinata partita psicologica, caratterizzata da tensione, sospetti e manipolazioni. Gray costruisce un ritmo serrato, sostenuto da dialoghi efficaci e interpretazioni convincenti.

Il film riflette inoltre sui temi della corruzione istituzionale, della fiducia e della ricerca della verità, evitando semplificazioni morali.

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Come affrontare il PROBLEMA ECOLOGICO  salvaguardando  l’uomo


Il problema ecologico esiste, anzi è una delle questioni più urgenti del nostro tempo; si pensi al cambiamento climatico, all’inquinamento, alla perdita di alcune biodiversità o allo sfruttamento indiscriminato delle risorse… In altre parole è in crisi il rapporto tra l’essere umano e la natura e ciò mette in discussione non soltanto il futuro del pianeta, ma anche il modello antropologico, culturale ed economico dominante. I due input per la riflessione li prendo da san Francesco e san Tommaso d’Aquino.  

San Francesco e la natura

Per san Francesco la natura non è unicamente un insieme di oggetti disponibili per l’uomo, bensì una comunità vivente, ordinata da Dio e degna di rispetto. Dunque, la concezione del mondo proposta da questo santo, evidenzia che ogni elemento possiede un valore proprio e partecipa all’armonia del creato. L’uomo, pertanto, non è il padrone assoluto della natura, ma una creatura inserita in una rete di relazioni. Purtroppo, questa prospettiva, contrasta con l’atteggiamento che ha caratterizzato una parte significativa della modernità, basata sull’idea di dominio e di sfruttamento. Di conseguenza san Francesco invita a interrogarsi sui bisogni reali e sulle conseguenze delle proprie scelte. Anche la povertà che il santo di Assisi propone non deve essere confusa con la miseria o con il rifiuto dello sviluppo. Essa implica un uso responsabile delle risorse, evitando lo spreco e l’accumulo. Ebbene, in una società caratterizzata dal consumismo, questo principio ha particolare importanza. Ad esempio ogni acquisto, ogni viaggio e ogni scelta alimentare producono effetti sull’ambiente. Ridurre i consumi superflui, preferire prodotti durevoli, limitare gli sprechi e favorire forme di economia sostenibile sono comportamenti coerenti con l’idea francescana di una vita semplice e rispettosa.
Un altro elemento del messaggio di san Francesco è la fraternità universale, per questo si rivolge alle creature chiamandole “fratello” e “sorella”, stabilendo con esse un rapporto di prossimità. Questa visione amplia pure il concetto di responsabilità: la tutela dell’ambiente non riguarda unicamente il benessere umano, ma anche la sopravvivenza degli animali, delle piante e degli ecosistemi. Inoltre, il degrado ambientale colpisce in modo particolarmente grave le popolazioni più povere, che dispongono di minori risorse per affrontare siccità, alluvioni e carestie. Ebbene la questione ecologica è anche sociale e morale poiché difendere l’ambiente è un tutelare le persone più vulnerabili.

Il pensiero francescano contribuisce quindi a superare l’individualismo mediante una cultura condivisa della responsabilità rammentando però che senza un mutamento dei valori, anche le migliori politiche rischiano di essere inefficaci. Il messaggio di san Francesco di fronte alle sfide ecologiche non sostituisce la scienza e la politica, ma ne costituisce un necessario fondamento etico.

San Tommaso e il rapporto Dio-uomo-natura

“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”. Così si legge nel libro della Genesi. Questo aspetto del pensiero giudeo-cristiano sulla natura richiede anche un pieno rispetto dell’uomo.  Sempre il Libro della Genesi afferma: “In principio Dio creò il cielo e la terra…” (Gn. 1,1), la luce e le tenebre, la terra e l’acqua, il giorno e la notte, i pesci, gli uccelli ed ogni tipo di bestiame…, definiti dallo stesso Creatore, “cosa buona” (“e Dio vide che era ‘cosa buona’ ” (cfr Gn. 1, 10.12.18.21.25).
Ebbene, nel meraviglioso disegno di Dio, tutto fu ideato per l’uomo, presentato nei primi capitoli del Libro della Genesi come l’unico individuo a cui il Creatore riservi attenzioni e privilegi particolari, essendo plasmato a sua immagine e somiglianza: “allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn. 2,7). L’uomo, forgiato dal fango, non è dunque in continuità con un dinamismo biologico inferiore, quello degli altri viventi, ma acquisisce dal soffio divino l’anima, la capacità d’introspezione e la superiorità sulle altre creature per servirsene responsabilmente. L’uomo è amato da Dio per se stesso, non essendo uno dei molti, ma il primo e il superiore a tutti, e per la sua salvezza, Cristo morì sulla croce. Tutto fu affidato alla sua intelligenza e alla sua responsabilità morale. Significativo è l’episodio dell’ “attribuzione del nome”: “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi quello doveva essere il suo nome” (Gn.2,19).
Il Creatore, incaricò l’uomo di gestire la terra nominandolo suo “economo”, o secondo la tradizione musulmana, suo “luogotenente”, colui che opera in sua vece, non per dispotismo ma per glorificare lo stesso Dio. Commenta il Catechismo della Chiesa Cattolica: “La signoria sugli esseri inanimati e sugli altri viventi accordata dal Creatore all’uomo non è assoluta; deve misurarsi con la sollecitudine per la qualità della vita del prossimo, compresa quella delle generazioni future; ciò esige un religioso rispetto dell’integrità della creazione” (2415).

Oggi, nella discussione ecologica, trasformatasi per alcuni movimenti in ideologia, il canone della supremazia dell’uomo è capovolto, sfruttando evidenti strumentalizzazioni basate su catastrofi imminenti, paure diffuse, minacce derivanti dal sovraffollamento della terra. Di conseguenza, per ”salvare il pianeta”, è indispensabile ridurre le nascite.

E qui troviamo un’ampia contraddizione con il periodo storico che stiamo vivendo: quello della denatalità. Ovviamente le cause della denatalità sono molteplici ma strettamente connesse tra loro. Le conseguenze della denatalità, poi, sono molto rilevanti. In primo luogo, la popolazione tende a invecchiare, poiché aumenta il numero relativo degli anziani rispetto ai giovani. Questo fenomeno esercita una forte pressione sui sistemi pensionistici e sanitari, che devono garantire prestazioni a un numero crescente di persone non più attive professionalmente e con condizioni di salute sempre più precarie. Parallelamente, diminuisce la popolazione in età lavorativa, con possibili effetti negativi sulla produttività, sulla crescita economica e sulla sostenibilità del welfare. La denatalità produce anche squilibri territoriali. Le aree interne e i piccoli centri, già colpiti dallo spopolamento, rischiano di perdere scuole, servizi, attività commerciali e opportunità occupazionali.
Questa strumentale deriva fu già denunciata dalla «Charta dei cristiani per l’ambiente”, presentata ad Assisi il 5 giugno 2004, da 15 associazioni cristiane e 30 di ispirazione laica ed ambientalista. La Charta, nell’introduzione, sottolineava che “il tentativo della cultura ambientalista dominante è quello di capovolgere il mandato di Dio indicato dalla Genesi”.
Quindi l’uomo è ritenuto il peggiore dei nemici, descritto da alcuni ecologisti come il cancro del pianeta. Ebbene, al mandato di Dio, si sta sostituendo la divinizzazione e l’adorazione della natura; di conseguenza, la crescita civile e lo sviluppo tecnologico e scientifico sono presentati come aggressioni alla terra. Una visione chiaramente riduttiva, non essendo inquadrata in un’interpretazione antropologica più ampia, che ponga, appunto, al centro l’uomo di oggi e di domani.

Il mondo rimanda al mistero di Dio; per questo, il problema ecologico, coinvolge anche la religione, ed ogni riflessione e soluzione dovrà abbracciare il filone che san Tommaso d’Aquino (1228-1274), il Dottore angelico, definiva già centinaia di anni fa il punto di arrivo dell’ecologismo, cioè una “ritrovata amicizia” con Dio, degli uomini tra loro e con la natura.

–Con Dio. Il peccato originale generò fratture, odio e disordine morale nel sublime progetto di libertà e di equilibrio dei valori e delle forze, ideato da Dio. L’uomo, ponendosi come arbitro nella conoscenza del bene e del male, costituì un regno alternativo, quello di Satana, dove riscontriamo unicamente negatività ed inimicizie. Inoltre, il “nome di Dio” fu profanato, occultato e combattuto nel corso della storia e anche oggi. Nei secoli scorsi con il paganesimo; ieri con marxismo e il comunismo; oggi con l’ateismo, il secolarismo e il relativismo. Ma unicamente dove Dio è riconosciuto ed onorato si diffonde l’ armonia degli uomini tra loro e con la natura.

–Con l’uomo. Il “volto dell’uomo” nel tempo fu vilipeso, offuscato e insanguinato con la violenza, l’emarginazione e l’ingiustizia. Anche oggi nel mondo è tradito, travisato ed umiliato soprattutto nei più deboli, nei fragili, nei poveri e negli emarginati. Anche in questo caso, unicamente dove il volto dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo, a prescindere dall’età, dall’etnia e dallo stato di fisico è rispettato e venerato essendo il volto di Dio, sgorga l’ecologismo umano e reale.

–Con la natura. “Dio vide che erano cose molto belle”. Le bellezze della natura, a volte sono danneggiate e distrutte dall’uomo, avendo adottato atteggiamenti errati nel rapporto con l’ambiente. Inquina l’atmosfera, produce il buco dell’ozono e l’effetto serra, utilizza pericolosi diserbanti, produce scorie radioattive, distrugge le foreste. E così, l’aria e l’acqua, due dei maggiori beni ambientali, oltre che scarseggiare, si mutano in fonti di malattie e di morte, mettendo a rischio la sopravvivenza degli uomini d’oggi ed aprendo incognite sulle probabilità vitali delle generazioni future.

Non possiamo scordare, inoltre, gli azzardi compiuti nei confronti dell’ ecologia strettamente umana, causati dalla nefandezza della contraccezione, dalle tecniche di fecondazione artificiale o di ingegneria genetica che manipolano le sorgenti della vita e dalle biotecnologie sui vegetali che sollevano ampi problemi etici.

Da ciò che abbiamo affermato precedentemente ecco le attualissime indicazioni di san Tommaso: esclusivamente l’ amicizia con Dio e la fraternità tra gli uomini consentiranno l’autentico rispetto della natura e dei beni, nella consapevolezza che l’ambiente è da custodirsi con la massima cura.

Il problema ecologico, dunque, non è unicamente politico, economico o sociologico ma anche etico e antropologico.

NON C’E’ AMORE PIU’ GRANDE

Lettera Pastorale del vescovo di Albenga-Ventimiglia monsignor Antonio Suetta alla Diocesi circa la carità e l’annuncio dell’amore di Dio ai musulmani

In questi giorni ho navigato un po’ su internet leggendo varie lettere pastorali (o riassunti) che alcuni vescovi italiani hanno scritto per le proprie diocesi. Tutte Lettere di profondi contenuti e anche ricche di suggerimenti pastorali, ma la mia attenzione si è soffermata su quella del vescovo di Albenga-Ventimiglia, monsignor Suetta, forse per la sua particolare originalità, che ha invitato la sua diocesi ad evangelizzare i musulmani che vivono su quel territorio diocesano. Mi sembra anche in profonda sintonia con san Francesco, che come ho affermato nell’editoriale, ha incontrato e dialogato con il mondo mussulmano, non perdendo però mai di vista l’importanza dell’ascolto e della stima reciproca e soprattutto la rilevanza dell’ annunciare il Vangelo e l’invito alla conversione.

Evidenziamo alcuni passaggi della Lettera

-Incipit

“Trascurare l’annuncio di Gesù Cristo sarebbe disprezzare la sua croce salvatrice e la sua mediazione universale. In fondo, sarebbe tradire la nostra missione di battezzati”. E subito una domanda:  “Qualcuno potrebbe chiedersi: ‘C’è davvero bisogno di annunciare Gesù? Non possono salvarsi essendo fedeli alla loro religione?’ ”. Certamente, risponde il vescovo, le vie dello Spirito non hanno frontiere, e la Dottrina della Chiesa insegna anche che chi, con una completa ignoranza di Gesù, vive fedele a Dio seguendo la sua coscienza, potrebbe arrivare in qualche modo alla salvezza, ma però con grande difficoltà. In ogni caso, ribadisce il presule, ricordando la Dichiarazione “Dominus Jesus” del 6 agosto 2000, ci si può salvare solo attraverso di Gesù Cristo, perché da quando il Figlio di Dio è venuto ad abitare tra di noi e ha compiuto l’opera della redenzione, è diventato l’unica via al Padre. Ebbene, trascurare l’annuncio di Gesù Cristo è tradire la missione che ogni battezzato ha ricevuto. E, per essere più concreto porta questo esempio. “Quanti musulmani che vivono tra i cristiani si rivolgeranno a loro nel giorno del giudizio dicendo: ‘Perché non mi hai lanciato la corda? Perché non mi hai fatto conoscere la verità?’ ”. E come scordare l’esclamazione di san Paolo: “Guai a me se non annuncio il Vangelo” (1 Cor 9,16). Tutto ciò è ben riassunto con un immagine: “Se vediamo qualcuno che cerca di uscire da un fiume, ma è trascinato via dalla corrente e noi abbiamo una corda per aiutarlo, sarebbe una negligenza grave non lanciare la corda (…). Quanti musulmani che vivono tra cristiani si rivolgeranno a loro nel giorno del giudizio dicendo: ‘Perché non mi hai lanciato la corda? Perché non mi hai fatto conoscere la verità?’ ”.

 –Le indicazioni del vescovo

Servirà partire con un itinerario formativo specifico per preparare i fedeli all’evangelizzazione dei musulmani presenti sul territorio poichè l’accoglienza e il rispetto per la persona del musulmano non eliminano il dovere di annunciargli Gesù Cristo. Per il vescovo: “amare il prossimo, specialmente lo straniero, significa anche volerlo rendere partecipe della gioia del Vangelo”.

-La conclusione

“Carissimi, sono, dunque, lieto di annunciare che, a partire dall’Anno Pastorale 2026/2027, la nostra Diocesi si impegnerà a rivolgersi in modo speciale, con la carità cristiana e con la testimonianza e la proclamazione del Vangelo di Verità, pure a quei musulmani che abitano nel nostro stesso territorio… Serve però conoscere la fede e la cultura dei musulmani, che incontriamo quotidianamente per esercitare in modo più consapevole il nostro dovere di battezzati”.

“Ciò deve essere accompagnato sempre dalla preghiera, convinti che lo Spirito Santo è l’unico capace di cambiare il cuore e di riempirlo della pace interiore che accompagna la sua presenza”.

DIVENTA “VOLONTARIO” 

PERCHE’?

Il volontariato è un pilastro della società civile e riveste un’importanza cruciale nel panorama societario. Le associazioni di volontariato consentono infatti di integrare le prestazioni tradizionali con un approccio umano e relazionale. La presenza di volontari disinteressati crea un clima di fiducia e apertura, indispensabile per affrontare situazioni di grande vulnerabilità.

Inoltre, le associazioni di volontariato sono spesso in grado di rispondere in modo rapido ed efficace a bisogni specifici, che possono prima sfuggire alle strutture sanitarie pubbliche. Grazie alla loro flessibilità e alla varietà di competenze dei loro membri, queste organizzazioni possono sviluppare programmi innovativi e rispondere a esigenze emergenti. 

UN BREVE CORSO PER COMPRENDERE CHI E’ IL VOLONTARIO

 

IL “PROTETTORE” DEL BLOG

Il Protettore di questo blog è il BEATO GIUDICE ROSARIO LIVATINO assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 che è stato non solo un “uomo pensante” ma anche un magistrato modello e una persona di grande e autentica fede: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Quindi. come affermò san Giovanni Paolo II un “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Pur partecipando alla Messa ogni giorno, forse nessuno ha notato la sua azione religiosa ma l’effetto di quell’azione, cioè la testimonianza. Dunque una fede non da mostrare nelle forme ma da rendere leggibile nella testimonianza. E, ogni suo documento, al termine, era siglato con STD (SUB TUTELA DEI). Il mio auspicio è che anche i molti visitatori di questo blog, seguendo il suo esempio, si pongano “sub tutela Dei” e testimoni, anche con le argomentazioni da uomini pensanti, di principi e di valori fondamentali alla nostra società e alle future generazioni. GRAZIE.
Per conoscere il beato Livatino:

-La vita

-«L’uomo che ho ucciso, Livatino, – ha affermato: oggi mi aiuta a coltivare la speranza»

-Un commento sul Giudice Livatino

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Questa Rassegna Stampa è un po’ particolare poiché verranno evidenziati mediante alcuni articoli temi che solitamente non trovano spazio nei massmedia e sul web andando contro-corrente o appartenendo a quella categoria definita “politicamente scorretta”. Inoltre per ogni argomento sarà presente anche un “archivio”  poiché affogati da continue notizie rischiamo di scordare oggi quello che è avvenuto ieri e, così dimenticando la memoria, gli errori si ripetono. Buona lettura!

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Evidenzio la testimonianza di sacerdoti mio caro amico che gestisce molteplici persone fragili immigrate.

Don Giusto Della Valle

Don Giusto Della Valle è un sacerdote, mio caro amico, della diocesi di Como e attualmente è il parroco di San Martino a Rebbio, un quartiere di Como. Oltre che essere parroco ospita circa 50 persone immigrate a cui fornisce vitto e alloggio. Per questo suo grande impegno è conosciuto e apprezzato in tutta la città. 

Una testimonianza

“Nell’estate 2017, in piena emergenza migranti, ho incontrato Don Giusto Della Valle, una persona eccezionale impegnata a togliere le sofferenze. Il dramma delle migrazioni mi ha da sempre angosciato e da tempo desideravo poter fare qualche cosa per loro. Con lui ho cercato un immobile da ristrutturare così da poter ospitare minori stranieri non accompagnati e l’abbiamo individuato a Rebbio (Como), in via Giussani 35. L’immobile apparteneva al “Collegio delle Missioni Africane” noto anche come “Missionari Comboniani” ed il ricavato della vendita serviva loro per sostenere l’ospedale da loro gestito di Mapuordit nel Sud Sudan, danneggiato alla guerra: una bellissima combinazione. Nel corso della progettazione del nuovo immobile la politica italiana sulla migrazione è cambiata e di conseguenza abbiamo riorientato il progetto verso i bisogni della comunità. La Casa oltre che ad essere aperta al quartiere e alla città dovrà essere un luogo d’educazione e integrazione ed potrà offrire un riparo ai minori non accompagnati, alle mamme in difficoltà con figli e ai piccoli di qualsiasi nazionalità, con attenzione particolare alle situazioni di maggiore fragilità. Un piano dell’immobile suddiviso in quattro appartamentini ed è a disposizione di nuclei familiari che vivono momenti di fragilità umana ed economica. Il cantiere di casa “Caracol” è terminato a fine 2019 e l’attività sociale gestita dalla parrocchia di Rebbio e da Symploké (nata dalla Caritas diocesana di Como) è iniziata nel corso della primavera 2020” (Carlo Crocco, Presidente della Fondazione MDM).

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Como, il meraviglioso cuore di don Giusto fa innamorare i musicisti della Scala: concerto strepitoso per la solidarietà

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Pillola di Saggezza Mensile

 

 

IL CREDO o PROFESSIONE DI FEDE

By | Pillole di saggezza

Dopo aver offerto alcuni input sulla figura di Gesù Cristo proseguiamo il nostro cammino spirituale esaminando la “Professione di fede”, cioè il “Credo” che recitiamo ogni domenica; è complesso ma ricco di verità teologiche e dogmatiche da noi forse poco comprensibili.

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