È morta Maria Angelica G., malata di Sclerosi multipla, che l’8 luglio davanti alla Corte costituzionale chiamata a giudicare un ricorso sul suicidio assistito aveva rappresentato i malati che come lei chiedono il diritto di essere curati. E di vivere. Pubblichiamo la sua lettera a un malato che pensa alla morte medicalmente assistita, testo che di recente ci aveva affidato.
Avvenire apre uno spazio per mettere a fuoco punti fermi e valori in questione nel dibattito sul fine vita e su una possibile legge. Cominciando dal chiederci cosa conta.
La sanità regionale lombarda cerca un neurologo esterno per valutare richieste di suicidio assistitio. Ma manca completamente il perimetro normativo, in assenza di una legge. E i contorni del “casting” sono fumosi, tanto che alcuni consiglieri regionali hanno già chiesto spiegazioni. Uno strappo e un’accelerata di Fontana e Bertolaso?
Parla l’attivista gravemente disabile, che ha partecipato al flashmob di Pro Vita “Non mi uccidere” per dire no al suicidio assistito e sensibilizzare al di là delle strumentalizzazioni sui reali obblighi che lo Stato ha verso i più fragili della società.
“Dal diritto alla cura all’eutanasia di routine” è un articolo del Family DAY che, usando il caso di Siska, una giovane affetta da depressione cronica, denuncia il passaggio da una difesa della vita a un “diritto di morte”, criticando le proposte di legge sull’assistenza al suicidio come un rischio di spingere verso l’eutanasia mascherata da autodeterminazione, e promuovendo invece le cure palliative come vera soluzione.
L’eutanasia della giovane Siska rivela una profonda denuncia del sistema sanitario che non riesce a curare la sua cronica e intollerabile sofferenza da depressione, portandola a chiedere la morte volontaria assistita in Belgio, evidenziando il drammatico dilemma tra cure palliative e la rinuncia alla vita, soprattutto quando la malattia mentale cronica viene percepita come incurabile, mettendo in crisi l’idea che la medicina debba solo accompagnare alla fine piuttosto che curare.
È una domanda retorica, usata per provocare una discussione su temi come bioetica, famiglia, libertà religiosa o politiche secolari, chiedendo se l’Italia debba accettare determinate situazioni viste altrove.
L’eutanasia di Siska, una giovane belga affetta da depressione cronica e traumi, evidenzia il dramma di un sistema sanitario che fatica a curare la sofferenza psichica profonda, spingendo i pazienti verso l’opzione del fine vita, e solleva interrogativi sulla rinuncia alla vita e sulla capacità della società di offrire alternative valide alla morte volontaria, portando a una riflessione critica sull’approccio alla salute mentale e al fine vita.
Le posizioni contrapposte sul suicidio assistito, con argomenti che sembrano cancellare lo spazio per ogni mediazione, rischiano di diventare trappole che non consentono di concentrarsi sull’essenziale per arrivare a una buona legge. Che è possibile. La posizione del filosofo..