La domanda che non ci facciamo sui quattromila embrioni distrutti

By 19 Dicembre 2018Articoli Bioetica 2018

Dopo l’incidente al Fertility Center di Cleveland scoppia la battaglia legale per stabilire quando inizia la vita. Ma se di vita si tratta, tanto da essere pianta dai “genitori”, come è possibile conservarla per anni in un serbatoio di stoccaggio ad azoto liquido?

«La gente si chiede: “Quando inizia la vita?”. Ma la domanda è mal posta: è chiaro che il feto è vivo, è vita, la domanda è se sia una persona»: così Glenn Cohen, professore di diritto ad Harvard, esperto di primo piano in materia di etica medica e diritto sanitario, spiegava ai giornalisti quali conseguenze legali avrebbe scatenato il caso del Fertility Center di Cleveland. Tutto è accaduto a inizio marzo, quando l’ospedale universitario dell’Ohio annuncia un guasto alle apparecchiature: la temperatura si è innalzata, oltre 4.000 embrioni e ovuli crioconservati in un serbatoio di stoccaggio ad azoto liquido sono stati distrutti.
Novecentocinquanta le persone “colpite dalla perdita”, oltre 70 i pazienti che hanno intentato 47 cause legali contro l’ospedale di Cleveland. E a finire sui giornali in particolare è il caso di una coppia, Wendy e Rick Penniman, che stanno chiedendo «alla corte di dichiarare che un embrione è una persona e che la vita inizia al momento del concepimento», ha spiegato il loro avvocato Bruce Taubman. Secondo il legale esiste un precedente. Nel 1985 la Corte Suprema dell’Ohio ha già affermato nella causa Werling v. Sandy che un «feto sano è una persona». Ora i Penniman chiedono che lo status legale di persona venga esteso anche all’embrione non impiantato in utero.

LO SPETTRO DELL’OMICIDIO COLPOSO

La citazione in giudizio getta bioeticisti e avvocati nel panico. Il professor Cohen, insieme a Eli Adashi (Brown University) e Dov Fox (università di San Diego), in un articolo pubblicato il 20 novembre su Annals of Internal Medicine mettono in guardia da una sentenza a favore dei querelanti che potrebbe portare a giustificare nuovi limiti all’aborto, alla ricerca sulle cellule staminali e alla fecondazione in vitro (Ivf): «Sarebbe una triste ironia se un ricorso legale volto a proteggere i diritti di coloro che hanno perso la capacità di riprodursi avesse l’effetto di limitare i diritti riproduttivi di innumerevoli altri».

Già 70 famiglie colpite dall’incidente al Fertility Center di Cleveland stanno perseguendo un’azione legale collettiva, chiedendo di essere risarciti a causa della rottura dei «piani di costruzione della famiglia». I Penniman, invece, stanno percorrendo la via dell’omicidio colposo. Gli autori dell’articolo si chiedono: «Se un clinico dovesse congelare embrioni, e alcuni non sopravvivessero al processo, come sarebbe affrontato il caso? Sarebbe omicidio colposo?». Il dibattito, va da sé, si è spostato a questo punto sull’individuazione di un responsabile e di un sistema pubblico o privato che sappia monitorare e fare fronte a incidenti che purtroppo accadono.

SEPPELLIRE «L’ULTIMA POSSIBILITÀ DI AVERE UN FIGLIO»

Nel frattempo i giornali dedicano pagine e pagine al racconto delle famiglie che hanno perso gli embrioni. Partecipando a maggio a un servizio commemorativo per “onorare embrioni e ovuli distrutti” in Ohio, il Guardian racconta la storia di Kate Plants e del suo calvario, fatto di due tumori e della rimozione dell’utero. La donna aveva messo da parte, crioconservandoli, cinque embrioni con la speranza che una gestante per altri potesse portare avanti la gravidanza al posto suo. Poi la notizia dell’incidente, ed eccoli sotto la pioggia e con gli ombrelli a seppellire «l’ultima possibilità di avere un figlio biologico». Una panca in granito, spiegano Kate e il marito, fungerà da memoriale permanente: «In memoria del non nato / prima che ti formassi nel grembo materno, ti conoscevo. Dedicato alla memoria degli ovuli e degli embrioni persi del 2018». «Questi bambini sono esistiti, anche se erano la più piccola forma di bambini», ha detto Kate Plants. «Parte dell’identità di una donna viene portata via quando non può avere figli», continua, mostrando un cappellino che stava lavorando all’uncinetto per un bambino che ancora non portava in grembo.

IL CORTOCIRCUITO

Rachel Mehl, 40 anni, ha perso 19 ovuli nel malfunzionamento del serbatoio di stoccaggio. Sierra Mathews, 22 anni, una rara forma di cancro ovarico, stava facendo i compiti quando i suoi genitori l’hanno chiamata per leggere la lettera proveniente da Cleveland. E poi c’è lei, appunto, «disgustata e senza parole», Wendy Penniman, 41 anni, 11 aborti spontanei, due figli avuti dopo aver seguito un trattamento presso gli ospedali universitari di Cleveland e la speranza di usare i suoi embrioni congelati per dare fratelli e sorelle ai suoi figli.
Bisogna essere un po’ cinici per chiamare la distruzione di 4 mila embrioni un “incidente” e per preoccuparsi che nessuna sentenza possa ledere il diritto all’aborto della collettività. Ma forse anche per confondere la commemorazione della perdita della fertilità con la perdita di un figlio. Perché se questi sono davvero bambini fin dal concepimento, sono vivi e sono persone, tanto da essere pianti dai “genitori”, come è possibile conservarli per anni in un serbatoio di stoccaggio ad azoto liquido?

Caterina Giojelli

4 dicembre 2018

La domanda che non ci facciamo sui quattromila embrioni distrutti