La gravità della somministrazione della pillola abortiva in day hospital

L’annuncio fatto qualche giorno fa dall’assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera, non è decisamente dei più felici, per usare un eufemismo: a partire del prossimo anno, in Lombardia, la pillola Ru486 potrà essere somministrata in day hospital. Viene così superata la procedura attuale che, per quella che viene chiamata «interruzione volontaria di gravidanza farmacologica» – il nome politicamente corretto dell’aborto chimico -, prevede tre giorni di ricovero.

A questa decisione si è giunti, riferiscono le cronache, in seguito ad una sollecitazione politica delle minoranze, le quali sono subito corse – quasi fosse un traguardo di cui vantarsi – ad intestarsene la paternità politica. «Grazie al nostro intervento la Ru486 potrà essere somministrata in day hospital», infatti ha rivendicato il consigliere Paola Bocci del Pd, che ha aggiunto: «Il luglio scorso, dopo aver condotto un’indagine negli ospedali lombardi che aveva evidenziato che la Lombardia era fanalino di coda nell’utilizzo dell’interruzione di gravidanza farmacologica, avevamo presentato un’interrogazione in cui chiedevamo di rivedere il regime di ricovero, previsto in 3 giorni e trasformarlo in day hospital come per l’ivg chirurgica».

In parole povere, Regione Lombardia avrebbe – sempre secondo le minoranze – ceduto alle loro pressioni. Sarà. Quel è certo è che, dall’anno prossimo, i lombardi si troveranno a dover fare i conti con una novità tristemente significativa. Sì, perché benché, a leggere i commenti di molti, sembri che la delibera annunciata in anteprima da Galera avrà come effetto “solo” quello di  effettuare un’equiparazione dell’aborto chirurgico e quello ottenuto con l’assunzione della pillola abortiva, le conseguenze reali saranno di ben altro tipo. E saranno ben poco piacevoli.

La prima sarà quella di un’ulteriore facilitazione dell’assunzione della pillola abortiva, con tutte le conseguenze per la salute delle donne che questo comporta. Basti qui ricordare quanto certificato sull’Australian Family Physicians quando, esaminati quasi 7000 aborti eseguiti tra il 2009 e il 2010 nello Stato dell’Australia meridionale a cinque anni dall’introduzione della Ru486, si è messo in luce come le complicazioni conseguenti all’aborto chimico siano più frequenti di quelle dell’aborto come metodo chirurgico; oppure si pensi a quanto, ancora nel 2005, scriveva il laicissimo New England Journal of Medicine, denunciando una mortalità della donna 10 volte maggiore con il metodo chimico rispetto a quello chirurgico.

Ma in aggiunta a questa, una seconda grave conseguenza della somministrazione della pillola abortiva in day hospital sarà un ulteriore passo verso la banalizzazione dell’aborto volontario, presentato sempre più come una semplice procedura da sbrigare; e poco importa che di mezzo non vi siano né una carie né un’appendicite, bensì un figlio, ossia un essere umano unico e irripetibile, che una volta soppresso non potrà più venire alla luce. Se si riflettesse maggiormente su questo dato, forse non si arriverebbe all’immediata abolizione dell’aborto legale, ma certamente non si farebbe di tutto per facilitarne l’accesso.

Senza dimenticare, infine, un dato paradossale, e cioè il continuo adoperarsi istituzionale per semplificare le procedure abortive in un’epoca in cui l’emergenza principe ha un nome ben preciso: denatalità; la stessa Lombardia, per restare in tema, ne è colpita, così come è colpita dalla riduzione dei punti nascita (erano 80 nel 2000, mentre oggi sono 59). In un contesto del genere, dunque – se solo si fosse ragionevoli -, il pensiero su come agevolare gli aborti dovrebbe essere l’ultima preoccupazione, infinitamente dopo tutte le altre. E invece…

Giuliano Guzzo

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