Nell’agenda economica del Governo hanno prevalso i rinvii

By 13 Maggio 2019Attualità 2018

Quando, il 27 maggio, l’Esecutivo potrà abbandonare la tattica del “buttare la palla avanti”, di rinvio al futuro per non scontentare elettori, l’agenda sarà impegnativa e riguarderà più l’economia che la finanza. Dall’Alitalia, che tanto più diventerà pubblica tanto più costerà ai cittadini, alla Fase due di rilancio dell’Ilva, Tav, Flat Tax, le privatizzazioni di società e beni demaniali, l’abbraccio con la Cina per la Via della Seta (visto con sospetto dagli Usa) e tanto altro per alimentare un Pil (Prodotto interno lordo) molto deludente. C’è un’agenda d’emergenza anche per i conti pubblici per scongiurare la temuta imposta patrimoniale. Una tassazione straordinaria su quanto accumulato nel tempo che, pur smentita da tutti, è presa in esame dagli analisti come ipotesi estrema per dare una sterzata. Per evitare quell’aumento dell’Iva (ora al 22%) al 24,2% nel 2020, e anche peggio l’anno successivo, che renderebbe più costosi i principali consumi.

Quando tutte le economie non stanno benissimo, chi sta molto male viene notato meno. Quando tutti devono fare campagna di voto alcuni comportamenti pre-elettorali si mischiano ad altri. Quando i controllori sono in scadenza il loro intervento rischia di essere interlocutorio.

Più si avvicina la consultazione europea del 26 maggio e più è forte, in chi è sotto osservazione, la tentazione di “buttare in politica” ogni critica puntuale. Il prossimo primo giugno sarà un anno dall’entrata in scena del Governo Lega-5Stelle e sul secondo semestre si stanno caricando le attese per decisioni rinviate in dodici mesi molto pre-elettorali. Tanti gli annunci e altrettanti gli auspici. Anche nel recente vertice in Cina, il Primo ministro Giuseppe Conte ha illustrato le misure che dovrebbero favorire la crescita, l’espansione, i consumi e l’occupazione. Sempre che lo scontro sui dazi Usa-Cina si concluda rapidamente, che le banche centrali mantengano disponibilità di denaro all’economia, che Brexit e petrolio non portino altre brutte sorprese.

In questo clima sospeso, le agenzie di rating non vogliono modificare i loro giudizi sulla solvibilità (capacità di restituire capitali e interessi) della debole Italia. Lo spread (differenza di rendimento fra titoli pubblici decennali italiani e tedeschi) resta alto e per detenere Btp e simili gli investitori professionali e privati chiedono un rendimento del 2,5-2,8% (poco lontano dai titoli greci, valutati come i più rischiosi in Europa).

Nessun dramma, ma anche nessun beneficio, dalla decisione di Standard&Poor’s (una delle maggiori agenzie di rating), di non peggiorare il voto sull’Italia pur con previsioni negative per la crescita molto debole e lo sforamento prevedibile degli obiettivi di conti pubblici.

I dubbi interni e internazionali non mancano; finora non si sono trasformati in fuga drammatica dai titoli di Stato o dalle azioni quotate in Borsa (addirittura in recupero del 18% sul negativo 2018). Ma le Borse hanno loro percorsi non sempre guidati dalle sole prospettive e gli equilibri di prezzo si formano e si dissolvono quando l’azione molto deprezzata viene comprata e rivenduta a valori più alti. Non necessariamente rispecchiano le migliori prospettive aziendali. Piazzaffari pesa poi molto poco fra le Borse europee e tutte in questi mesi si sono mosse scrutando nuvole o spiragli della trattativa Usa-Cina.

Quando, il 27 maggio, l’Esecutivo potrà abbandonare la tattica del “buttare la palla avanti”, di rinvio al futuro per non scontentare elettori, l’agenda sarà impegnativa e riguarderà più l’economia che la finanza. Dall’Alitalia, che tanto più diventerà pubblica tanto più costerà ai cittadini, alla Fase due di rilancio dell’Ilva, Tav, Flat Tax, le privatizzazioni di società e beni demaniali, l’abbraccio con la Cina per la Via della Seta (visto con sospetto dagli Usa) e tanto altro per alimentare un Pil (Prodotto interno lordo) molto deludente. C’è un’agenda d’emergenza anche per i conti pubblici per scongiurare la temuta imposta patrimoniale. Una tassazione straordinaria su quanto accumulato nel tempo che, pur smentita da tutti, è presa in esame dagli analisti come ipotesi estrema per dare una sterzata. Per evitare quell’aumento dell’Iva (ora al 22%) al 24,2% nel 2020, e anche peggio l’anno successivo, che renderebbe più costosi i principali consumi.

Il Governo non ne vuole sentire parlare e preannuncia misure alternative. Quali? Non sono per ora precisate e l’unica certezza è l’utilizzo di due miliardi in cassaforte, non spesi e disponibili per far fronte all’emergenza.

A giugno la Ue potrebbe rispolverare procedure d’infrazione e aggiungere all’agenda una manovra correttiva. Ma a Bruxelles ci sarà da formare un nuovo Parlamento e una nuova Commissione. Il clima di sospensione rischia di prolungarsi fino all’estate. O anche dopo.

Paolo Zuzza

2 maggio 2019

Nell’agenda economica del Governo hanno prevalso i rinvii