L.Milani, LETTERA A UNA PROFESSORESSA

By 14 Settembre 2026Libri

L.Milani, Lettera a una professoressa, Mondadori, pp. 200, euro 13,50


*Lettera a una professoressa* è un’opera pubblicata nel 1967 dagli allievi della scuola di Barbiana, sotto la guida di don Lorenzo Milani. Il testo nasce dall’esperienza concreta di ragazzi provenienti soprattutto da famiglie contadine e operaie, spesso esclusi dalla scuola tradizionale. Attraverso una denuncia lucida e appassionata, gli autori mettono in discussione un sistema scolastico che, invece di garantire pari opportunità, finisce per favorire chi possiede già maggiori strumenti culturali ed economici. L’opera non rappresenta soltanto una critica alla scuola del tempo, ma costituisce una riflessione ancora attuale sul significato dell’educazione, della giustizia sociale e della responsabilità degli insegnanti.

La scuola come strumento di selezione

Uno degli aspetti centrali del libro riguarda il carattere selettivo della scuola italiana. Gli studenti di Barbiana osservano che i ragazzi appartenenti alle famiglie più agiate riescono generalmente a proseguire gli studi, mentre quelli provenienti da contesti poveri vengono spesso bocciati o abbandonano il percorso scolastico. Secondo gli autori, la scuola non valuta soltanto l’impegno e le capacità degli alunni, ma considera implicitamente anche il loro ambiente familiare. Chi cresce in una famiglia colta dispone, fin dall’infanzia, di libri, conversazioni stimolanti e aiuti nello svolgimento dei compiti. Al contrario, chi vive in una realtà rurale o economicamente difficile può incontrare ostacoli molto maggiori. La bocciatura, pertanto, non viene interpretata come una semplice conseguenza dell’insuccesso individuale, bensì come il risultato di una disuguaglianza sociale che la scuola non riesce, o non vuole, correggere.
La frase più conosciuta dell’opera, “I care”, esprime il principio opposto all’indifferenza. Essa significa “mi importa”, “mi riguarda”, e sintetizza l’idea che ogni persona debba sentirsi responsabile del bene comune. La scuola, in questa prospettiva, non può limitarsi a trasmettere nozioni o a classificare gli studenti: deve impegnarsi affinché nessuno venga lasciato indietro.

L’esperienza di Barbiana

La scuola di Barbiana nasce in un piccolo paese del Mugello, dove don Milani viene inviato come priore. In quel contesto isolato egli organizza una forma di educazione alternativa, fondata sul lavoro, sulla collaborazione e sulla discussione. Gli alunni studiano per molte ore al giorno, imparano le lingue, leggono i giornali e affrontano temi sociali e politici. La loro formazione non è separata dalla vita reale, ma è orientata a comprendere il mondo e a partecipare consapevolmente alla società. A Barbiana non esiste una competizione basata sul rendimento individuale. Gli studenti più preparati aiutano quelli in difficoltà, poiché il successo di uno non deve avvenire a scapito degli altri. Questa impostazione valorizza la solidarietà e rifiuta l’idea secondo cui l’istruzione sarebbe un privilegio riservato ai più capaci. L’obiettivo non è creare una piccola élite, ma permettere a tutti di raggiungere gli strumenti necessari per esercitare pienamente i propri diritti.

Il valore della parola

Per don Milani, imparare a esprimersi significa acquisire libertà. Chi non possiede una lingua adeguata non riesce a difendersi, a comprendere le leggi, a far valere le proprie ragioni o a partecipare alla vita politica. La povertà linguistica diventa quindi una forma di esclusione sociale. Per questo motivo, nella scuola di Barbiana, grande importanza viene attribuita alla scrittura e alla lettura. Gli studenti analizzano documenti, discutono i problemi della società e correggono insieme i propri testi. *Lettera a una professoressa* nasce proprio da questo esercizio collettivo: non è il prodotto di un singolo autore, ma la voce di una comunità di giovani che imparano a trasformare l’esperienza personale in una denuncia pubblica. La parola, dunque, non è soltanto uno strumento scolastico. È un mezzo per diventare cittadini consapevoli e per contrastare le ingiustizie. Una scuola autenticamente democratica deve insegnare a tutti non soltanto a leggere e scrivere, ma anche a comprendere, argomentare e assumere responsabilità.

Attualità dell’opera

Sebbene sia stata pubblicata più di mezzo secolo fa, l’opera conserva una notevole attualità. Anche oggi persistono differenze tra gli studenti legate al reddito, al luogo di nascita, al livello culturale delle famiglie e alla disponibilità di strumenti tecnologici. La dispersione scolastica, le difficoltà linguistiche degli alunni stranieri e le disuguaglianze territoriali mostrano che il problema dell’accesso equo all’istruzione non è stato completamente risolto. Il messaggio di don Milani invita gli insegnanti a non considerare l’insuccesso come una colpa esclusiva dello studente. Occorre interrogarsi sulle condizioni che ostacolano l’apprendimento e predisporre interventi capaci di sostenere chi parte da una situazione svantaggiata. Ciò non significa abbassare il livello della scuola, ma rendere possibile a tutti il raggiungimento di obiettivi elevati.

Conclusione

*Lettera a una professoressa* è una denuncia severa, ma anche un appello alla trasformazione. Don Milani e i suoi allievi chiedono una scuola più giusta, capace di riconoscere le differenze senza trasformarle in condanne. L’educazione viene presentata come un diritto fondamentale e come uno strumento di emancipazione personale e collettiva.
Il valore principale dell’opera consiste nell’aver ricordato che la scuola non è neutrale: attraverso le sue scelte può riprodurre le disuguaglianze oppure combatterle. Per questo ogni insegnante, ogni istituzione e ogni cittadino sono chiamati a domandarsi se il sistema educativo stia realmente offrendo opportunità a tutti. La lezione di Barbiana rimane quindi un invito a non essere indifferenti e a considerare la crescita culturale dei più deboli come una responsabilità comune.