Con viva preoccupazione leggiamo ogni giorno episodi di micro-criminalità compiuti da giovani e anche giovanissimi che hanno come punto di riferimento il fenomeno definito della maranza. Di cosa si tratta? Omar

LA RISPOSTA DEL DON
Negli ultimi anni il termine “maranza” è entrato nel linguaggio comune per indicare spesso, in modo generico e dispregiativo, alcuni giovani associati a determinati modi di vestire, parlare e comportarsi. Il fenomeno è particolarmente visibile nelle periferie urbane, nelle stazioni e sui social network, dove gruppi di adolescenti diventano facilmente protagonisti di video, discussioni e giudizi inaccettabili.
Di fronte a episodi di aggressività, vandalismo o microcriminalità che hanno come autori questa tipologia di adolescenti e di giovani la domanda spontanea è: “Cosa fare?
Per rispondere in modo serio occorre evitare sia la giustificazione indiscriminata sia la stigmatizzazione di un’intera generazione.
Innanzitutto, è importante distinguere la tipologia e lo stile dall’illegalità.
Un abbigliamento appariscente, l’uso di un certo linguaggio o l’appartenenza a un gruppo non costituiscono, di per sé, un problema sociale. Diventano invece preoccupanti i comportamenti che danneggiano gli altri: minacce, aggressioni, furti, intimidazioni, consumo o spaccio di sostanze, danneggiamenti e molestie. Però confondere identità culturale e devianza rischia di produrre discriminazione e di allontanare proprio quei ragazzi che avrebbero bisogno di ascolto e orientamento. Al contrario, minimizzare episodi violenti in nome dell’età o del disagio sociale impedisce di tutelare le vittime e di affermare regole comuni.
La prima responsabilità nei confronti di questi fenomeni spetta alla famiglia e alla scuola.
Gli adulti devono stabilire limiti chiari, coerenti e comprensibili, spiegando le conseguenze delle azioni senza ricorrere esclusivamente a punizioni o umiliazioni perché un adolescente ha bisogno di sentirsi riconosciuto, ma anche di sapere che la libertà comporta responsabilità.
Poi troviamo la scuola della scuola che oltre a trasmettere conoscenze, dovrebbe offrire educazione alla cittadinanza, gestione dei conflitti, uso consapevole dei social media e rispetto delle differenze. Allora, ad esempio, è essenziale individuare tempestivamente assenze frequenti, calo del rendimento, isolamento, comportamenti aggressivi o improvvisi cambiamenti nelle relazioni, attivando il dialogo con la famiglia e i servizi competenti come possono essere quelli sociali.
Non meno importante è il ruolo degli spazi aggregativi.
Molti giovani trascorrono il tempo in luoghi privi di attività, prospettive e figure adulte affidabili. Centri giovanili, palestre, biblioteche, laboratori artistici e sportivi possono diventare strumenti concreti di prevenzione. Non si tratta però solo di “intrattenere” i ragazzi, ma di offrire occasioni per sviluppare competenze, sperimentare il successo personale e costruire relazioni positive. Pure lo sport può insegnare disciplina e cooperazione, purché sia accompagnato da educatori coerenti e preparati. Per comprenderci: se un allenatore di una squadra di calcio si presenta aggressivo e magari con un linguaggio volgare, proprio non ci siamo.
Pure le istituzioni locali devono investire nei quartieri più fragili, migliorando illuminazione, i trasporti, la manutenzione degli spazi pubblici e l’accesso ai servizi. Il degrado urbano non causa automaticamente la criminalità, ma può favorire insicurezza e abbandono.
Servono inoltre educatori di strada, psicologi, mediatori culturali e assistenti sociali capaci di lavorare direttamente nei contesti frequentati dai giovani. Però la prevenzione risulta efficace quando è continuativa e coordinata, non quando si limita a interventi occasionali dopo un episodio eclatante.
Anche la sicurezza ha un ruolo indispensabile. Quando si verificano reati o violenze, le forze dell’ordine devono intervenire con professionalità, proporzionalità e fermezza, proteggendo le vittime e applicando la severamente la legge. È necessario denunciare gli episodi gravi, conservare eventuali prove e rivolgersi ai servizi di emergenza in caso di pericolo immediato.
Un’attenzione va riservata al ruolo dei social network.
Video brevi, provocazioni e risse possono essere utilizzati per ottenere visibilità, consolidare il prestigio all’interno del gruppo o alimentare rivalità. Di conseguenza, famiglie e scuola, dovrebbero educare alla responsabilità digitale: non condividere immagini di violenze, non partecipare a campagne di odio, proteggere la privacy e segnalare contenuti illegali. Le piattaforme, dal canto loro, devono contrastare con maggiore efficacia la diffusione di minacce e incitamenti alla violenza.
Infine, occorre offrire ai giovani prospettive reali.
Orientamento professionale, formazione, apprendistato e sostegno psicologico possono ridurre il senso di esclusione e l’attrazione esercitata da gruppi che promettono riconoscimento e appartenenza. Un ragazzo che vede davanti a sé soltanto fallimenti, precarietà e giudizi negativi può reagire cercando identità alternative. Investire nei giovani, quindi, non significa essere indulgenti: significa prevenire il disagio prima che si trasformi in comportamento dannoso.
In conclusione, di fronte al fenomeno dei “maranza” non esiste una soluzione unica.
Occorre distinguere le persone dai comportamenti, rifiutare i pregiudizi, sostenere famiglie e scuole, creare spazi e opportunità, garantire servizi sociali efficaci e intervenire con fermezza quando vengono commessi reati.
Solo così è possibile trasformare il conflitto in un’occasione di crescita e sicurezza condivisa.
don Gian Maria Comolli