Il monito di papa Leone XIV anche all’Italia
Del viaggio di Leone XIV in Francia resteranno le immagini delle folle che lo hanno accompagnato nelle varie tappe; una testimonianza della grande vitalità della fede in un Paese reduce da una stagione di forte secolarizzazione. Come pure non si scorderanno facilmente o suoi discorsi nei quali ha trattato molteplici tematiche. Noi soffermiamo la nostra attenzione sulle parole rivolte in difesa della vita umana. Nella Messa di Lourdes di fronte a 150.000 fedeli, moltissimi malati ha affermato: “Davanti alle correnti attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana di fronte alla malattia, alla sofferenza o alla vecchiaia, la grotta di Massabielle si erge come un santuario della speranza cristiana”, aggiungendo che “questa terra di Francia scuote le nostre mentalità contemporanee” perché “qui nessuna fragilità viene respinta” e “le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli”. Per il Papa “Lourdes è il luogo benedetto di una professione di fede nella bellezza e nella sacralità della vita”. Un concetto ripreso e rafforzato nel suo saluto agli operatori e agli assistiti al Centro Accueil Notre-Dame di Lourdes, quando il Pontefice ha affermato che “la persona umana è degna per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità” e quindi “la sua dignità non si misura e non si discute”.
In un Paese che ha da poco promulgato una normativa sul suicidio assistito, Leone XIV è stato esplicito e rivolgendosi direttamente a malati e disabili ha detto che “la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta”. E, il Papa, sempre rivolto ai malati ha ribadito che “nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità” perché “nessuno ha il diritto, mai, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana” e “la medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata”. E infine: “non siete un peso, siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa”.
Un discorso che limpidamente chiarisce la posizione della Chiesa di inizio e di termine vita. E’ questo un evidente richiamo anche all’Italia.
Suicidio Assistito e Italia
Nel nostro Paese non è ancora stata ratificata una legge nazionale sulla tematica come è avvenuto in Francia, ma immagino che un Disegno di Legge presto potrebbe approdare in Parlamento anche a seguito dell’approvazione di normative regionali. Siamo partiti dall’ Emilia Romagna seguita dalla Toscana e dal Veneto e altre scalciano: dalla Lombardia alla Calabria dalla Puglia alla Sicilia… E come scordare l’ Umbria dove su iniziativa dei radicali, la Regione sta promuovendo una legge sul suicidio assistito senza alcun dibattito, anzi si tenta di trasformare questo omicidio in prestazione sanitaria.
Immensa confusione sui termini del dibattito e sulle prospettive
La maggioranza dei cittadini, spesso male informati, confondono termini e situazioni che tenteremo di chiarire delle domande.
Cos’è il suicidio medicalmente assistito?
Il suicidio medicalmente assistito è una pratica nella quale un medico fornisce a una persona affetta da una malattia grave e incurabile i mezzi necessari per porre fine alla propria vita, lasciandole a lei il compimento dell’atto finale, ad esempio premere un bottone o aprire una flebo con liquido mortifero. Ebbene il malato decide di porre fine alla propria vita, mentre l’altra persona, un operatore sanitario, fornisce i mezzi ma non utilizza o li somministra direttamente.
Cos’è l’eutanasia?
Essa consiste nell’intervento intenzionale volto a porre fine alla vita di una persona affetta da una malattia grave e irreversibile. I sostenitori ne difendono la legittimità in nome dell’autodeterminazione, della dignità individuale e del diritto a evitare accanimenti terapeutici.
Tra “suicidio assistito” e “eutanasia” esistono differenze?
NO, poiché il suicidio assistito e l’eutanasia sono pratiche accomunate da uno stesso obiettivo: porre termine all’esistenza di una persona. Tuttavia, non sono sinonimi, e la differenza principale, come già accennato, riguarda chi compie l’atto finale che determina la morte: nel suicidio assistito il paziente, nell’eutanasia il medico. Neppure a livello morale e etico esistono diversità.
-Suicidio assistito e eutanasia in rapporto agli operatori sanitari.
Il dovere di ogni operatore sanitario è sempre di curare il malato; la morte non è contemplata in nessun mansionario. Sul portale dell’Hotel Dieu, il più antico ospedale di Parigi si legge: “Se sei malato vieni e ti guarirò, se non potrò guarirti ti curerò, se non potrò curarti ti consolerò”.
-Suicidio assistito e eutanasia a livello giuridico.
Le legislazioni variano notevolmente da uno Stato all’altro. In alcuni Paesi l’eutanasia e il suicidio assistito sono autorizzati (es. Belgio, Olanda, Canada), in altri restano vietate o penalmente perseguite.
-Suicidio assistito e eutanasia a livello etico
In entrambi i casi, come già affermato, si provoca la morte, cioè l’uccisione di una persona. Ciò è in contrasto e contrario al rispetto della tutela della sacralità e della dignità umana e inoltre non tutela i soggetti fragili e vulnerabili (dagli anziani a portatori di handicap).
Altri chiarimenti collegati con la tematica
Accanimento terapeutico
Alcuni sono a favore del suicidio assistito e dell’eutanasia, perché secondo loro, evita l’accanimento terapeutico. Anche qui sono opportuni dei chiarimenti.
Con l’espressione “accanimento terapeutico” si indica generalmente l’insieme di interventi medici che, in presenza di una malattia grave e irreversibile, non producono un ragionevole miglioramento delle condizioni del paziente, ma ne prolungano soltanto l’agonia o la sofferenza. Non si tratta, dunque, di terapie intensive o di ogni trattamento tecnicamente complesso. Di conseguenza, la valutazione del singolo caso, deve considerare la proporzionalità delle cure, le probabilità di successo, gli effetti collaterali, i costi umani e la concreta utilità per il malato.
La Chiesa cattolica non afferma l’obbligo di utilizzare sempre ogni mezzo terapeutico disponibile. Per questo fa una distinzione tra “mezzi ordinari” o proporzionati e “mezzi straordinari”. I primi sono dovuti perché offrono una ragionevole speranza di beneficio e non impongono oneri eccessivi al paziente. I secondi, invece, possono essere rifiutati quando risultano troppo gravosi, rischiosi o incapaci di garantire un vantaggio concreto. Però, la rinuncia a un trattamento sproporzionato, non equivale a voler causare la morte: significa accettare il limite della medicina e lasciare che la malattia segua il proprio corso naturale.
Tutto ciò è chiaramente affermato in diversi documenti della Dottrina Cattolica tra cui la “Dichiarazione sull’eutanasia” della Congregazione per la Dottrina della Fede (1980) e il “Catechismo della Chiesa Cattolica” (cfr. nn. 2276-2278).
Oppiacei e sedazione profonda
Gli oppiacei, come la morfina e altri analgesici, sono strumenti fondamentali della medicina contemporanea per il controllo del dolore, della dispnea e di alcuni sintomi particolarmente gravi. Il loro utilizzo, secondo la dottrina cattolica, è moralmente lecito quando rispondono a una reale necessità clinica, vengono somministrati in proporzione alle condizioni del paziente e mirano direttamente al sollievo della sofferenza. Non è quindi contrario alla dottrina cattolica ricorrere a farmaci potenti, anche quando possano comportare effetti collaterali rilevanti, come sonnolenza, riduzione della vigilanza o, in alcuni casi, un possibile accorciamento indiretto della vita.
Il criterio decisivo è rappresentato dall’intenzione e dalla proporzionalità dell’intervento.
Se l’obiettivo è alleviare il dolore e non causare la morte, l’atto è moralmente accettabile anche qualora il decesso sopraggiunga come effetto non voluto e non direttamente perseguito. La Chiesa rifiuta invece l’uso degli oppiacei o di altri farmaci con finalità eutanasica, cioè quando la somministrazione è intenzionalmente diretta a provocare la morte del paziente.
Un discorso analogo riguarda la sedazione palliativa, compresa la sedazione profonda continua. Essa consiste nella riduzione farmacologica, proporzionata e controllata, dello stato di coscienza di un paziente, allo scopo di alleviare sintomi refrattari, ossia non adeguatamente controllabili con altri trattamenti. Per la dottrina cattolica essa è moralmente lecita quando sussistono condizioni rigorose: la presenza di una sofferenza grave e non altrimenti controllabile, una valutazione clinica competente, il consenso del paziente o dei suoi rappresentanti, la proporzionalità dei farmaci e l’assenza dell’intenzione di provocare la morte. Per questo la sedazione profonda non deve essere confusa con l’eutanasia. Nella sedazione palliativa, la perdita di coscienza è il mezzo attraverso cui si riduce una sofferenza insostenibile; nella pratica eutanasica, invece, la morte costituisce l’obiettivo direttamente perseguito.
Un ulteriore elemento riguarda l’alimentazione e l’idratazione artificiale.
La dottrina cattolica non considera sempre obbligatorio mantenerle, soprattutto quando non apportano un beneficio reale, risultano eccessivamente gravose o non sono più efficaci per l’organismo morente. La loro eventuale sospensione non equivale necessariamente a un atto eutanasico, purché la morte non sia voluta come fine o mezzo, ma riconosciuta come conseguenza della malattia e del naturale processo terminale. Anche in questi casi, devono essere garantite le cure di base e l’attenzione al comfort del paziente.
Il virtuoso esempio della Gran Bretagna
Abbiamo affermato che molte Regioni italiane hanno fretta per approvare una normativa sul suicidio assistito. Tutto ciò porterà come avvenuto in Francia e Gran Bretagna ad una discussione parlamentare che ha avuto nei due Stati esiti diversi.
In Francia è stata approvata una legge, in Gran Bretagna bloccata. Esaminiamo questo secondo caso poiché potrebbe illuminare anche i nostri politici nel convincerli che leggi contrarie alla vita e soprattutto ai malati e ai fragili possono essere respinte.
Tutto ciò è avvenuto, anche se la maggioranza dei mezzi di comunicazione ha mantenuto un silenzio assoluto, l’ 11 settembre quando la Camera dei Comuni della Gran Bretagna ha respinto il disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito con 286 voti contrari e 270 favorevoli.
Il disegno di legge mirava a introdurre, la possibilità per pazienti affetti da malattie gravi e incurabili di porre fine alla propria vita con l’assistenza di un medico. Coloro che erano contrari al disegno di legge hanno evidenziato e fatto comprendere i numerosi rischi. Il primo riguarda la protezione delle persone vulnerabili, comprese quelle anziane, disabili, depresse o economicamente dipendenti da altri. Anche in presenza di garanzie formali, una persona potrebbe sentirsi un peso per la propria famiglia oppure ritenere di dover scegliere la morte per non gravare sul sistema sanitario. La libertà di decisione, in tali circostanze, rischierebbe di essere condizionata da pressioni indirette, difficili da individuare e da dimostrare.
I critici del disegno di legge hanno pure osservato che la legalizzazione avrebbe potuto portare nel tempo ad un progressivo ampliamento dei casi ammessi. Secondo loro, una volta accettato il principio che alcune persone possono ricevere assistenza nel morire, diventerebbe più difficile mantenere limiti rigidi riguardo alle patologie, all’aspettativa di vita o alle condizioni psicologiche dei richiedenti. Ciò è dimostrato da quello che avviene in Belgio, Canada e Olanda.
Un elemento centrale del dibattito è stato pure il rapporto tra suicidio medicalmente assistito e cure palliative (di cui parleremo inseguito). I sostenitori della bocciatura hanno affermato che lo Stato dovrebbe investire prioritariamente nell’accesso universale a cure palliative di qualità, in modo da alleviare il dolore e offrire sostegno psicologico, sociale e spirituale ai pazienti e alle loro famiglie. In molti casi, la richiesta di morire può essere legata non esclusivamente alla sofferenza fisica, ma anche alla paura dell’abbandono, della perdita di dignità o alla mancanza di assistenza adeguata. Garantire cure migliori riduce senz’altro le richieste di morte! Da ultimo è stato evidenziato l’impatto della decisione sui medici. Una eventuale legalizzazione avrebbe richiesto di definire con precisione il ruolo dei professionisti sanitari, il diritto all’obiezione di coscienza e i confini tra cura, sedazione palliativa e assistenza al suicidio.
Questo risultato è stato raggiunto anche per l’azione dei vescovi della Chiesa cattolica ed anglicana e delle associazioni civili pro life, che si sono mobilitate in modo capillare, dimostrando che con la preghiera, la ragione, l’organizzazione e il coraggio è possibile far prevalere il bene comune e la civiltà per tutti.
Una lezione questa anche per tutta la Chiesa italiana dai vescovi ai fedeli-cristiani-laici affinché tornino a riaffermare le ragioni della vita, la forza della preghiera e abbiano il coraggio dell’azione, invece di inseguire il mondo nella sua deriva anti-umana.
Le Cure Palliative
Allora lasciamo il malato a soffrire? Si chiedono in molti.
No certamente ma investiamo, investiamo, investiamo nelle Cure Palliative che le Regioni citate hanno volutamente scordare e che non potranno essere tralasciate in una eventuale normativa nazionale.
Delle Cure Palliative ne abbiamo già parlato in più occasioni. Oggi riprendiamo l’argomento poiché politici e cittadini italiani faticano a comprenderle.
Le Cure Palliative rappresentano un approccio assistenziale volto a migliorare la qualità della vita delle persone affette da malattie croniche, progressive o inguaribili. Non mirano a guarire la patologia, bensì a controllare il dolore e gli altri sintomi, sostenendo al contempo gli aspetti psicologici, sociali e spirituali del paziente.
L’assistenza palliativa pone al centro la dignità e l’autonomia della persona, rispettandone valori, preferenze e volontà. Essa coinvolge un’équipe multidisciplinare composta da medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, assistenti spirituali e altri professionisti, in collaborazione con la famiglia e con la rete territoriale. Può essere erogata in ospedale, al domicilio, in strutture residenziali o negli hospice.
Un elemento fondamentale è la comunicazione, che deve essere chiara, empatica e rispettosa, soprattutto nelle fasi decisionali più complesse. Le cure palliative non coincidono con l’abbandono terapeutico poiché sono integrate precocemente con i trattamenti destinati alla malattia, offrendo supporto continuo. Così contribuiscono a ridurre la sofferenza, prevenire interventi sproporzionati e accompagnare il paziente e i suoi familiari con competenza e umanità.
Chi non può sottrarsi a questo appello a favore del malato e del fragile?
-I POLITICI chiamati dai cittadini ad operare il bene comune e non per la morte.
-I MEDICI e gli OPERATORI SANITARI che con il Giuramento d’Ippocrate si sono impegnati a difendere la vita lottando contro ogni atteggiamento mortifero.
-Le ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO, le grandi assenti in questo dibattito; non se ne comprende la ragione.
-I CITTADINI cristiani o non, che vogliono l’autentico bene dei malati, dei sofferenti e dei fragili.
Concludendo, visto che siamo buoni ma non stupidi, come affermava Costanza Miriano: “ Le varie leggi regionali sul suicidio assistito servono ad ammazzare i malati per tagliere i costi. La questione non è la libertà ma i soldi”.

Don Gian Maria Comolli

