Introduzione al testo

“L’attività medico-sanitaria si fonda su una relazione interpersonale, di natura particolare essendo un incontro tra una fiducia e una coscienza. La fiducia di un uomo, segnato dalla sofferenza e dalla malattia perciò bisognevole, che si affida alla coscienza di un altro che può farsi carico del suo bisogno e che gli va incontro per assisterlo, curarlo, guarirlo” (Pontificio Consiglio per la Pastorale della Sanità, Carta degli Operatori Sanitari, n. 2).
La citata frase della “Carta degli Operatori Sanitari” è la “filigrana” che guida questo testo di “medicina umanistica” che si pone come obiettivo di favorire il potenziamento della prassi assistenziale, affinché si collochi “la totalità” dell’uomo malato al centro della cura e dell’organizzazione aziendale memori di un’espressione incisa all’ingresso di un antico ospedale parigino: «Se sei malato vieni e ti guarirò, se non potrò guarirti ti curerò, se non potrò curarti ti consolerò».
Per offrire una “cura umanistica” è irrimandabile un “salto di qualità” di tutti gli operatori sanitari, acquisendo una metodologia che intersechi le componenti tecnico-scientifiche con quelle antropologiche-umanistiche ed etico-religiose. Questo traguardo, che i nostri malati implorano insistentemente, necessita di una “rinnovata formazione” contenutistica e metodologica sia nei corsi universitari sia nei percorsi di formazione permanente. Una formazione multidisciplinare che predisponga tutti al sapere (conoscenza), al saper fare (abilità tecnica) e al saper essere per donare al sofferente non unicamente il “to cure” (diagnosi e terapia) ma anche il “to care” (la cura), cioè l’attenzione al dolore integrale. Unicamente questa prassi trasformerà l’operatore sanitario nel sapiente “doctor philosophiae” ben interpretato dal quadro posto come copertina a questo testo: “The doctor” del pittore inglese Luke Fildes, così commentato da un illustre luminare della tarda età vittoriana: «Tutta una biblioteca non farebbe ciò che questo quadro ha fatto e farà per la professione medica: rendere il cuore del nostro prossimo familiare e caro a noi». E poi l’esortazione: «Qualsiasi sia il grado raggiunto nella tua professione, ricordati sempre di tenere di fronte la figura del quadro di Fildes, ed essere al tempo stesso un nobiluomo e un nobile medico». E noi aggiungiamo “un nobile operatore sanitario” qualsiasi mansione eserciti, poiché nella cura, al di là dei mansionari e delle responsabilità, tutti sono considerevoli e rilevanti.
L.Fildes, dipinse il quadro nel 1887 su richiesta di Henry Tate che lasciò al pittore la massima libertà sul soggetto della tela. A Fildes, nella notte di Natale del 1877 morì il figlio Philip e dalle testimonianze apprendiamo che fu impressionato positivamente dal medico curante per la sua dedizione professionale e la sua umanità. Nel dipinto, notiamo la stanza di una famiglia povera, un medico pensieroso e preoccupato, una bambina gravemente malata e due genitori affranti. Di grande interesse sono anche la lampada che illumina la camera, la tazzina sul tavolo e la luce dell’alba che penetra dalla finestra. Questi elementi potrebbero significare che il medico è presente da alcune ore, o forse, ha trascorso la notte al capezzale della sua paziente. Si interrogò la rivista scientifica The Lancet: «Il dottore, da un punto di vista medico, non può fare nulla di più per salvare la bambina. Allora perché è ancora lì? Può soltanto rimanere vigile, guardando il respiro lieve della piccola che si affievolisce».
Consegno questo manuale a tutti gli operatori sanitari affinché sappiano stipulare con ogni ammalato “un’alleanza terapeutica” che non ricerchi unicamente il bene fisico ma anche quello psicologico, sociale e spirituale, valorizzando l’autonomia e riscoprendo il reciproco senso di fiducia in un clima di umana solidarietà.
Nel testo saranno sviluppati ampi riferimenti alla Dottrina Cattolica evidenziando i vari documenti riguardanti l’uomo, la vita e la cura, riassumibili nella frase di sant’Ireneo: «L’uomo vivente è la gloria di Dio». Non saranno trascurati, però, contributi e pareri di atei o agnostici, convinto che la Chiesa non possiede, riguardo ad alcuni argomenti, l’assolutismo di pensiero ma solo una propria opinione che trova l’origine nel Vangelo che «riempie il cuore e la vita intera di coloro che s’incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia» (papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium n. 1). Per evitare fraintendimenti o interpretazioni ambigue, vorrei rilevare che la propria idea va difesa con argomentazioni non unicamente religiose ma anche filosofiche, scientifiche e razionali, “senza paura ma senza rinunciare alla nostra appartenenza” (Papa Francesco, Discorso al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, 14 ottobre 2013).
Ritengo, inoltre, che a riguardo dei problemi fondamentali della cura che a volte investono anche la sfera etica e bioetica, l’accordo nella società è più vasto di quanto possa apparire se non ci si sofferma unicamente ad alcuni aspetti critici. Interessante è questa affermazione di N. Bobbio del 1981, fatta in occasione del referendum indetto per l’abrogazione della legge sull’aborto: «Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere» (Corriere della Sera, 8 maggio 1981, p. 8).
Il testo è diviso in cinque sezioni.
Nella prima sono descritte alcune “colonne portanti” della professione sanitaria da porsi accanto ad una rigorosa formazione scientifica. La prima colonna è dunque quella “antropologica” che pone un interrogativo imprescindibile: “Chi è l’uomo?”, poiché dalla risposta scaturirà il rapporto che si intende instaurare con il sofferente. Seguono poi colonne portanti filosofiche, etiche, spirituali, storiche e sociologiche.
Nella seconda sono evidenziati degli elementi specifici per una medicina che curi “la persona” prima del paziente, rispondendo all’invito di Shakespeare: “Date parole al dolore…”.
Nella terza, la riflessione si sposterà sulla spiritualità e religiosità del malato che purtroppo nella realtà sanitaria italiana è spesso trascurata a causa di convinzioni erronee, retrograde e strumentalizzate.
Nella quarta si esamineranno gli aspetti organizzativi ed economici, senza tralasciare i diritti dei malati, talvolta calpestati da atteggiamenti non rispondenti alle loro attese.
Nella quinta dieci specifici approfondimenti.
don Gian Maria Comolli