Alcuni giorni fa si è celebrata la “Giornata Mondiale per la prevenzione del suicidio” un dramma della nostra società. I numeri sono tragici. Nel mondo se ne attuano circa 740.000: uno ogni 43 secondi ed ogni minuto quattro uomini e sei donne necessitano di cure ospedaliere per tentativi di suicidi. In Italia, secondo i dati Istat, riguardanti il 2024, 3.934 suicidi ed oltre 6.700 telefonate a “Telefono Amico Italia” da parte di persone che richiedevano aiuto. Altro dato preoccupante riguarda gli adolescenti e i giovani tra i 15 e i 34 anni; nel 2024 552 ci hanno lasciato.
Il suicidio nella nostra società
Il suicidio rappresenta una delle tragedie più profonde e complesse della società contemporanea. Esso non è unicamente la decisione individuale di porre fine alla propria vita, ma il risultato doloroso di una sofferenza spesso invisibile, maturata nel tempo e alimentata da fattori psicologici, sociali, economici e culturali. Dunque, affrontare questo tema, significa confrontarsi con la fragilità umana ma contemporaneamente interrogarsi sulla capacità della società di riconoscere, accogliere e sostenere chi vive una condizione di fragilità e di disperazione. Per lungo tempo il suicidio è stato considerato un argomento da evitare, circondato da vergogna, giudizio morale e silenzio. In molte famiglie, anche quando una persona manifestava un disagio evidente, si tendeva a minimizzare i segnali, oppure a interpretarli solo come richieste di attenzione. Questa “superficialità” aggrava il senso di isolamento di chi soffre! La paura di essere giudicati, rifiutati o considerati deboli induce spesso le persone a nascondere la propria sofferenza e a rinunciare a chiedere aiuto.
Adolescenti giovani e suicidio
Altro fattore considerevole è suicidio tra gli adolescenti e i giovani altra emergenza. Non si tratta soltanto di un problema sanitario, ma di una questione sociale, educativa e culturale che coinvolge famiglie, scuole, istituzioni e comunità. Ogni giovane che manifesta pensieri suicidari sta vivendo una sofferenza profonda, spesso difficile da comunicare, e necessita di ascolto, protezione e interventi qualificati.
L’adolescenza e la prima età adulta sono fasi caratterizzate da importanti trasformazioni fisiche, psicologiche e relazionali. L’adolescente e il giovane sono sollecitati a costruire la propria identità, a sviluppare autonomia e a confrontarsi con aspettative familiari, scolastiche e sociali. In alcune circostanze, tali pressioni possono risultare schiaccianti, soprattutto quando si sommano a esperienze traumatiche, isolamento, conflitti familiari, bullismo, discriminazione o difficoltà economiche. Anche l’uso e l’abuso di sostanze che influenzano sulla psiche, alcuni disturbi psicologici e precedenti episodi di autolesionismo aumentano la vulnerabilità.
Le cause
Le cause che possono indurre pensieri suicidari sono numerose e raramente riconducibili a un solo elemento. Disturbi depressivi, ansia, dipendenze, traumi, lutti e malattie compromettono profondamente l’equilibrio psicologico. A tali condizioni si aggiungono problemi familiari, solitudine, bullismo, discriminazioni, disoccupazione, precarietà economica e fallimenti personali. Nei giovani anche la pressione scolastica, il confronto costante sui social network e il timore di non essere all’altezza delle aspettative possono generare un senso di inadeguatezza particolarmente intenso. Negli anziani, invece, l’isolamento, la perdita dell’autonomia e la percezione di essere un peso possono divenire fattori di immensa sofferenza. Ma permettemi un ‘osservazione rivolta al settore professionale e lavorativo che prendo da un detto popolare: “lasciare una persona in salamoia” per molto tempo e senza valide motivazioni può portare anche al suicidio. E, in questo caso, come si dice a Milano: “nessuno andrà a san Vittore” (cioè in carcere) ma per colui che non ha salvaguardato l’altro le responsabilità morali rimangono molto, molto, molto pesanti.
Inoltre, la società contemporanea, nonostante i progressi scientifici e tecnologici, è incapace nella maggioranza delle situazioni di offrire autentici spazi di ascolto. Le relazioni sono rapide e superficiali; l’efficienza ha il sopravvento sulla fragilità e sulla vulnerabilità e il successo individuale è presentato come un dovere. In questo contesto, chi attraversa una crisi può percepirsi come estraneo a un mondo che pretende continuamente prestazioni. La solitudine, pertanto, non coincide necessariamente con l’assenza fisica di altre persone: si può essere circondati e, nello stesso tempo, sentirsi completamente incompresi.
Segnali di possibile rischio suicidario
Riconoscere i segnali di un possibile rischio suicidario è fondamentale per intervenire tempestivamente. Alcuni cambiamenti possono includere tristezza persistente, isolamento, perdita d’interesse per attività abituali, sentimenti di colpa, inutilità o disperazione, alterazioni marcate del sonno o dell’appetito e un calo significativo nel rendimento scolastico o lavorativo. Particolare attenzione richiedono espressioni dirette o indirette come: «Non ce la faccio più», «Vorrei non svegliarmi» o «Sarebbe meglio senza di me». Anche parlare della morte, cercare informazioni sui metodi, sistemare improvvisamente questioni importanti o mostrare un’insolita calma dopo un periodo di forte sofferenza può indicare una situazione urgente. È quindi importante prendere sul serio ogni segnale, ascoltare senza giudicare e chiedere con chiarezza: «Stai pensando di farti del male o di suicidarti?». Una domanda simile non induce al suicidio; può invece favorire la richiesta d’aiuto
La prevenzione
La prevenzione richiede innanzitutto un cambiamento culturale.
Parlare di suicidio in modo responsabile non significa incoraggiarlo, bensì riconoscere l’esistenza del problema e favorire l’accesso all’aiuto. È fondamentale, quindi, imparare ad ascoltare senza interrompere, giudicare o offrire risposte semplicistiche. Frasi come “devi essere forte” o “c’è chi sta peggio” rischiano di accrescere il dolore. Al contrario, mostrare vicinanza, prendere sul serio le parole della persona e accompagnarla ad esempio verso un professionista possono rappresentare gesti decisivi.
Anche le istituzioni hanno una responsabilità primaria.
I servizi di salute mentale devono essere accessibili, adeguatamente finanziati e distribuiti sul territorio. Non è accettabile che chi chiede sostegno debba attendere mesi o affrontare costi incompatibili con la propria situazione economica. Occorre inoltre rafforzare la presenza di psicologi nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nei servizi sociali, così da intercettare il disagio prima che diventi una crisi irreversibile. Infine, non scordiamo la formazione degli insegnanti, dei medici, delle forze dell’ordine e degli operatori sociali, poichè ciò può contribuire a riconoscere i segnali di rischio e a intervenire con competenza. E, non scordiamici: non lasciare sola la persona se il rischio appare immediato, rimuovere, se possibile, mezzi pericolosi e contattare i servizi di emergenza locali o un professionista della salute mentale.
Un ruolo delicato spetta infine anche ai mezzi di comunicazione.
La trattazione di un suicidio deve evitare il sensazionalismo, la spettacolarizzazione e la descrizione di modalità o dettagli che possano produrre effetti imitativi. È invece opportuno offrire informazioni corrette, rispettare la dignità delle persone coinvolte e indicare concretamente i servizi disponibili. Una comunicazione responsabile può contribuire a ridurre lo stigma e a trasmettere il messaggio che chiedere aiuto è possibile e legittimo.
I famigliari
Il suicidio non riguarda unicamente chi muore, ma anche familiari, amici, colleghi e intere comunità. I superstiti possono vivere sensi di colpa, rabbia, vergogna e domande senza risposta. Per questo necessitano di sostegno psicologico e di spazi in cui elaborare il lutto senza essere giudicati. La prevenzione, dunque, deve comprendere anche l’assistenza a coloro che restano, affinché il dolore non si trasformi in ulteriore isolamento.
E basta retorica!
Più volte ho sentito affermare di fronte a un suicidio: “non ce lo aspettavamo”, “non ci siamo accorti di nulla”, “poveretto”… Ebbene, queste è una retorica qualunquista, invece ci dovremmo colpevolizzare perché abbiamo ignorato i molteplici segnali espliciti e impliciti inviati.
Ebbene, di fronte a una sofferenza intensa, non bastano le frasi di circostanza: servono presenza, competenza e responsabilità. Parlare con rispetto del suicidio è, in definitiva, un modo per affermare il valore della vita e il diritto di ogni individuo a essere sostenuto nei momenti più difficili.
Don Gian Maria Comolli