O.FALLACI – La forza della passione. Lettere a Monsignor Fisichella, Piemme, pp. 160, euro 19

Le lettere che Oriana Fallaci indirizzò a monsignor Rino Fisichella rappresentano una testimonianza intensa del rapporto, spesso inquieto e appassionato, tra fede, ragione e coscienza individuale. In esse emerge una donna abituata a interrogare il mondo con radicalità, senza accettare risposte convenzionali e senza sottrarsi alle domande più difficili. La sua scrittura, sempre energica e personale, non assume i toni di una professione di fede tradizionale, ma quelli di una ricerca spirituale profonda, condotta attraverso il dubbio, la sofferenza e il confronto.
Il dialogo epistolare con monsignor Fisichella nasce in un momento particolare della vita della scrittrice, segnata dalla malattia e dalla consapevolezza della fragilità umana. Tuttavia, le lettere non si riducono a una semplice confessione privata. Esse diventano un luogo di riflessione sui grandi temi dell’esistenza: Dio, il dolore, la morte, la libertà, il destino dell’uomo e il significato della passione. Fallaci affronta tali questioni con il linguaggio che le è proprio: diretto, talvolta polemico, sempre animato da una sincerità assoluta.
La “passione” evocata dal titolo non deve essere intesa soltanto come sentimento emotivo. In Fallaci essa è, soprattutto, una forza morale e intellettuale. È l’impulso che conduce a cercare la verità anche quando essa appare scomoda o dolorosa; è il rifiuto dell’indifferenza; è la capacità di partecipare intensamente alla realtà. La scrittrice non considera la fede come un rifugio passivo, capace di eliminare ogni angoscia. Al contrario, la fede autentica sembra nascere proprio dal confronto con l’inquietudine e con il mistero.
Il rapporto con monsignor Fisichella assume, quindi, il valore di un confronto rispettoso ma non privo di tensioni. Fallaci non si presenta come una discepola disposta ad accogliere senza discutere le verità religiose. Le sue domande sono esigenti, talvolta provocatorie, perché nascono dal desiderio di comprendere. La sua posizione non è quella di chi rifiuta aprioristicamente la dimensione spirituale, bensì quella di chi pretende che essa sia vissuta con autenticità. In questo senso, la scrittrice difende una religiosità consapevole, lontana dal formalismo e dalle formule ripetute senza partecipazione.
Uno degli aspetti più significativi delle lettere è la centralità della libertà. Per Fallaci, l’uomo non può essere ridotto a un essere obbediente, privo di responsabilità personale. Anche davanti a Dio, la coscienza conserva un ruolo fondamentale. La fede non annulla la libertà, ma la rende più drammatica e più impegnativa. Credere significa scegliere, assumersi il peso delle proprie decisioni e accettare di vivere in rapporto con un mistero che non può essere completamente posseduto dalla ragione.
La scrittura epistolare accentua il carattere umano di questa ricerca. La lettera, infatti, permette alla riflessione di mantenere una dimensione dialogica e personale. Non si tratta di un trattato teologico, ma di un percorso fatto di domande, ricordi, timori e intuizioni. Fallaci scrive con la consapevolezza che nessuna risposta può cancellare definitivamente la sofferenza. Tuttavia, proprio il dialogo consente di dare forma all’inquietudine e di trasformare il dolore in pensiero.
La morte costituisce uno degli orizzonti più presenti e più complessi dell’opera. Essa non viene affrontata con retorica consolatoria, ma con il coraggio di chi sa di trovarsi davanti al limite ultimo dell’esperienza umana. Fallaci non nasconde la paura, né cerca di mascherarla con parole rassicuranti. La sua grandezza consiste nell’accettare di guardare il mistero senza abbassare lo sguardo. In questo atteggiamento si manifesta ancora una volta la forza della passione: vivere pienamente significa anche confrontarsi con ciò che non si può dominare.
Il testo rivela inoltre una concezione elevata della parola. Per Fallaci, scrivere significa testimoniare, assumere una responsabilità nei confronti della verità e degli altri. La parola non è uno strumento ornamentale, ma un atto di libertà. Anche nelle lettere di carattere spirituale, la sua prosa conserva energia, precisione e intensità. Ogni affermazione appare legata a una convinzione profonda, mentre ogni dubbio assume il valore di una ricerca autentica.
L’importanza delle lettere a monsignor Fisichella risiede, pertanto, nella loro capacità di mostrare una Fallaci diversa da quella più frequentemente associata alle polemiche politiche e civili. Rimane la scrittrice combattiva, orgogliosa e intransigente, ma emerge anche una dimensione vulnerabile, consapevole del bisogno di interrogarsi e di aprirsi al dialogo. Questa vulnerabilità non indebolisce la sua figura; al contrario, la rende più umana e più complessa.
In conclusione, le lettere costituiscono il documento di una lotta interiore condotta con straordinaria intensità. La passione di Oriana Fallaci è la passione per la verità, per la libertà e per una vita vissuta senza falsità. Il confronto con monsignor Fisichella non offre soluzioni semplici, ma testimonia la possibilità di cercare insieme, attraverso la parola, un significato alla sofferenza e all’esistenza. La forza dell’opera nasce proprio da questa tensione: dal desiderio di credere e, nello stesso tempo, dalla necessità di comprendere.