
Tre riflessioni che scaturiscono dalle letture di questa domenica (Is. 5,1-7 – Mt. 21,33-43).
Prima: L’uomo delude Dio.
La prima lettura è uno sfogo appassionato del profeta Isaia, il quale parlando a nome di Dio, esprime delusione e amarezza per il comportamento di Israele, e ci ricorda in ultima analisi che “Israele” siamo anche noi!
Allora lasciamoci interrogare da questo pianto di Dio, lasciamoci interpellare dalla divina sofferenza, lasciamoci scuotere da questo grido di Dio deluso per il nostro rifiuto del suo amore. E, oggi, fissandoci negli occhi chiede ragione per tanta ingratitudine.
Noi siamo la “vigna di Dio” e per l’Israelita era un bene preziosissimo per questo la circondava con una siepe o con un muro, sul raccolto fino a restare a dormire in una apposita torre appunto per difendere la vigna dai ladri e dagli animali.
Ebbene, l’uomo delude Dio, e questa terribile notizia che affiora spessissimo nella Scrittura.
Personalmente, ogni volta che leggo queste parole avverto brividi di sofferenza e di vergogna. “Io posso deludere Dio! Io posso ferire il suo cuore paterno”. Che tremenda responsabilità!
Seconda: L’Amore di Dio è instancabile.
Nel Vangelo Gesù riprende l’immagine calda e delicata usata da Isaia per mostrarci l’affetto, la tenerezza e la misericordia di Dio verso l’umanità, senza risparmio di affetto avarizia di doni, senza intervalli di amore. Questo significa che Dio ha investito un immenso patrimonio su ciascuno di noi.
Ma, nel momento del raccolto, Israele ha rifiutato il frutto dell’amore. Possiamo affermare che è accaduto l’inverosimile, l’assurdo, l’impensabile!
Ma, il lamento di Dio riguarda anche ciascuno di noi; quindi interroghiamoci: “Dio è contento di me? “Può essere contento del mio rapporto con la famiglia, con la professione e il contesto societario? Di più: “io, noi cristiani di oggi siamo un annuncio, una notizia a favore di Dio, oppure siamo una caricatura di Lui e una mortificazione del Vangelo?”.
Le conseguenze. Deludendo Dio, la vigna è devastata. Fuori metafora l’uomo avvelena la propria esistenza di tristezza, di solitudine ,di inquietudine e di avvilente insignificanza.
Terza: Dio ama fino all’estremo.
Dio manda sulla terra il Suo Figlio, ma pure in questo caso gli operai della vigna che siamo noi lo hanno ucciso divenendo così vittima della cattiveria umana.
Giovanni Papini, nella conclusione della celebre Storia di Cristo, dà sfogo allo sgomento e si rivolge a Dio con queste parole: “Se tu fossi un Dio che tiene il rancore, un Dio vendicativo, un Dio solamente giusto, allora non daresti ascolto alla nostra preghiera perché tutto quello che gli uomini potevano farti di male lo hanno fatto. E questo anche al tuo Figlio. Milioni di Giuda lo hanno baciato dopo averlo venduto, e non per trenta denari solo, e neppure una volta sola. Legíoni di Farisei e sciami di Caifa lo hanno sentenziato malfattore, degno di essere inchiodato; e milioni di volte col pensiero, con la parola e con la volontà lo hanno crocifisso”.
Umanamente parlando non ci sarebbero più vie d’uscita, ma Dio non si rassegna trasformando la Croce in un’offerta d’amore.
Julien Green, nell’opera “Ciascuno la sua notte”, scrive così: Dio ci segue passo passo. Tu magari non te ne accorgi. Ci sono delle volte in cui arrivi a dirGli che se ne vada, come se fosse un mendicante che si allontana un momento ma poi ritorna di nuovo. Certi giorni non riesco esco a mandarlo via: ‘Andate via, Signore! Lasciate che io mi diverta, anche se poi dovrò bruciare. Voi mi date noia, Signore! Lasciatemi! Ma Egli non va via. È abituato agli insulti”.
Perché Dio agisce così? Perché Dio è Amore! (1 Gv 4,8.16).