Pillole di saggezza

Bioetica per tutti (3) – Solidarietà e Bene Comune

Premessa

In questo breve percorso per conoscere la bioetica, abbiamo evidenziato che questa disciplina ci coinvolge “tutti” soprattutto quando discutiamo argomenti riguardanti la “vita” e, di conseguenza, sapere su quali basi devono fondare i nostri giudizi abitando in una società che il cardinale A. Scola ha definito al “plurale”, dove negli ultimi decenni sono venute meno o minoritarie le “evidenze etiche comuni”, cioè i principi e i valori che avevano caratterizzato alcune epoche storiche e che avevano accompagnato anche i nostri concittadini fino agli anni ’70 del ventesimo secolo. Fino ad allora, era naturale, la difesa della dignità e della sacralità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. Oggi, ciò non è più scontato, poiché alcune visioni ritengono tuttora la vita rilevante, però con alcuni “se” e “ma”. Si pensi ai modelli commentati nella scorsa “Pillola di saggezza”: quello soggettivista-liberalista, quello sociologico-utilitarista e quello scientista tecnologico. E, abbiamo concluso la scorsa settimana, affermando che il modello che deve far proprio colui che “ama la vita” è quello “personalista ontologico” che afferma palesemente la dignità e la sacralità come fattore costitutivo della persona, perciò un valore da rispettare pienamente e totalmente in tutte le fasi dell’esistenza.

Oggi compiamo un passo in avanti. Poiché l’agire di un popolo in un determinato tempo, come pure ogni azione libera, consapevole e responsabile del singolo hanno conseguenze etiche o bioetiche dobbiamo chiederci cosa porre alla base di ogni decisione o di ogni discussione. Mentre, chi opera in sanità, deve riferirsi ad alcuni principi: da quello di autonomia a quello di beneficienza, da quello di fedeltà a quello di totalità, da quello di non maleficenza a quello del duplice effetto, NOI, quando nella quotidianità siamo interpellati ad esprimere un giudizio o ad assumere un comportamento, come ci dobbiamo comportare?

Vi indico come punto di riferimento “un principio” (quello di solidarietà) e “una situazione” (il bene comune).

 Il principio di solidarietà

E’ il principio che evidenzia che “gli uomini sono, inevitabilmente, legati gli uni agli altri e dipendono in molteplici modi gli uni dagli altri; di conseguenza, sono tenuti ad attuare tale legame nel modo più giusto per il bene dei singoli e del tutto, e sono responsabili nei confronti degli altri e della comunità, così come questa, a sua volta, deve prendersi cura dei singoli membri” (A. Gunthor, Chiamata e risposta, Vol. III, Paoline 1987, pg. 49). Il principio, dunque, “impegna il singolo a realizzarsi partecipando alla realizzazione degli altri”, e con quelli di libertà e di uguaglianza è presente anche nella Costituzione italiana (cfr.: art. 2), evidenziandone la “vocazione solidaristica” che deve trovare cittadinanza nella nostra nazione. E’ questo un principio auspicato nella fase costituente della nostra nazione sia dal versante cattolico che da quello laico-socialista. G. Dossetti (del gruppo Democratico Cristiano), il 10 settembre 1946, affermò che “il nuovo Statuto dell’Italia democratica dovrebbe riconoscere la precedenza sostanziale della persona umana rispetto allo Stato”, nonché “la necessaria socialità di tutte le persone, le quali sono destinate a completarsi e a perfezionarsi a vicenda mediante una reciproca solidarietà economica e spirituale: anzitutto nelle varie comunità intermedie, disposte secondo una naturale gradualità” (A. Melloni -a cura di-, La ricerca costituente -1945/1952-, Il Mulino 1994, pg. 87). Gli fece eco M. Ruini  (di formazione radicale), sottolineando la doverosa corrispondenza tra diritti inviolabili e doveri inderogabili di solidarietà “come lati inscindibili, come due aspetti dei quali l’uno non può sceverare senza l’altro” (11 settembre 1946).

Il principio di solidarietà, base dell’assistenza sanitaria e socio-sanitaria, del volontariato, delle donazioni di organi, tessuti e sangue, va rivalorizzato nell’attuale contesto societario caratterizzato dall’ individualismo, dall’egoismo e dall’indifferentismo; per questo la santa Madre Teresa di Calcutta continuamente denunciava: “Il più grande male del nostro secolo è ‘l’ indifferenza’ ”. Il principio rammenta che nessuno è “un’isola” o un bene “solo per se stesso” ma è indissolubilmente unito agli altri, dipendendone in molteplici modi e anche la propria realizzazione avviene, il più delle volte, con il concorso degli altri. Dunque, la solidarietà, invita a ripudiare I’ individualismo, rammentandoci la responsabilità nella ricerca del bene dei singoli e della collettività, poichè tutti siamo garanti della realizzazione degli altri, soprattutto di coloro che hanno avuto meno o sono più fragili. Dobbiamo potenziare la loro vita favorendo la loro crescita sociale, culturale e la loro felicità, e predisporre le condizioni affinchè possano vivere un’ “esistenza di qualità” anche se affetti da menomazioni, malattie o invalidità.

Il principio pone, concludendo, anche alcuni interrogativi: perché molti si trovano nell’indigenza e nella povertà in continua crescita nel nostro Paese? Sono “decenti” gli sproporzionati onorari di alcune categorie professionali (medici, avvocati, commercialisti…) anche nel fornire prestazioni essenziali? E, di conseguenza, sono “dignitose” alcune remunerazioni di manager, politici, magistrati… o le cosidette “pensioni d’oro”… quando alcune famiglie faticano a giungere a fine mese o degli ammalati non hanno la possibilità di acquistare medicinali salva-vita?

Un dato finale per la nostra riflessione. In Italia nel 2016, 1 milione e 619mila le famiglie, composte da 4 milioni e 742mila individui, erano in condizione di povertà assoluta; a questi vanno aggiunti oltre un milione di single (Dati Istat maggio 2017).

Il Bene Comune

Il principio di solidarietà trova un riferimento basilare nel concetto di “bene comune”.

Per comprendere l’importanza di questo, è opportuno la distinzione tra “bene pubblico” e “bene comune” per evitare l’errore di ridurre il “bene comune” al miglioramento dei livelli societari, confondendolo con il “bene pubblico”. Infatti, mentre il “bene pubblico”, predilige la tutela degli interessi della comunità, il “bene comune” difende la singola persona portatrice contemporaneamente di diritti e di doveri.

Il “bene pubblico” rientra negli impegni primari dello Stato che oltre garantire la pace e la sicurezza, deve offrire al cittadino eque condizioni sociali ed economiche. Ma, contemporaneamente, la ricerca del “bene pubblico” è anche un dovere di tutti che si esprime nella partecipazione attiva alla vita politica e pubblica.  Il “bene pubblico” coinvolge particolarmente tre attori.

-Lo “Stato” nel limitare i suoi ambiti d’intervento per aprirsi alla sussidiarietà.

-I “partiti politici” che nei sistemi democratici sono gli intermediari presso le Istituzioni, e nel caso italiano, devono riacquistare la credibilità perduta.

-I “cittadini”, osservando regole chiare e condivise e subordinando gli interessi privati, anche quelli economici, a quelli della collettività.

Operare per il “bene pubblico”, e contemporaneamente per il “bene comune”, è l’unica possibilità per uscire da una scenario negativo che da decenni ci logora.

Cos’è il “bene comune”?

E’ “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alla collettività sia ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente” (Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 26). Ma, il “bene comune”, è “un bene arduo da raggiungere, perché richiede la capacità e la ricerca costante del bene altrui come se fosse il proprio” (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 167).

La responsabilità nei riguardi del “bene comune” non prescinde però la ricerca del proprio benessere ma postula contemporaneamente l’esigenza di valutare l’altrui interesse come il proprio. Operare per il bene comune si esprime nel riconoscere, nel rispettare e nel concretizzare i diritti di tutti i componenti della società. E, il primo diritto, è quello di una degna qualità di vita per tutti: sano o malato, bambino o anziano, italiano o straniero.

Il “bene comune” non è un’utopia o un’idea astratta; sono “comportamenti da ricostruire”, oltrepassando la nostrana abitudine che individua, sempre e comunque altrove, le responsabilità di ciò che avviene. Mi trovavo a cena con amici nel centro di Roma e discutevamo del male endemico dell’evasione fiscale. In un tavolo vicino al nostro una coppia partecipò al nostro dialogo, e concordarono che l’evasione fiscale era da combattere “senza pietà”. Terminarono la cena e chiesero al padrone del ristorante il conto. Lui scrisse sulla tovaglia di carta “50” (50 euro). Un buon prezzo per il cibo a base di pesce che avevano consumato. L’uomo estrasse dal portafoglio una banconota e la diede al ristoratore e si salutarono cordialmente. E noi ci chiedemmo: “e la ricevuta fiscale?”. Un esempio del cosidetto “predicare bene ma razzolare male”. Da questo piccolo episodio si deduce che il traguardo del “bene comune” richiede una notevole opera educativa; da parte di chi? Così si espresse il beato papa Paolo VI nell’enciclica Octogesima adveniens: “Non spetta né allo Stato né ai partiti politici che sarebbero chiusi su se stessi, di imporre un’ideologia con mezzi che sboccherebbero nella dittatura degli spiriti, la peggiore di tutte. E’ compito dei raggruppamenti culturali e religiosi, nella libertà d’adesione che essi presuppongono, di sviluppare nel corpo sociale, in maniera disinteressata e per vie loro proprie, queste convinzioni ultime sulla natura, l’origine e il fine dell’uomo e della società” (n. 25).

Dunque, il Bene Comune, possibilmente con una profonda attenzione verso una adeguata solidarietà, stanno alla base di una convivenza che rispetti ogni persona.

terzo continua

 

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