17 gennaio 2021

Prossimo aggiornamento domenica 24 gennaio 2021

Editoriale

Chiedono la riapertura delle scuole…

Io sono al fianco degli studenti

Fin dall’inizio della pandemia sono stati scordati e classificati invisibili. Parliamo di quella folla di soggetti che per mesi hanno sofferto non perché affetti da Covid ma per misure assunte dal Governo per “contenere il contagio”. Parliamo dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti ai quali è stato vietato per mesi di frequentare la scuola. Ora bambini e ragazzi sono ritornati parzialmente in classe mentre gli adolescenti, quelli che frequentano le superiori, cioè circa 3milioni, sono ancora gli “invisibili” di questo periodo storico. Di loro ci accorgiamo unicamente quando si trovano in una piazza per darsele di santa ragione, manifestando la collera che li tiene ostaggio, o se frequentano i luoghi della movida. E, gli invisibili, divengono bersagli di rimproveri e di predicozzi.

Tra i “giudici” degli invisibili non mancano coloro che dall’inizio della pandemia si sono mostrati totalmente insensibili e indifferenti alle loro esigenze imponendogli di rinunciare allo sport, agli incontri con amici, e più in generale, a ogni forma di socialità, giustificando tutto ciò come un dovere o peggio come un “debito morale”. Ma questi giudici ciechi, hanno sempre fatto “orecchie da mercante” di fronte a un diritto non solo naturale ma anche costituzionale degli invisibili: quello di frequentare totalmente la scuola in presenza. Da quasi un anno, gli adolescenti italiani, non entrano nella loro scuola; da quasi un anno sentono annunci e promesse, puntualmente non mantenute; da quasi un anno studenti, famiglie e professori (parlo di quelli che esercitano la loro professione come una vocazione educativa) sono presi in giro da politici che non sanno guardare oltre il proprio naso. Un ironico WhatsApp che ho ricevuto ben riassume la situazione: “Messaggio inviato  dal Governo ai docenti delle superiori: ‘Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora’ (Mt. 25,13)”. Le scuole dovevano riaprire il 7 gennaio, poi l’11, ora il 18 ma alcuni Presidenti di Regione hanno già dichiarato: “non se parla proprio”. Da alcuni giorni gli invisibili, esasperati, irritati, furenti ma soprattutto stufi di essere presi a “pesci in faccia” dopo una serie di promesse non mantenute, hanno scelto di denunciare la situazione manifestando nelle piazze di decine di città per ottenere semplicemente quello che gli è dovuto: tornare a scuola in presenza. Da qui il mio appello a tutti i cittadini di ampliare le voci dei nostri adolescenti che vogliono essere centrali nel contesto societario poiché, come ci riferisce l’indagine: “I giovani ai tempi del Coronavirus”, condotta da Ipsos per Save the Children analizzando opinioni, stati d’animo e attese di studenti di età compresa i 14 e i 18 anni, gli adolescenti si dicono per il 31% stanchi, per il 17% incerti, per il 17% preoccupati, per il 16% irritabili, per il 15% ansiosi, per il 14% disorientati, per il 13% scoraggiati. In più, uno studente su tre (35%) si sente meno preparato di quando seguiva le lezioni in classe e il 37% degli intervistati dichiara di sperimentare ripercussioni negative sulle capacità di studiare. Il 10 gennaio il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina ha dichiarato a Radio Rai 1: “E’ difficile per gli studenti comprendere perché non rientrano a scuola, capisco le loro frustrazioni: la scuola è un diritto costituzionale. Se a me avessero tolto la scuola non sarei probabilmente qui”. Affermazione totalmente condivisibile, peccato che nei mesi scorsi il ministro, il commissario Arcuri e il gruppo di esperti non abbiano sufficientemente lavorato per risolvere le problematicità che il ritorno a scuola comportano. L’unico risultato raggiunto è la folle spesa per acquistare i banchi a rotelle, poiché tutto l’aspetto logistico è stato rimandato alla creatività e all’impegno dei presidi.

I danni della scuola chiusa

Ha dichiarato il ministro: “…se a me avessero tolto la scuola non sarei probabilmente qui”, cioè non avrebbe conseguito le lauree in storia della filosofia e in giurisprudenza. Il ministro è stato molto più fortunato delle migliaia di ragazzi e di adolescenti che in questi mesi hanno salutato definitivamente la scuola. Non possediamo dati definitivi ma la citata indagine di Ipsos non dovrebbe lasciare tranquillo nessuno. Si legge nel rapporto che il 28% degli intervistati ha dichiarato che almeno uno dei suoi compagni di classe, dal lockdown di questa primavera ad oggi, ha smesso di frequentare le lezioni non collegandosi mai in DAD. Un campanello d’allarme che si accentua quando il 25% degli intervistati afferma che sono più di tre i compagni che non partecipano più alle lezioni. Quindi è in atto, anche se taciuto dalla maggioranza dei mezzi di comunicazione, un processo silenzioso di abbandono della scuola soprattutto da parte degli studenti più poveri. La diserzione dal percorso formativo rende gli adolescenti e i giovani deboli, fragili e logorati. Nella migliore delle ipotesi ancora più poveri, nella peggiore è l’inizio di un percorso che trasformerà la persona, facile preda della criminalità organizzata o di organizzazioni fanatiche, in “vittima-complice”.

Il fallimento della DAD

Falsamente da mesi si afferma che le scuole non sono chiuse ma hanno adottato una diversa metodologia didattica: la DAD (didattica a distanza). Però la DAD non è scuola ma unicamente un surrogato che può funzionare per un breve periodo come riconosciuto dallo stesso Ministro: “Sono molto preoccupata, oggi la DAD non può più funzionare, c’è un black out della socialità, i ragazzi sono arrabbiati, disorientati…”. E ha totalmente ragione perché “scuola online” e “scuola in presenza” non sono la stessa cosa, nonostante l’immenso impegno di molti professori. Forse il Ministro è rimasto alquanto sorpreso da un articolo del Corriere della Sera del 12 gennaio dal titolo: “Scuola, la Dad non funziona? La lezione di Francia e Olanda: servono piani di recupero”. Le giornaliste Gianna Fregonara e Orsola Riva dopo aver rilevato che l’Italia non ha ancora fatto nulla per verificare i risultati della DAD evidenziano tre casi. Olanda: “dove le chiusure sono durate solo 8 settimane (e le dotazioni tecnologiche di partenza di famiglie e scuole erano molto migliori), il sistema dei test ha permesso di accertare un ritardo negli apprendimenti dei bambini della primaria pari al 20 per cento”. Francia: “gli alunni di seconda elementare hanno subito un rallentamento consistente degli apprendimenti soprattutto nella lettura e nella scrittura, mentre per la matematica i problemi si vedono soprattutto nei bambini che hanno un background svantaggiato”. 25 Stati americani: “Meno 33 per cento degli apprendimenti attesi in matematica e meno 13 per cento in lettura… se la chiusura delle scuole dovesse prolungarsi fino alla fine dell’anno gli alunni americani rischiano di accumulare un ritardo complessivo di 9 mesi”.

La scuola non può rinunciare a una presenza vitale e concreta poiché non è unicamente il luogo della trasmissione di competenze e di sapere ma anche lo spazio dove si struttura la personalità, dove si impara la socialità, dove si vive l’ accudimento e l’ affetto. Inoltre, circa un milione di adolescenti che frequentano la scuola superiore, cioè il 30%, non possiedono un computer, altri trovano difficoltà nella connessione, e anche tanti che hanno una connessione funzionante, devono dividere questa con fratelli e sorelle e anche con genitori che lavorano in smart working. Tutti possiedono un cellulare, si afferma. Ma nessuno può ignorare la fatica a concentrarsi nel seguire la didattica dietro il piccolo schermo del telefonino. Ebbene, la didattica a distanza, espone i ragazzi a privazioni culturali, sociali e affettive.

Io sono dalla parte degli studenti e voi?

Tutti insieme dobbiamo manifestare al Governo, ai Presidenti delle Regioni e ai vari decisori per i quali il futuro delle giovani generazioni è insignificante e irrilevante, visto la marginalità con cui si è affrontato il problema, che “non ci stiamo”. Non ci stiamo ad assistere inermi a questa agonia che ragazzi, adolescenti e giovani stanno vivendo. Non ci stiamo ad assistere inermi allo spegnersi del loro entusiasmo, delle loro passioni e delle loro speranze. Non ci stiamo a ipotecare il loro futuro perché se si prosegue così domani questa sarà definita la “generazione del Covid”, quindi soggetta a discriminazione e marginalizzazione come ricorda Adolfo Scotto di Luzio, storico della pedagogia: “Le nuove generazioni saranno meno preparate e quindi meno competitive e il Paese risentirà di questo impoverimento culturale” (La Verità, 4 gennaio 2021). E, difficilmente, riusciranno a recuperare il gap con i colleghi europei che invece sono andati a scuola pressoché regolarmente. Si ripeteranno le drammatiche esperienze vissute da molte donne e uomini a metà degli anni cinquanta del XX secolo quando faticavano a trovare un lavoro essendo additati come la “generazione della guerra”. Non ci stiamo a perdere una generazione che tra l’altro si troverà sulle spalle i debiti ingentissimi che questo governo accresce giorno dopo giorno. In ultima analisi non ci stiamo a vedere le scuole ancora chiuse, magari, come qualcuno stoltamente già ipotizza, fino al termine dell’anno scolastico. E poiché siamo abituati alle promesse non mantenute questa ipotesi è tutt’altro che irreale. Eppure, il Presidente della Repubblica, a Vo’ il 14 settembre 2020 aveva espresso parole forti e chiare: “L’inaugurazione dell’anno scolastico, mai come in questa occasione  ha il valore e il significato di una ripartenza per l’intera società. Lo avvertono i ragazzi, lo comprendono gli adulti e le istituzioni. Ci troviamo di fronte a una sfida decisiva“. La chiusura forzata della scuola, precisò “è stata necessaria e dolorosa. Ma la scuola ha nel suo dna il carattere di apertura, di socialità, di dialogo tra persone, fianco a fianco… Un Paese – concluse Mattarella – non può dividersi sull’esigenza di sostenere e promuovere la sua scuola. Il diritto allo studio dovrà procedere di pari passo con il diritto alla salute”.

Qualcuno potrebbe dire che con la scuola in presenza i contagi aumentano in modo esponenziale. Ciò è falso. Ovviamente anche a scuola, come in qualunque luogo, ci si può contagiare, poiché il rischio zero non esiste e non è realistico neppure ipotizzarlo. Ma una corposa documentazione scientifica, e il parere di alcuni membri del Comitato Tecnico Scientifico, mostrano che le lezioni in presenza, con le dovute accortezze sono sicure. Resta aperto la problematicità sui rischi di contagio a bordo dei mezzi di trasporto, ma qui qualcuno dovrà spiegarci come mai pur essendo trascorsi mesi, ci troviamo nella stessa situazione di marzo 2020. E allora una proposta. Perché immediatamente dopo aver vaccinato gli operatori sanitari e chi risiede in strutture protette, non vantaggiare insegnati e studenti come sta avvenendo in Israele?

Ha affermato l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini nell’omelia dell’Epifania: “Gente del mio tempo, chi ti ha convinta che quando c’è la salute c’è tutto, se per l’ossessione di custodire la salute ti privi di tutto?” Ebbene, l’aspetto fisico della salute va tutelato, ma contemporaneamente abbiamo altri valori che non possiamo trascurare, tra questi, il frequentare la scuola, assume un ruolo primario. Per questo io mi schiero, e mi auguro anche voi, a fianco degli studenti che con ragionevolezza, vogliono riacquistare un diritto perduto: quello della scuola in presenza al 100 x 100.

Don Gian Maria Comolli

Articoli di approfondimento dell’ultima settimana

ARCHIVIO: SCANDALO SCUOLE CHIUSE

 

Riflessioni e  aggiornamenti  sul Coronavirus 17 gennaio 2021

APPROFONDIMENTO: Covid 19, fragilità mentale e suicidi (leggi)

Visita anche ARCHIVIO CORONAVIRUS

 L’ARTICOLO DI APPROFONDIMENTO

 

“SANTI DELLA PORTA ACCANTO” vittime del Codiv 19

 

In questi mesi siamo venuti a conoscenza di “eroi” che per curare o stare accanto ai malati vittime di questa pandemia, hanno coscientemente messo il gioco la loro vita fino alla morte. Sono i MEDICI che pur sprovvisti di adeguate protezioni hanno assistito i malati, oppure pur essendo pensionati di fronte all’emergenza hanno indossato nuovamente il camice. Sono i SACERDOTI che per non abbandonare i loro parrocchiani non hanno temuto il contagio. Sono le RELIGIOSE e i RELIGIOSI che fedeli ai carismi dei loro fondatori hanno umanamente accompagnato alla morte molti. Sono gli INFERMIERI che pur sapendo il rischio hanno sacralizzato la loro professione. Sono i VOLONTARI che non hanno voluto privare i sofferenti della loro presenza.

Vogliamo conoscere meglio queste donne e questi uomini “maestri di vita”, osservare con commozione i loro volti, mostrargli la nostra immensa gratitudine e vivere un piccolo tratto della loro personalità, perché solo così non saranno morti invano. Unicamente così potremo affermare credibilmente: “Nulla sarà come prima”

17 Gennaio 2021

Don Alfredo Nicolardi

Il 31 dicembre si è spento, all’ospedale Valduce di Como, a causa del coronavirus don Alfredo Nicolardi, 58 anni, parroco di Cadorago (Co).

“In questi mesi – ha scritto don Alfredo in un messaggio rivolto alla parrocchia poco prima di Natale – abbiamo pregato, sperato, desiderato fortemente che le cose cambiassero. Siamo tutti stanchi e ormai ci capita anche di non credere più che ci possa essere una fine a questo dramma”. “Da questa prova – concluse don Alfredo –  usciremo sicuramente diversi e migliori se ci chiederemo cosa il Signore ha voluto dirci permettendo questa croce. Se saremo disponibili a una vera conversione che si traduce anche nella riscoperta di essere tutti più fraterni e meno egoisti”.

La sua è stata una vocazione adulta e, prima dell’ordinazione presbiterale, ha vissuto a fondo le esperienze lavorative e l’impegno civile. Un uomo schietto, «sempre di fretta», che è stato padre spirituale di tanti seminaristi e novelli sacerdoti, per la sua capacità di vicinanza e per la sua umanità. Nell’ultimo giorno di coscienza, prima di essere intubato, con la richiesta di perdono dei peccati e il desiderio di ricevere i sacramenti aveva scritto a un suo compagno di ordinazione: «Dal vetro, ma assolvetemi».

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Il 4 novembre, la maggioranza parlamentare: Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Italia Viva e Liberi e Uguali hanno approvato il DDL a Montecitorio. Ora il testo è passato al Senato dove ci attendiamo un aspro confronto parlamentare da parte dei partiti di minoranza. Infine, dovrà essere firmato dal Presidente della Repubblica, che ci auguriamo lo blocchi contenendo, come hanno evidenziato emeriti costituzionalisti, evidenti passaggi di incostituzionalità. Dunque, per il momento, nulla è perduto!

Cosa fare attendendo il voto del Senato? Esprimere la nostra disapprovazione ai senatori

Inviare “mail di disapprovazione” ai senatori. E’ molto semplice. Ciascun Senatore dispone di una casella pubblica di posta elettronica. L’indirizzo e-mail è indicato nelle rispettive schede informative l’attività svolta. Basta entrare nel sito internet del Senato, cliccare “Senatori” e cercare il senatore che vogliamo interpellare.

Impegnamoci, infine, a far conoscere a tutti, specialmente ai genitori questo nefasto DDL, essendo in molti inconsapevoli del rischio che corrono

In questo sito potete trovare decine di articoli di costituzionalisti, giuristi, docenti universitari, medici, vescovi, giornalisti, associazioni…  che vi aiuteranno a chiarire le idee. Inoltre, ogni settimana, pubblicheremo un post con una accurata domanda.

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QUARTA DOMANDA

  1. In Italia è presente un fenomeno di discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere, tale da giustificare l’approvazione di una legge? NO

  2. L’Italia è un Paese omofobo? NO

  3. Esiste realmente un vuoto normativo nei confronti delle persone omosessuali e transessuali? NO

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