10 maggio 2026   – Numero 245 

Prossimo aggiornamento sabato 16 maggio

“LA GUERRA DI TUTTI CONTRO TUTTI”

L’editoriale di questa settimana vuole commentare una frase di Thomas Hobbes (1588-1679) filosofo e matematico inglese è tra i fondatori della filosofia politica moderna e autore del “Leviatano” dove appunto è presente questa frase (cfr. Leviatano, I, cap. XIII).

Se approfondiamo vari episodi riportati dalle cronache immediatamente avvertiamo l’attualità del monito di Hobbes poiché nell’epoca attuale, si assiste a una crescente percezione di conflitto diffuso che permea molteplici aspetti della vita sociale, politica ed economica. Questa realtà riflette una situazione in cui le relazioni umane sono caratterizzate da tensioni, competizione esasperata e mancanza di fiducia reciproca.

Analizziamo le cause, le manifestazioni e le conseguenze del fenomeno, nonché le possibili direzioni per un superamento delle divisioni.

Le radici della “guerra di tutti contro tutti” possono essere individuate in diversi fattori interconnessi.

In primo luogo, la globalizzazione, ha intensificato la competizione tra individui, gruppi e nazioni, generando un senso di insicurezza diffusa. Le trasformazioni tecnologiche rapide e l’instabilità economica hanno reso il futuro imprevedibile, alimentando la diffidenza e il sospetto. A ciò si aggiunge la crescente disuguaglianza sociale, che crea tensioni tra classi e categorie sociali, alimentando conflitti per il controllo delle risorse e dei privilegi.
Un secondo elemento di rilievo è la frammentazione politica e culturale che caratterizza alcune società contemporanee. Il pluralismo, sebbene potenzialmente fonte di arricchimento, spesso sfocia in una polarizzazione estrema, dove la ricerca del consenso diventa una sfida ardua. La diffusione di informazioni e disinformazioni attraverso i media, soprattutto i social network, contribuisce a consolidare visioni contrapposte e a minare il dialogo costruttivo. Questo scenario favorisce la nascita di antagonismi rigidi e la paralisi delle istituzioni democratiche, incapaci di mediare efficacemente tra interessi divergenti.
Ebbene, le conseguenze di questa “guerra di tutti contro tutti”, sono molteplici e di vasta portata. Sul piano sociale, si osserva un incremento della violenza, sia fisica che verbale, e una crisi delle relazioni interpersonali che dovrebbero essere basate sulla solidarietà e sulla cooperazione. Di conseguenza, i legami comunitari si indeboliscono, lasciando spazio all’individualismo esasperato e all’egoismo. Nel contesto lavorativo, la competizione spietata produce stress, insoddisfazione e perdita di motivazione, con ricadute negative sulla produttività e sul benessere generale. Sul piano politico, la conflittualità permanente mina la stabilità e la capacità di governo, alimentando sfiducia nelle istituzioni e apatia elettorale.

Per affrontare questa situazione, è irrimandabile una riflessione profonda e un impegno  collettivo volto a ricostruire un senso di comunità e di responsabilità condivisa. La promozione di valori quali il rispetto, la tolleranza e la solidarietà deve divenire una priorità nelle politiche educative e culturali. È altresì fondamentale rafforzare la partecipazione democratica, favorendo il dialogo tra le diverse componenti sociali e politiche contrastando la diffusione di false informazioni. A livello economico importante perseguire modelli di sviluppo inclusivi che riducano le disuguaglianze e garantiscano opportunità equanimi a tutti.

La percezione di vivere in una “guerra di tutti contro tutti” rappresenta una sfida complessa che richiede un approccio integrato e a multilivello. Unicamente costruendo ponti anziché muri, e mediante un rinnovato impegno per il bene comune, sarà possibile superare le divisioni e promuovere una convivenza pacifica e prospera. La responsabilità di ognuno e di ogni istituzione dovrà operare con saggezza e coraggio per trasformare questo conflitto diffuso in un’opportunità di crescita e coesione sociale.

Don Gian Maria Comolli

La guerra di “tutti contro tutti” nella politica italiana

Tale espressione descrive un contesto dove gli schieramenti tradizionali si frammentano, dando luogo a una competizione incessante e spesso distruttiva tra partiti, coalizioni e singoli leader.

Questa situazione emerge da una molteplicità di fattori che coinvolgono il sistema politico, i media, e la società civile. Innanzitutto, la frammentazione partitica, accentuata dal sistema elettorale proporzionale e dalle numerose scissioni interne ai partiti storici, crea un panorama in cui la coesione è difficile non solo da creare ma soprattutto da mantenere. Ogni gruppo politico tende a enfatizzare le proprie differenze piuttosto che ricercare punti di incontro, alimentando così uno scontro continuo. Tale frammentazione è stata ulteriormente acuita dall’ingresso di nuovi soggetti politici, spesso con richieste e programmi radicalmente diversi rispetto alle forze tradizionali, costituendo un’arena di competizione sempre più complessa e instabile.

Un altro elemento cruciale è rappresentato dalla comunicazione politica e dai media. L’avvento dei social network e delle piattaforme digitali ha trasformato le modalità nel comunicare la politica e dall’essere percepita dai cittadini. Se da un lato queste tecnologie hanno democratizzato l’accesso all’informazione, dall’altro hanno accelerato la polarizzazione dell’opinione pubblica. La propaganda, la diffusione di fake news e il ricorso a toni urlati e sensazionalistici sono divenuti strumenti comuni della guerra politica, contribuendo a costituire un clima di sospetto e di ostilità permanente tra gli attori in campo.
Inoltre, la personalizzazione della politica ha giocato un ruolo decisivo in questa dinamica di “tutti contro tutti”. I leader carismatici e mediaticamente visibili tendono a costruire il proprio consenso non solo attraverso programmi politici, ma anche mediante la creazione di una forte identità personale che spesso si scontra frontalmente con quella degli avversari. Questo processo porta a una politica segnata da attacchi personali e da una conflittualità che travalica i temi programmatici, facendo emergere una sorta di antagonismo perpetuo basato su interessi di potere e posizionamenti strategici.

La guerra di “tutti contro tutti” ha riflessi importanti sul funzionamento delle istituzioni italiane. La necessità di formare coalizioni ampie e spesso eterogenee rende difficile raggiungere accordi stabili e duraturi, provocando rallentamenti nell’attività legislativa. Ciò influisce negativamente sulla capacità dello Stato di rispondere efficacemente alle sfide sociali ed economiche, compromettendo la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche. La percezione di una classe politica impegnata principalmente in lotte intestine alimenta l’astensionismo elettorale e il senso di disillusione nei confronti del sistema politico nel suo complesso.
Tuttavia, è importante sottolineare che questa situazione non è inevitabile né irreversibile. La politica italiana ha già mostrato, in alcune fasi della sua storia, la capacità di superare momenti di crisi con il dialogo e la ricerca di compromessi. Il recupero della responsabilità politica e maggiore attenzione alla qualità del confronto pubblico ridurebbe l’intensità della guerra di “tutti contro tutti”. Dobbiamo promuovere una cultura politica che valorizzi il pluralismo come risorsa e non come motivo di divisione radicale, riaffermando il primato dell’interesse generale rispetto agli interessi particolari.

Alcune conclusioni.

La guerra di “tutti contro tutti” nella politica italiana rappresenta una delle principali criticità del sistema democratico contemporaneo. Come porre termine “a una guerra” che indebolisce il sistema democratico?

Promuovendo una cultura politica orientata al dialogo e al compromesso. Ciò implica un cambiamento di mentalità non solo tra i politici ma anche nei cittadini, mediante  l’educazione civica e la valorizzazione del confronto rispettoso come strumento imprescindibile della democrazia. Le scuole, i media e le organizzazioni della società civile hanno un ruolo cruciale nel diffondere tali valori, costruendo ambienti in cui le divergenze vengono affrontate con razionalità e apertura mentale, piuttosto che con aggressività e rigidità.
Da considerare, inoltre, la trasparenza e l’etica nella gestione della cosa pubblica. La percezione diffusa di corruzione o di interessi personali che prevalgono sul bene comune alimenta il disfattismo e la sfiducia, aggravando il clima di conflitto. È, quindi ,indispensabile rafforzare gli strumenti di controllo e di accountability, garantendo che i politici rispondano dei loro atti in modo chiaro e tempestivo. Un impegno serio nella lotta alla corruzione e nella promozione della legalità contribuisce a ricostruire la fiducia tra le istituzioni e la società, facilitando un confronto politico più sereno e produttivo.
Infine, la politica italiana, deve guardare oltre i problemi di breve termine, adottando una prospettiva strategica e lungimirante che tenga conto delle sfide globali e nazionali. La capacità di cooperare su temi fondamentali quali la sostenibilità ambientale, la digitalizzazione, la giustizia sociale e la coesione territoriale può rappresentare un terreno comune per costruire un consenso più ampio e duraturo. In questo senso, i leader politici devono assumere un ruolo di guida responsabile che sappia coinvolgere tutti gli attori sociali in un progetto condiviso di sviluppo e innovazione.

Superare la “guerra tutti contro tutti” nella politica italiana richiede un impegno multidimensionale che comprenda riforme istituzionali, educazione civica, trasparenza e una visione strategica condivisa. Solo attraverso una partecipazione consapevole e collaborativa potrà trasformare il conflitto in occasione di crescita democratica e di progresso per l’intero Paese.

La politica italiana, pertanto, ha di fronte a sé la sfida di riconciliare le diverse istanze e di costruire un modello di governo capace di rispondere efficacemente alle esigenze contemporanee, nel rispetto dei principi costituzionali e nell’interesse generale.

VI DOMENICA DOPO PASQUA (10 maggio 2026)

Saper giustificare la propria fede

Per la riflessione di questa domenica proponiamo una frase della seconda lettura della Messa: «Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt. 3,15) che evidenzia il dovere del cristiano di fornirne le motivazioni del perché crede, spiegando con precisione i fondamenti della fede, l’impor­tanza del credere e la capacità del cristianesimo di trasformare la vita.

Molti cristiani conoscono unicamente il catechismo appreso nella prepara­zione ai sacramenti della Comunione e della Cresima. Questo è insuffi­ciente poiché le varie fasi della vita portano con sé problematiche nuove, le conoscenze culturali si ampliano e le esperienze si moltiplicano. Per questo le risposte percepite nell’infanzia e nell’adolescenza, diventano inidonee. Inoltre, anche il contesto societario è in continua trasformazione per cui la testimonianza richiede un approfondimento costante. Gli interrogativi e i problemi cambiano continuamente come pure le tematiche riguardanti la vita, la sua origine, la dignità della persona, il rapporto tra lo scientificamente possibile e il moralmente accettabile di fronte alle scoperte in campo medico e genetico. Anche la fede, pur non essendosi trasformata nel suo messaggio, nei suoi fondamenti e nei suoi dogmi è stata approfondita. Di conseguenza per evitare annunci non corri­spondenti alla Parola di Dio, per evitare di costruirsi una reli­gione personale, per evitare di smarrirsi intellettual­mente e spiritualmente, è indispensabile conoscere con precisione i fondamenti del cristianesimo come pure, giorno dopo giorno, intersecare contempla­zione ed azione.

Ecco i suggerimenti di san Pietro per proporre efficacemente il Vangelo.

Con dolcezza. E’ dolce chi accosta l’altro con la calma ispirata dalla bontà, lo comprende e lo rassicura con la sua presenza.

Con rispetto poichè manifesta amore per l’altro e per la sua vita di fronte a qualsiasi scelta compiuta, anche a quelle che non condividiamo.

Con retta coscienza, cioè l’unica preoccupazione che ci deve guidare e su cui confrontarci è la fedeltà al messaggio evangelico.

Nel pluralismo. Non obbligheremo nessuno a credere, ma non pos­siamo neppure rinunciare alle nostre idee, né per apparire più amabili, più moderni o per guadagnare maggiori consensi. Ecco l’importanza di un dialogo franco e chiaro che superi atteggiamenti di buonismo, di indifferenza, di permissi­vità. Confrontiamoci apertamente, senza però rinunciare, acriticamente, ai valori e alle tradizioni cristiane.

Da ultimo non possiamo scordare l’importanza di una adeguata formazione. Come?

-Partecipando a corsi, dibattiti, convegni di cultura religiosa.

-Studiando il “Catechismo della Chiesa Cattolica” che riporta la dottrina cristiana in tutta la sua globalità. Esiste anche un riassunto che è il “Compendio del Catechismo”.

-Leggendo libri di cultura religiosa.

Di strumenti ne abbiamo a disposizione molti. E’ indispensabile utilizzarli per superare la nostra ignoranza e quella prese nella società attuale.

LE DOMANDE AL DON (61)

Prove sull’esistenza di Dio

Molte lettere che ricevo si concludono con questi interrogativi: Che cosa intendere precisamente con “credere sull’esistenza di Dio?”. È “facoltativo” o “obbligatorio” credere in Dio? Perché tanti non credono in Dio? Cos’è la “rivelazione” di Dio? Cosa significa che Dio si rivela? Come si fa a scoprire quanto Dio si rivela?… Per questo ho intitolato la risposta che voglio fornire questa settimana: prove sull’esistenza di Dio.

LA RISPOSTA DEL DON

Le prove sull’esistenza di Dio rappresentano da secoli uno dei temi più dibattuti nella filosofia, nella teologia e nella metafisica. La questione riguarda non solo la possibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di una divinità, ma anche il significato stesso e le implicazioni di tale esistenza per l’essere umano e per l’universo. Esaminiamo dunque le principali argomentazioni classiche a favore dell’esistenza di Dio, analizzandone i punti di forza e di criticità in un’ottica rigorosamente formale.

PROSEGUI LA LETTURA DELLA RISPOSTA

LE RISPOSTE PRECEDENTI DEL DON

Il “contatore” degli aborti

Controlla in tempo reale il numero degli aborti nel mondo dal 1 gennaio 2026

Oggi siamo a 15.925.000 

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RINGRAZIARE: un gesto di cortesia e di consapevolezza

Nella società odierna, scandita da ritmi frenetici e da relazioni spesso superficiali, il gesto del ringraziare rischia di essere trascurato o ridotto a una mera formalità. Tuttavia, il saper ringraziare rappresenta un elemento fondamentale della comunicazione umana e un segno di rispetto e gratitudine che rafforza i legami personali e professionali. Questo semplice atto va ben oltre le apparenze poiché incarna una profonda consapevolezza del valore altrui e contribuisce a creare un clima di armonia reciproca.

In primo luogo, ringraziare significa riconoscere l’aiuto, il supporto o la gentilezza ricevuti da un’altra persona. Questo gesto esprime la presa d’atto di un beneficio che non era dovuto, ma che ha invece arricchito in qualche modo la nostra esperienza o facilitato il raggiungimento di un obiettivo. Un “grazie” pronunciato con sincerità è uno strumento potente per motivare chi ci circonda e per alimentare spirito di collaborazione e di solidarietà. In ambito lavorativo, ad esempio, il riconoscimento formale delle competenze e degli sforzi altrui contribuisce a creare un ambiente positivo e produttivo, nel quale ogni individuo si sente valorizzato e stimolato a dare il meglio di sé.

Oltre alla dimensione sociale, il saper ringraziare ha anche un importante risvolto psicologico. Esso ci invita a guardare con attenzione e gratitudine ciò che accade intorno a noi, favorendo un atteggiamento positivo e di apprezzamento verso la vita. Questo esercizio di riconoscenza è in grado di migliorare il nostro benessere emotivo, ridurre lo stress e promuovere una maggiore resilienza di fronte alle difficoltà. Numerosi studi scientifici hanno infatti dimostrato che la pratica regolare della gratitudine contribuisce a migliorare la salute mentale, incrementando sentimenti di felicità e di soddisfazione personale.

Dal punto di vista etico, inoltre, il ringraziare si configura come un dovere morale che sottolinea l’interdipendenza tra gli esseri umani. Nessuno vive isolato, e ciascuno deve il proprio successo e benessere, almeno in parte, all’aiuto degli altri o al contesto favorevole in cui è inserito. Imparare a esprimere gratitudine significa riconoscere questa rete di relazioni che ci sostiene, evitando un atteggiamento egoistico o presuntuoso. In questo senso, il ringraziamento diventa un atto di umiltà e di apertura verso l’altro che contribuisce a costruire una società più giusta e solidale.

Inoltre, il valore del ringraziare, trova radici profonde nella tradizione e nella buona educazione, elementi indispensabili per mantenere rapporti civili e rispettosi. Un ringraziamento appropriato, accompagnato da modi gentili e dal tono adeguato è segno di buona creanza e favorisce una comunicazione efficace e serena. È opportuno, quindi, insegnare fin dall’infanzia l’importanza di questo gesto, affinché diventi naturale e spontaneo nel corso della vita.

Ebbene, saper ringraziare, non è soltanto una cortesia formale ma un autentico atto di consapevolezza e gratitudine che arricchisce chi lo pronuncia e colui che lo riceve. Riconoscere il valore dell’altro e delle sue azioni rafforza le relazioni umane, sostiene il benessere personale e contribuisce al miglioramento della convivenza sociale. Investire tempo ed energie nel coltivare questa sana abitudine significa promuovere una cultura del rispetto e della solidarietà, indispensabile per costruire un futuro più umano e più armonioso. Non dimentichiamo, dunque, la forza di un semplice “grazie”: esso può essere il seme da cui germoglia un mondo migliore.

Il saper ringraziare rappresenta un elemento fondamentale della comunicazione umana e un segno di rispetto e gratitudine che rafforza i legami personali e professionali.

 

L’OPINIONE DEL GENERALE FRANCESCO COSIMATO

Prosegue la nostra collaborazione settimanale con l’amico il Generale Francesco Cosimato.

Days of War 5 Maggio PSNTV

La crisi in Medio Oriente tiene il mondo col fiato sospeso e l’escalation è dietro l’angolo. Poi c’è sempre l’Ucraina. Rubrica a cura del Gen. B (ris.) Giuseppe Esposito, analista geopolitico e militare, giornalista. Ospite il Gen. (ris.) Francesco Cosimato, analista geopolitico e militare, Presidente del “Centro Studi Sinergie” con sede in Milano.   Guarda il video

Francesco Cosimato. Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.

Il libro della settimana 

G.Lazzati, Costruire, da cristiani, la città dell’uomo, Ed. AVE, pp. 116, Euro 11,40

Questo testo è  uno strumento di battaglia, infatti Giuseppe Lazzati, lo concepì per diffondere un messaggio di cui percepiva l’urgenza; un manifesto “politico” per avviare un percorso e un pensiero nuovi. Per lui la città dell’uomo non è né una città cristiana da interpretare secondo i criteri della cristianità, né una città totalmente separata dalla fede e dalla religiosità, ma è una realtà che chiede ai suoi abitanti l’impegno per il bene comune. Queste pagine sono di grande valore culturale ed un prezioso strumento per acquisire una maggiore coscienza politica che si esprime, poi, nel pensare e nell’agire politicamente.

LA NOSTRA BIBLIOTECA

https://www.gianmariacomolli.it/category/libri/

Il film della settimana

THE FATHER (2020) –  Nulla è come prima

Il film esplora la realtà della demenza attraverso una narrazione coinvolgente. La pellicola si concentra sul personaggio di Anthony il cui deterioramento cognitivo viene rappresentato con grande sensibilità e profondità emotiva. La regia utilizza sapientemente il montaggio e ambientazioni mutevoli per immergere lo spettatore nello stato confusionale del protagonista. Dunque, “The Father”,  si distingue per la capacità di trattare un tema delicato come la perdita di memoria e l’identità con autenticità e rispetto, offrendo una riflessione profonda sulla condizione umana.

I NOSTRI FILM

https://www.gianmariacomolli.it/category/film/

 

DIVENTA “VOLONTARIO” DEI SOFFERENTI

UN BREVE CORSO PER COMPRENDERE CHI E’ IL VOLONTARIO

Presentazione settimanale di un’associazione di volontariato

 

ASSOCIAZIONE “LIBERA”

L’associazione LIBERA è una realtà fondamentale nel panorama italiano per la lotta contro le mafie e la promozione della cultura della legalità. Fondata nel 1995 da don Luigi Ciotti, LIBERA si costituisce come rete nazionale di associazioni, gruppi e singoli cittadini che si impegnano quotidianamente nella difesa dei valori democratici e nella sensibilizzazione della società civile contro le organizzazioni criminali.
L’obiettivo principale di LIBERA è quello di contrastare la diffusione delle mafie attraverso azioni concrete di educazione, promozione della giustizia sociale e recupero degli immobili confiscati alla criminalità organizzata. L’associazione opera soprattutto nel coinvolgimento diretto delle comunità locali, favorendo la partecipazione attiva dei giovani e delle scuole, ritenuti fondamentali per costruire una coscienza civica solida e capace di opporsi alle logiche mafiose.
Uno dei progetti più significativi portati avanti da LIBERA riguarda la gestione sociale dei beni confiscati: grazie a questi spazi, liberati dal controllo mafioso, vengono realizzate attività di utilità pubblica come cooperative sociali, centri culturali e agricoli biologici. Questo modello rappresenta un esempio virtuoso di come la restituzione alla collettività di risorse sottratte alla criminalità possa generare sviluppo e inclusione, trasformando simbolicamente i luoghi della illegalità in poli di legalità attiva.
Inoltre, LIBERA si distingue per l’organizzazione annuale della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”, evento che richiama migliaia di persone in numerose città italiane con manifestazioni, incontri e iniziative culturali. Questo momento serve non solo a commemorare chi ha perso la vita nella lotta contro la criminalità organizzata ma anche a ribadire l’importanza del rispetto delle regole e della responsabilità civile.
Non meno rilevante è il ruolo di LIBERA nell’ambito della formazione e della ricerca: l’associazione produce dossier, studi e documenti che analizzano i fenomeni mafiosi e ne denunciano le connessioni con diversi settori della società. Tale attività contribuisce a mantenere alta l’attenzione politica e sociale, stimolando interventi legislativi e rafforzando il sistema di prevenzione.
In sintesi, LIBERA rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per chi vuole impegnarsi in modo concreto e consapevole nella lotta alle mafie, promuovendo una cultura diffusa di legalità, responsabilità e solidarietà. La sua azione testimonia come l’impegno collettivo possa essere un efficace strumento di contrasto alle forme di criminalità organizzata, contribuendo a costruire una società più giusta e libera.

APPROFONDISCI

 

ALCUNE ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO

 

UN CASO CHE NON PUO’ LASCIARCI INDIFFERENTI

IL “PROTETTORE” DEL BLOG

Il Protettore di questo blog è il BEATO GIUDICE ROSARIO LIVATINO assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 che è stato non solo un “uomo pensante” ma anche un magistrato modello e una persona di grande e autentica fede: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Quindi. come affermò san Giovanni Paolo II un “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Pur partecipando alla Messa ogni giorno, forse nessuno ha notato la sua azione religiosa ma l’effetto di quell’azione, cioè la testimonianza. Dunque una fede non da mostrare nelle forme ma da rendere leggibile nella testimonianza. E, ogni suo documento, al termine, era siglato con STD (SUB TUTELA DEI). Il mio auspicio è che anche i molti visitatori di questo blog, seguendo il suo esempio, si pongano “sub tutela Dei” e testimoni, anche con le argomentazioni da uomini pensanti, di principi e di valori fondamentali alla nostra società e alle future generazioni. GRAZIE.
Per conoscere il beato Livatino:

-La vita

-«L’uomo che ho ucciso, Livatino, – ha affermato: oggi mi aiuta a coltivare la speranza»

-Un commento sul Giudice Livatino

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IL RIPROREVOLE ESEMPIO DI WENDI DUFFI

NOME: Wendy Duffy

ETA’: 56 anni

NAZIONALITA’: Gran Bretagna

CONDIZIONI FISICHE: godeva di buona salute non era attaccata a una macchina, non aveva un cancro o una malattia terminale… Era affetta da depressione non essendo riuscita in 4 anni ad elaborare e superare il lutto per la morte dell’unico figlio, il 23enne Marcus.

GIORNO DELLA MORTE: 23 aprile 2026

LUOGO DELLA MORTE: Basilea, associazione Pegasos che procura il suicidio volontario assistito.

COSTO DELLA MORTE: 10 mila sterline

PERCHE’ NON POSSIAMO CONDIVIDERE L’ESPISODIO?

Nessuno ha il diritto di giudicare la scelta di Wendi ma come è stata gestita per volontà della stessa, come pure le ripercussioni ha suscitato. La signora poteva recarsi in Svizzera privatamente ma invece ha scelto di dare una ripercussione mediatica al suo atto mediante un’ intervista al Daily Mails ripresa da vari organi mediatici internazionali per coinvolgere emotivamente i lettori e gli ascoltatori. E’ la stessa strategia adottata dall’Associazione Luca Coscioni quando Marco Cappato accompagnò in Svizzera Dj Fabo a morire; era il 28 febbraio 2017. Il poveretto morì alle 11.20 e già alle 11.40 le agenzie stampa battevano comunicati stampa che annunciavano la sua morte. Pura coincidenza oppure strategia comunicativa ottima?

Dunque,  Wendy, voleva comunica al mondo  che chiunque abbia seri disagi può in Svizzera fare richiesta di suicidio assistito o di eutanasia, mentre dovremmo concentrarci su cure migliori per attenuarne le sofferenze e gestire i vari traumi. Inoltre è un insulto alle migliaia di famiglie che giorno dopo giorno con grandi sacrifici, curano e assistono in silenzio ma con immenso amore un parente affetto da grave handicap o che sta vivendo l’ultimo tratto dell’esistenza. 

 SOSTIENI CHI “FA IL BENE” ANCHE A NOME TUO 

 

Il Blog dell’ “Uomo pensante” vuole combattere stereotipi e pregiudizi, non sta dalla parte di nessuno ma si basa unicamente sulla verità dei fatti e si propone di essere il più inclusivo possibile. Come potete notare, nonostante i numeri soddisfacenti di entrate giornaliere, non vi è nessuna pubblicità per non essere manipolato dagli inserzionisti. Per questo, se presto un servizio che ritenete buono, chiedo la vostra generosità nei confronti di chi fa il bene anche a “nome vostro”.
Evidenzio due situazioni: i sacerdoti e un prete mio caro amico che gestisce una comunità di persone fragili.

I sacerdoti

I sacerdoti sono un dono perché donano la loro vita agli altri. Dona anche tu. Il tuo bel gesto nei confronti dei sacerdoti è riconosciuto anche dal sistema fiscale. Una donazione, infatti, è deducibile dal reddito annuale se effettuata a favore dell’ICSC (Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero) attraverso: carta di creditoconto corrente postalebonifico bancario.
Per le donazioni tramite conto corrente postale o bonifico bancario usare la causale “erogazione liberale art. 46 L.222/85”. Le donazioni per i sacerdoti sono deducibili dal reddito annuale fino a un massimo di euro 1.032,91.
Un sacerdote vive con molto meno di quello che si crede. E fa molto di più.
Dal 1984 è stata soppressa la retribuzione statale ai sacerdoti e il loro sostentamento è affidato esclusivamente alla tua generosità. In Italia esistono più di 35.000 sacerdoti che donano la propria vita agli altri. Con ogni tua offerta puoi garantire a queste persone una dignitosa sussistenza e contribuire alle loro missioni quotidiane, sempre rivolte ai più sofferenti. Basta un piccolo contributo per dare sostegno a tanti.
Mentre le offerte che fai direttamente in chiesa aiutano esclusivamente il sacerdote della parrocchia, le donazioni presenti in questo sito sono ripartite equamente tra tutti i sacerdoti per assicurare loro una vita decorosa.

GUARDA IL VIDEO

Don Giusto Della Valle

Don Giusto Della Valle è un sacerdote, mio caro amico, della diocesi di Como e attualmente è il parroco di San Martino a Rebbio, un quartiere di Como. Oltre che essere parroco ospita circa 50 persone immigrate a cui fornisce vitto e alloggio. Per questo suo grande impegno è conosciuto e apprezzato in tutta la città. 

Una testimonianza

“Nell’estate 2017, in piena emergenza migranti, ho incontrato Don Giusto Della Valle, una persona eccezionale impegnata a togliere le sofferenze. Il dramma delle migrazioni mi ha da sempre angosciato e da tempo desideravo poter fare qualche cosa per loro. Con lui ho cercato un immobile da ristrutturare così da poter ospitare minori stranieri non accompagnati e l’abbiamo individuato a Rebbio (Como), in via Giussani 35. L’immobile apparteneva al “Collegio delle Missioni Africane” noto anche come “Missionari Comboniani” ed il ricavato della vendita serviva loro per sostenere l’ospedale da loro gestito di Mapuordit nel Sud Sudan, danneggiato alla guerra: una bellissima combinazione. Nel corso della progettazione del nuovo immobile la politica italiana sulla migrazione è cambiata e di conseguenza abbiamo riorientato il progetto verso i bisogni della comunità. La Casa oltre che ad essere aperta al quartiere e alla città dovrà essere un luogo d’educazione e integrazione ed potrà offrire un riparo ai minori non accompagnati, alle mamme in difficoltà con figli e ai piccoli di qualsiasi nazionalità, con attenzione particolare alle situazioni di maggiore fragilità. Un piano dell’immobile suddiviso in quattro appartamentini ed è a disposizione di nuclei familiari che vivono momenti di fragilità umana ed economica. Il cantiere di casa “Caracol” è terminato a fine 2019 e l’attività sociale gestita dalla parrocchia di Rebbio e da Symploké (nata dalla Caritas diocesana di Como) è iniziata nel corso della primavera 2020” (Carlo Crocco, Presidente della Fondazione MDM).

Un video

Como, il meraviglioso cuore di don Giusto fa innamorare i musicisti della Scala: concerto strepitoso per la solidarietà

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Pillola di Saggezza Mensile

 

 

APPARIZIONI DELLA MADONNA – Lourdes (1)

By | Pillole di saggezza

Dopo aver evidenziato la scorsa settimana, all’inizio del mese di Maggio, non solo cosa intendiamo per “autentica devozione a Maria” ma anche il rilievo dei pellegrinaggi ai santuari mariani, tappe fondamentali per rafforzare il rapporto personale con Dio attraverso l’intercessione della Vergine quale figura di compassione, misericordia e guida spirituale, nel proseguo di questo mese indicheremo le caratteristiche delle apparizioni in alcuni luoghi.

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