7 febbraio 2026   – Numero 233

Prossimo aggiornamento settimanale, il 234°, sabato 14 febbraio 2026

EDITORIALE

11 FEBBRAIO – XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

“La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro”

Nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio”. Papa Leone XIV

La Giornata Mondiale del Malato che celebreremo l’ 11 febbraio rappresenta un’importante occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della salute, dell’assistenza medica e della sofferenza. Istituita nel 1992 da san Giovanni Paolo II, questa giornata si propone di onorare e sostenere tutti coloro che si trovano in condizione di malattia o di vulnerabilità, promuovendo una cultura di empatia e solidarietà.

Origini e Significato della Giornata
L’idea di dedicare un giorno alla riflessione sulla malattia e sulla necessità di una cura umana ed affettuosa è nata dall’incontro tra la Chiesa cattolica e il mondo della sanità. La Giornata Mondiale del Malato si colloca all’interno di un contesto più ampio di attenzione verso le problematiche sanitarie globali e si allinea con le iniziative dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per migliorare la qualità della vita dei pazienti. In particolare, la scelta della data, coincidente con la memoria liturgica della Madonna di Lourdes, ha un significato profondo. Lourdes è riconosciuto come un luogo di guarigione e conforto, dove migliaia di pellegrini si recano ogni anno in cerca di speranza e sollievo dalle loro sofferenze. Questa dimensione spirituale arricchisce ulteriormente il valore della ricorrenza, sottolineando la connessione tra fede, cura e guarigione.

Obiettivi della Giornata
Uno degli obiettivi principali della Giornata Mondiale del Malato è quello di richiamare l’attenzione sull’importanza del supporto psicologico e sociale per i malati. La malattia non colpisce solo il corpo, ma anche la mente e lo spirito. È fondamentale che le strutture sanitarie non si limitino a fornire trattamenti fisici, ma considerino anche l’aspetto emotivo dei pazienti. In questo senso, la comunicazione efficace tra medici e operatori sanitari gioca un ruolo cruciale nel processo di guarigione.
Un altro obiettivo è la sensibilizzazione riguardo alle diverse forme di malattia e alle disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari. In molte parti del mondo, le persone malate affrontano sfide enormi, sia economiche sia strutturali, che compromettono la loro possibilità di ricevere cure adeguate. La Giornata Mondiale del Malato chiama ciascuno di noi a riflettere su come possiamo contribuire a un sistema sanitario più equo e accessibile.

L’importanza della Solidarietà
La solidarietà è un tema centrale della Giornata Mondiale del Malato. Essa invita a unire le forze per garantire che ogni individuo in condizioni di malattia possa ricevere l’assistenza necessaria. Le comunità, le istituzioni e i singoli cittadini sono incoraggiati a fare la loro parte, sia attraverso il volontariato sia mediante donazioni a enti che operano nel settore della salute. Un gesto semplice può fare la differenza nella vita di chi soffre.
Nell’ambito di una società sempre più individualista, riscoprire il valore di una comunità solidale è fondamentale. Attraverso iniziative di supporto e sensibilizzazione, possiamo creare un ambiente in cui i malati non si sentano soli, ma parte di una rete di assistenza e comprensione. La sensibilità verso il dolore altrui contribuisce a costruire legami più forti e a favorire un clima di rispetto e accettazione.

Impatto sulla Salute Mentale
Anche il tema della salute mentale assume un posto preminente in occasione della Giornata Mondiale del Malato. Malattie fisiche e disturbi psicologici spesso si intrecciano, rendendo fondamentale un approccio integrato nella cura dei pazienti. Gli studi dimostrano che coloro che ricevono supporto psicosociale durante la malattia tendono a vivere una esperienza molto più positiva e soddisfacente. Pertanto, promuovere la salute mentale non deve essere visto come un aspetto secondario, ma come parte integrante del percorso di cura. La Giornata serve pure a ricordare che, oltre alla diagnosi e al trattamento fisico, è necessario favorire il benessere complessivo delle persone, in modo che possano affrontare la malattia con maggiore resilienza.

In conclusione, la Giornata Mondiale del Malato rappresenta un momento di riflessione importante non solo per il mondo della sanità, ma per tutta la società. Essa ci sfida a guardare oltre il semplice aspetto medico e a coltivare una cultura di accoglienza e supporto. È fondamentale riconoscere il valore intrinseco di ogni persona, indipendentemente dalla sua condizione di salute, e lavorare insieme per costruire un futuro in cui la cura e la compassione siano al centro dell’azione collettiva. Celebrare questa giornata significa quindi assumersi la responsabilità non solo di essere cristiani ma cittadini consapevoli e attivi, capaci di offrire ascolto e sostegno. Solo così possiamo davvero onorare il significato profondo di questa importante ricorrenza.

Don Gian Maria Comolli

 

LA SOFFERENZA: riflessioni per i sani

Sofferenza: un evento che prima o poi si presenterà alla nostra esistenza!

Un proverbio arabo afferma: “Non c’è nulla di più scontato dell’aria ma guai a non respirarla”. Lo stesso possiamo asserire per la sofferenza essendo un evento che senz’altro, prima o poi, si presenterà nella nostra esistenza. Pur comprendendo il timore che questo tema suscita e le ragioni psicologiche che ci inducono ad allontanarlo dalla quotidianità, isolandolo in angoli remoti, ritengo come affermava lo psichiatra viennese V. Frank che “vivere è sofferenza, sopravvivere è trovare il valore a queste sofferenze; cioè il senso della vita deve anche comprendere la sofferenza e la morte” (Un significato per l’esistenza. Psicoterapia e umanismo, Città Nuova, pg. 89). Dunque, chi anela a vivere pienamente e totalmente la propria esistenza, non può sfuggire alla riflessione su questo limite. Inoltre, la storia, avanza attraversata dalla sofferenza che non tende a spegnersi, anzi è in continuo ampliamento come possiamo verificare tutti i giorni. Quindi, il dolore, è inseparabile dalla vita e partecipa al mistero stesso dell’uomo. Pertanto “eliminarlo completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità semplicemente perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo – è continuamente fonte di tribolazioni” (Benedetto XVI, Spe salvi, n. 36).

Per di più, a volte, siamo di fronte a “croci senza crocefissi”, cioè sofferenze fisiche, psicologiche e sociali apparentemente prive di significato, procurate accidentalmente dalle circostanze della vita, o dalla pessima gestione di eventi personali, o anche determinate da particolari normative. A complicare l’argomento s’inserisce la “sofferenza innocente”, quella della domanda rivolta a Dio da Ivan, un personaggio di F. Dostoewskij: “Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? Rispondimi, per favore. E’ del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza” (F. Dostoewskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, pg. 338).

Infine, la sofferenza, smentisce il disegno della creazione nel quale “tutto era molto buono” (Gen. 2,31), e nel pensiero originale di Dio non erano previsti il dolore e il male, ma la vita dell’uomo si sarebbe sviluppata seguendo un progetto eccellente nella libertà e nell’equilibrio dei valori e delle forze, e l’umanità sarebbe vissuta attendendo di essere trasfusa nella visione beatificata.

Anche se tanti con la loro sofferenza, hanno ritrovato “l’autenticità dell’esistenza”, questa è una roccia contro la quale è facile “sfracellarsi”, anche nei confronti dell’Assoluto, poiché il dolore depone sempre contro Dio e la fiducia che dovremmo a Lui. Ad esempio, lo scrittore tedesco G. Buchner nel testo “La morte di Danton” (1835) si chiedeva: “Perché soffro?”. E concludeva: “Questa è la roccia dell’ateismo” (La mort de Danton, Léonce et Lena, Woyzeck, Lenz, pg. 13).

La risposta cristiana

Tra i molti punti di riferimento di fronte al dramma del dolore umano, esaminiamo quello presentato dal cristianesimo, essendo stato un fascio di luce per i drammi di milioni di uomini nel corso di duemila anni di storia. Ognuno di fronte alle sofferenze cerca delle risposte. Il credente spesso ritiene Dio erroneamente il responsabile della sua sofferenza: “Perché Dio mi ha punito?”. L’ateo sfrutta la sofferenza come prova per dimostrare la non esistenza di un Assoluto. Altri riducono la sofferenza a puro fenomeno clinico o di ordine tecnico che investe unicamente il corpo. A mio parere, le radici della disperazione di molti, le possiamo identificare, prevalentemente nell’immagine errata di Dio, difforme da quella presentata dalla Rivelazione e nello scorretto rapporto tra dolore e punizione divina, sofferenza e colpa. L’errata interpretazione della sofferenza come azione di Dio per i peccati personali o sociali è chiaramente affermata dal Signore Gesù commentando l’episodio dell’improvviso crollo della torre di Siloe in costruzione lungo le mura di Gerusalemme che provocò la morte sotto le macerie di diciotto operai (cfr. Lc. 13,2-4). Lo stesso concetto lo ritroviamo anche nell’episodio della guarigione del cieco nato (cfr. Gv. 9, 1-41). Ma, se Dio fosse il “regista della sofferenza” rinnegherebbe la sua identità di Padre buono e misericordioso e, quindi, non meriterebbe la nostra adorazione e fiducia.

Da questi episodi possiamo dedurre che tanti si sono costruiti un’immagine di Dio secondo i propri desideri: un Dio che guarisca, che esaudisca, che premi il bene, il giusto e il vero. Con certe storture, anche inconsciamente, abbiamo “sfruttato Dio” ritenendolo uno strumento nelle nostre mani, necessitandoci un Assoluto che risolva i nostri problemi. Invece, non è così, nella dottrina cristiana: Dio è onnipotente, ma nella misericordia e nel perdono; la grandezza del Padre celeste sta nell’umiltà e non nella potenza, poichè la sua autentica forza è l’amore. Unicamente in questa visione dell’Assoluto, il dolore acquista un significato. Dunque, nel cristianesimo, Dio è l’onnipotente nell’amore e nell’umiltà, non colui che esaudisce e che risponde a tutte le nostre richieste. E’ dalla parte di chi soffre ed invita ciascuno a comprendere, condividere e vivere il dolore umano. Perciò, il Signore Gesù è riconosciuto nella storia come un grande guaritore, ed è venerato con il titolo di “medico”, non solo delle anime ma anche dei corpi.

Come affrontare la sofferenza?

Un importante riferimento è la Lettera Apostolica “Salvici doloris” di san Giovanni Paolo II dell’11 febbraio 1984 sul senso cristiano della sofferenza e che esamineremo più profondamente nella “Pillola di Saggezza” di questo blog.

E’ il primo documento di un Pontefice che affronta in modo organico il problema del dolore umano partendo dal libro di Giobbe di cui riassumiamo brevemente la storia. Giobbe, uomo giusto che viveva nella prosperità, improvvisamente è ferito nel corpo, negli affetti e nei beni materiali. Non trovando il senso di quello che gli sta accadendo pone un interrogativo: “Perché”, “Che male ho fatto perché Dio mi punisca?” (cfr. Gb. 3). Tre “pseudo” amici lo accostano e cercano di convincerlo della gravità delle sue colpe, perché, secondo loro, la sofferenza colpisce sempre l’uomo come pena per peccati e trasgressioni. E’, sempre secondo loro, la sofferenza è voluta da Dio, che è assolutamente giusto, per conservare un ordine di giustizia nel cosmo (cfr. Gb. 22). Da una parte Giobbe si ritiene vittima senza colpa di un ingiusto dolore; dall’altra, da credente, continua a sperare nell’amore di Dio (cfr. Gb. 42,2-4). E questa fiducia alla fine gli dà ragione (cfr. Gb. 42,12-16). Il Libro di Giobbe mostra che un individuo può soffrire, e soffrire molto, senza che debba essere ritenuto in qualche modo colpevole e da Dio punito.

Tornando alla “Salvifici doloris”, san Giovanni Paolo II, non fornisce delle risposte ai “perché”, ma evidenzia dei significati:

-la sofferenza, particolarmente la malattia, come momento di riflessione e di riscoperta degli autentici valori della vita;

-l’importanza che il sofferente può assumere per la società e per il mondo;

-l’aspetto religioso e spirituale come aiuto e supporto nel trovare un significato alla propria vita anche nel momento della sofferenza, superando il sempre presente senso di inutilità.

Ho tentato di offrire qualche spunto di riflessione memore dell’ammonimento di Carlo Bo: “non c’è una letteratura della sofferenza, ci sono solo dei gridi”. E i gridi non si spiegano ma solo si ascoltano.

Don Gian Maria Comolli

LE DOMANDE AL DON (48)

Gli ammalati “messaggeri” del Vangelo 

Sono ammalata da tanti anni, posso aiutare poco gli altri, ma offro al Signore tutte le mie sofferenze. Avranno un valore? Noemi.

LA RISOSTA DEL DON

Senz’altro Noemi; lei e gli ammalati che offrono quotidianamente a Dio le loro sofferenze, siete i “parafulmini dell’umanità”. Per questo dobbiamo esprimervi la nostra riconoscenza. Dio attraverso la vostra fede e la vostra donazione, perdona continuamente le infedeltà e i peccati di molti che, di per sé, non lo meriterebbero. Anche oggi, il Padre Celeste, per merito vostro, accoglie la stessa supplica rivolta da Abramo per allontanare gli interventi punitivi nei confronti delle città di Sodoma e di Gomorra, proverbiali sedi del peccato ed abitate da uomini iniqui (cfr Gen. 18,20-32; Mt. 11,29). Abramo, facendosi forte della presenza di alcuni giusti e della preghiera che in molti elevavano con costanza e con semplicità, intercedette per la salvezza di tutti. E anche oggi, il nostro Creatore, può affermare: «Non distruggerò la terra per amore dei giusti e dei sofferenti»; amnistiando così l’umanità.

PROSEGUI LA RISPOSTA

LE VARIE RISPOSTE DEL DON

 

LA TESTIMONIANZA: “Padre non è bella la mia vocazione?”

Il cardinale A. Comastri arciprete emerito della basilica di san Pietro e precedentemente arcivescovo di Loreto, offrì ad un convegno questa testimonianza più significativa di mille ragionamenti.

Una sera al termine della preghiera nella basilica di Loreto, piena di malati, mi avvicino ad una culletta sostenuta dalle braccia robuste di un barelliere, ma dentro non vedo un bambino bensì una donna adulta: un piccolissimo corpo (58 centimetri) con un volto splendidamente sorridente. Tendo la mano per salutare, ma l’ammalata con gentilezza afferma: ‘Padre non posso dar­le la mano, perché potrebbe frantumarmi le dita: io soffro di osteogenesi im­perfetta e le mie ossa sono fragilissime. Voglia scusarmi’. Ovviamente non c’e­ra nulla da scusare, ma rimasi affascinato dalla serenità e dalla dolcezza del­l’ ammalata e volevo sapere qualcosa in più della sua vita. Mi prevenne e mi disse: ‘Padre, sotto il cuscino della mia culletta c’è un piccolo diario è la mia storia. Se ha tempo, può leggerla’.  Presi i fogli e lessi il titolo: ‘Felice di vivere’. Io riguardai la malata e domandai: ‘Perché sei felice di vivere? Puoi anticiparmi qual­cosa di quello che hai scritto?’. Essa mi disse: ‘Padre, lei vede le mie condizioni, ma la cosa più triste è la mia storia! Potrei intitolarla così: abban­dono! Eppure sono felice, perché ho capito qual è la mia vocazione. Sì, la mia vocazione!

Io, per un disegno d’amore del Signore, esisto per gridare a chi ha il dono della salute: Non avete diritto di tenerla per voi, la dovete donare a chi non ce l’ha, altrimenti la salute marcirà nell’egoismo e non vi darà la felicità.

Io esisto per gridare a coloro che si annoiano: Le ore in cui voi vi annoiate mancano a qualcuno che ha bisogno di affetto, di cure, di premure, di compagnia; se non regalerete quelle ore, esse marciranno e non vi daranno felicità.

Io esisto per gridare a coloro che vivono di notte e corrono da una discoteca all’altra:Quelle notti, sappiatelo, mancano drammaticamente, mancano a tanti amma­lati, a tanti anziani, a tante persone sole che aspettano una mano che asciughi una lacrima: quelle lacrime mancano anche a voi, perché esse sono il seme della gioia vera! Se non cambierete vita, non sarete mai felici!’.

Io guardavo questa ammalata e non osavo commentare e fu lei che aggiunse: ‘Padre, non bella la mia vocazione?’ ” (dalla relazione: Il malato e il giorno del Signore – Chianciano Terme, 22 giugno 2004).

L’orgoglio di affermare: “Padre non è bella la mia vocazione?”, racchiude l’esperienza di colei che ha conseguito una degna qualità di vita, vivendo e convivendo le proprie limitazioni.

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Come deve essere la presenza del cristiano nel mondo? (Mc. 5,13-16)  (8 febbraio 2026)

1) IL DOVERE DI TESTIMONIARE CRISTO (il sale della terra)
Il cristiano non deve isolarsi ma restare a vivere nella condizione in cui il Signore l’ha posto.
Il sale non si mangia a parte, ma si scioglie nelle vivande. Solo così riesce a esaltare i diversi sapori. Allo stesso modo noi cristiani non dobbiamo accarezzare il sogno di metterci per nostro conto, pretendendo di abitare un mondo tutto per noi. È normale e giusto che nei quartieri, negli ambienti di lavoro, nelle varie forme di socializzazione, credenti e non credenti si trovino insieme. E appunto in questa naturale coabitazione noi dobbiamo compiere il tentativo di tradurre in pratica gli insegnamenti del Vangelo. Questo è il bello e il difficile: essere cristiani in un mondo che non lo è.
Posti in questo stato di mescolanza, è ovvio che i discepoli di Gesù siano disposti a comunicare cordialmente con tutti, senza chiusure impossibili e senza fanatiche intransigenze. Ma questo stato di mescolanza è accettabile in quanto diventa occasione per diffondere la verità che salva, anche solo con la silenziosa testimonianza dell’esempio. Il sale si scioglie negli alimenti per salarli, non per lasciarli insipidi come prima: colui che ha creduto al Vangelo si immerge nell’umanità che gli sta attorno per evangelizzarla.
Perché questo avvenga, occorre che, pur mescolandoci col mondo dell’incredulità, noi conserviamo nitida e viva la nostra identità cristiana, anche se può apparire ostica all’opinione mondana. Se no, non gioviamo agli altri e smarriamo noi stessi. Un sale in cui questo sapore irritante fosse attenuato, un sale per così dire “dolcificato”, sarebbe il più inutile degli ingredienti: A null’altro serve che a essere gettato via. Parimenti il discepolo di Gesù, che vive nel mondo in dialogo con tutti, deve mantenere intatta l’autenticità del messaggio che porta, anche se i palati mondani lo trovano aspro. Ebbene, questo messaggio deve restare integro nella sua verità; e integro, senza sconti e senza alterazioni, va presentato anche al nostro tempo.

2) LA VERITÀ DI CRISTO NON PUÒ RESTARE NASCOSTA (la luce del mondo)
La luce di sua natura si irradia in tutte le direzioni. Così la Chiesa di Cristo deve farsi conoscere, deve farsi sentire, deve proporre chiaramente la strada che conduce al Padre e al Regno, in mezzo all’intrico delle molte proposte aberranti, deve saper inquietare la falsa pace delle coscienze, deve arrivare ad offrire consolazione e speranza agli smarriti. Certo tutto questo va compiuto senza ostentazione, senza arroganza, senza trionfalismi, con la tranquilla mitezza della luce, la quale non fa violenza a nessuno, ma tutti affascina, tutti persuade, a tutti senza costrizione svela le cose come sono.

Card. Giacomo Biffi in “Stilli come rugiada il mio dire”.

Il “contatore” degli aborti

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Il libro della settimana 

P.Napoleoni, Un modo lo trovo, ed PubMe, pp. 166, Euro 12.50

Futura è una donna realizzata, piena di vita, che nasconde una storia toccante. Nessuno immagina che abbia combattuto una strenua lotta contro il cancro, se non per l’incauta rivelazione di un’amica nel corso di una cena. Sarà Futura stessa, spinta da chi le è vicino, ad abbandonare ogni reticenza e a parlare di sé, della malattia, delle preoccupazioni per suo figlio, del rapporto con il padre medico e alleato nella battaglia. A poco a poco la paura e lo sgomento iniziali lasciano spazio al coraggio e alla determinazione di guarire, all’ansia di lasciarsi alle spalle una parentesi intervallata da chemioterapia, interventi invasivi, radioterapia. Vagando tra “ferite e cicatrici”, si confronta con emozioni contrastanti e dolorose che la accompagnano nel suo viaggio.

LA NOSTRA BIBLIOTECA

https://www.gianmariacomolli.it/category/libri/

Il film della settimana

IO PRIMA DI TE (2016)

Il film racconta la storia di Will  un giovane banchiere diventato tetraplegico ed invita a considerare il valore della vita e delle scelte personali. Quando la giovane ed eccentrica Louisa diventa la sua assistente, Will decide di affrontare la sua malattia terminale e di godere appieno del tempo che gli resta.

I NOSTRI FILM

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DIVENTA “VOLONTARIO” DEI SOFFERENTI

UN BREVE CORSO PER COMPRENDERE CHI E’ IL VOLONTARIO

Presentazione settimanale di un’associazione di volontariato

 

 

L’ASSOCIAZIONE VOLONTARI DELLA SOFFERENZA (CVS)

L’Associazione Volontari della Sofferenza (CVS) fondata dal beato Monsignor Novaresi rappresenta una realtà significativa nell’ambito del volontariato sociale, focalizzandosi sull’assistenza alle persone afflitte dalla malattia e dalla sofferenza. Nata con l’intento di promuovere un approccio umano e compassionevole nei confronti di chi vive situazioni di difficoltà, l’associazione trae appunto l’ispirazione dalla figura di Monsignor Novaresi, un sacerdote che ha dedicato la sua vita al servizio degli ammalati e degli emarginati, testimoniando così i valori cristiani di amore e solidarietà.

La CVS svolge la sua attività in vari ambiti, mirando a difendere la dignità delle persone sofferenti e a offrire loro un supporto concreto. Questo impegno si traduce in diverse azioni, tra cui la visita a malati e anziani, l’accompagnamento in ospedali e strutture assistenziali, nonché la promozione di eventi e iniziative che sensibilizzino l’opinione pubblica riguardo le problematiche legate alla sofferenza e all’isolamento sociale.

Uno dei principali obiettivi della CVS è quello di creare una rete di sostegno che non si limiti a interventi sporadici, ma che favorisca relazioni autentiche e durature. I volontari sono formati per ascoltare e accompagnare le persone sofferenti, instaurando un rapporto di fiducia che può contribuire a alleviare il loro dolore. Attraverso queste interazioni, i volontari non solo offrono un aiuto pratico, ma diventano anche preziosi alleati nella battaglia contro la solitudine, in quanto spesso le persone ammalate si trovano isolati nel loro dolore.

Inoltre, l’associazione non dimentica l’importanza dell’aspetto educativo. Attraverso corsi di formazione e incontri informativi la CVS si propone di sensibilizzare la comunità sui temi della sofferenza e dell’accompagnamento alla morte, migliorando così la preparazione dei propri volontari e promuovendo una cultura della cura e dell’empatia. Questi momenti di formazione sono essenziali non solo per i volontari, ma anche per la società civile, poiché mettono in luce la necessità di un cambiamento di paradigma rispetto al modo in cui la sofferenza viene percepita e affrontata.

L’operato della CVS non si limita al solo volontariato. L’associazione si fa portavoce presso le istituzioni, sollecitando politiche più inclusive e umane per la gestione della salute e della soggettività delle persone in difficoltà. Questo impegno politico è fondamentale per affrontare le sfide sistemiche che spesso rendono difficile la vita di chi già vive una situazione di sofferenza, come ad esempio la carenza di servizi adeguati o la mancanza di attenzione alle esigenze specifiche di categorie vulnerabili.

Non meno importante è il coinvolgimento delle famiglie. La CVS riconosce che la sofferenza colpisce non solo l’individuo, ma anche i suoi cari. Pertanto, offre supporto e informazione anche ai familiari, organizzando incontri e momenti di confronto. Questo aspetto del lavoro associativo è cruciale per alleviare il carico emotivo che spesso ricade sui familiari, fornendo loro strumenti e risorse per affrontare le difficoltà legate alla malattia di un parente.

È altresì fondamentale menzionare il valore della collaborazione con altre realtà associative e istituzionali. La CVS spesso si unisce a enti locali, associazioni di categoria e strutture sanitarie, creando sinergie che amplificano l’impatto delle proprie azioni. Questa rete collaborativa permette di affrontare le questioni legate alla sofferenza in maniera più articolata e integrata, promuovendo un modello di intervento che considera la persona nella sua totalità.

In conclusione, l’Associazione Volontari della Sofferenza rappresenta una testimonianza tangibile di come il volontariato possa trasformare la società, portando un messaggio di speranza e solidarietà ai più fragili. Attraverso l’impegno costante dei suoi volontari, l’associazione riesce a fare la differenza nella vita di molte persone, dimostrando che è possibile affrontare il dolore con umanità e rispetto. Infatti, in un mondo che talvolta sembra ignorare le esigenze dei più vulnerabili, la CVS si erge come un faro di luce, invitando tutti a riflettere sull’importanza di un approccio solidale e di una comunità pronta ad abbracciare chi soffre. In questo modo, l’associazione non solo onora l’eredità di Monsignor Novaresi, ma contribuisce attivamente a costruire un futuro migliore, dove ognuno abbia la possibilità di essere visto e ascoltato nella propria sofferenza.

PER APPROFONDIRE

BEATO LUIGI NOVARESI

ALCUNE ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO

 

DELLE FRASI PER LA RIFLESIONE


IL “PROTETTORE” DEL BLOG

Il Protettore di questo blog è il BEATO GIUDICE ROSARIO LIVATINO assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 che è stato non solo un “uomo pensante” ma anche un magistrato modello e una persona di grande e autentica fede: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Quindi. come affermò san Giovanni Paolo II un “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Pur partecipando alla Messa ogni giorno, forse nessuno ha notato la sua azione religiosa ma l’effetto di quell’azione, cioè la testimonianza. Dunque una fede non da mostrare nelle forme ma da rendere leggibile nella testimonianza. E, ogni suo documento, al termine, era siglato con STD (SUB TUTELA DEI). Il mio auspicio è che anche i molti visitatori di questo blog, seguendo il suo esempio, si pongano “sub tutela Dei” e testimoni, anche con le argomentazioni da uomini pensanti, di principi e di valori fondamentali alla nostra società e alle future generazioni. GRAZIE.
Per conoscere il beato Livatino:

-La vita

-«L’uomo che ho ucciso, Livatino, – ha affermato: oggi mi aiuta a coltivare la speranza»

-Un commento sul Giudice Livatino

 

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Evidenzio due situazioni: i sacerdoti e un prete mio caro amico che gestisce una comunità di persone fragili.

I sacerdoti

I sacerdoti sono un dono perché donano la loro vita agli altri. Dona anche tu. Il tuo bel gesto nei confronti dei sacerdoti è riconosciuto anche dal sistema fiscale. Una donazione, infatti, è deducibile dal reddito annuale se effettuata a favore dell’ICSC (Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero) attraverso: carta di creditoconto corrente postalebonifico bancario.
Per le donazioni tramite conto corrente postale o bonifico bancario usare la causale “erogazione liberale art. 46 L.222/85”. Le donazioni per i sacerdoti sono deducibili dal reddito annuale fino a un massimo di euro 1.032,91.
Un sacerdote vive con molto meno di quello che si crede. E fa molto di più.
Dal 1984 è stata soppressa la retribuzione statale ai sacerdoti e il loro sostentamento è affidato esclusivamente alla tua generosità. In Italia esistono più di 35.000 sacerdoti che donano la propria vita agli altri. Con ogni tua offerta puoi garantire a queste persone una dignitosa sussistenza e contribuire alle loro missioni quotidiane, sempre rivolte ai più sofferenti. Basta un piccolo contributo per dare sostegno a tanti.
Mentre le offerte che fai direttamente in chiesa aiutano esclusivamente il sacerdote della parrocchia, le donazioni presenti in questo sito sono ripartite equamente tra tutti i sacerdoti per assicurare loro una vita decorosa.

GUARDA IL VIDEO

Don Giusto Della Valle

Don Giusto Della Valle è un sacerdote, mio caro amico, della diocesi di Como e attualmente è il parroco di San Martino a Rebbio, un quartiere di Como. Oltre che essere parroco ospita circa 50 persone immigrate a cui fornisce vitto e alloggio. Per questo suo grande impegno è conosciuto e apprezzato in tutta la città. 

Una testimonianza

“Nell’estate 2017, in piena emergenza migranti, ho incontrato Don Giusto Della Valle, una persona eccezionale impegnata a togliere le sofferenze. Il dramma delle migrazioni mi ha da sempre angosciato e da tempo desideravo poter fare qualche cosa per loro. Con lui ho cercato un immobile da ristrutturare così da poter ospitare minori stranieri non accompagnati e l’abbiamo individuato a Rebbio (Como), in via Giussani 35. L’immobile apparteneva al “Collegio delle Missioni Africane” noto anche come “Missionari Comboniani” ed il ricavato della vendita serviva loro per sostenere l’ospedale da loro gestito di Mapuordit nel Sud Sudan, danneggiato alla guerra: una bellissima combinazione. Nel corso della progettazione del nuovo immobile la politica italiana sulla migrazione è cambiata e di conseguenza abbiamo riorientato il progetto verso i bisogni della comunità. La Casa oltre che ad essere aperta al quartiere e alla città dovrà essere un luogo d’educazione e integrazione ed potrà offrire un riparo ai minori non accompagnati, alle mamme in difficoltà con figli e ai piccoli di qualsiasi nazionalità, con attenzione particolare alle situazioni di maggiore fragilità. Un piano dell’immobile suddiviso in quattro appartamentini ed è a disposizione di nuclei familiari che vivono momenti di fragilità umana ed economica. Il cantiere di casa “Caracol” è terminato a fine 2019 e l’attività sociale gestita dalla parrocchia di Rebbio e da Symploké (nata dalla Caritas diocesana di Como) è iniziata nel corso della primavera 2020” (Carlo Crocco, Presidente della Fondazione MDM).

Un video

Como, il meraviglioso cuore di don Giusto fa innamorare i musicisti della Scala: concerto strepitoso per la solidarietà

DONA A DON GIUSTO:  IT48K0843010904000000093297

 

MATERIALE PER LA GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2026

“Signore Gesù, buon Samaritano, Tu versi sulle nostre ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza. Vieni incontro a noi sofferenti perché facciamo esperienza della tua misericordia che consola. Sostieni con il tuo santo Spirito tutti i curanti perché rallentino il loro passo, e riconoscano le necessità dei fratelli. Rendi i nostri cuori capaci di tenerezza e donaci la forza di tendere le mani a quanti soffrono nel corpo e nello spirito. Amen”.

MESSAGGIO DI PAPA LEONE XIV

COMMENTO TEOLOGICO-PASTORALE

SCHEDA LITURGICA

 

 

 

Pillola di Saggezza Mensile

 

 

SALVIFICI DOLORIS di san Giovanni Paolo II: Una Riflessione sulla Sofferenza

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L’ 11 febbraio 1984 san Giovanni Paolo II pubblicò la Lettera Apostolica “Salvifici doloris”, commentando la lacerante esperienza della sofferenza umana. Fu il primo documento di un pontefice che affrontò sistematicamente l’argomento. Dal Documento emergono due impegni. I sofferenti devono essere i “privilegiati” dalla comunità cristiana e la loro cura un impegno costante. Alla sofferenza umana va riservato un adeguato spazio nella catechesi e nell’ educazione alla fede.

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