20 settembre 2020

Prossimo aggiornamento DOMENICA 27 settembre 2020

Editoriale

Riflessioni a margine dell’uccisione di don Roberto Malgesini

La salute dei migranti un’emergenza trascurata

Martedì 15 settembre  don Roberto Malgesini un prete della diocesi di Como che dedicava totalmente il suo sacerdozio al servizio dei più fragili e degli ultimi è stato barbaramente ucciso da un migrante tunisino che spesso aiutava e soccorreva. Molti mezzi di comunicazione hanno evidenziato che questo era affetto da disturbi mentali. A noi non interessa conoscere le condizioni psicologiche di quell’assassino; sarà la giustizia a giudicarlo. Noi però sappiamo che la “salute” dei migranti è un’emergenza, e su questo argomento, fermeremo la nostra chiacchierata settimanale consapevoli che il problema migratorio è complessissimo nella gestione e soprattutto nell’offrire un’accoglienza che prospetti a questi disperati un futuro dignitoso e decoroso.

Fragilità mentale

La fragilità mentale che probabilmente affliggeva chi ha ucciso don Roberto Malgesini non meraviglia, poiché un numero notevole di migranti sono affetti da disturbi post traumatici da stress(Ptds). La maggioranza di queste donne e uomini abbandonano il Paese d’origine spesso sede di guerre e di dittature, oppure oppresso da carestie, fiduciosi di costruire un’esistenza preferibile. Immediatamente, devono affrontare la prima criticità: il prolungato ed estenuante viaggio che riserva frequentemente violenze agli uomini e stupri alle donne che incideranno psicologicamente per lungo tempo. Giunti poi in Paesi a volte non scelti, devono confrontarsi con difficoltà comunicative e relazionali, con criticità  d’integrazione, con contesti societarii che li ignorano, con la disoccupazione o con lavori precari, con la discriminazione e con la marginalizzazione… Questi continui e prolungati traumi, determinano una profonda fragilità psicologica che a volte si tramuta in disagio psichico anche grave. Non possiamo infine scordare lo sradicamento non solo fisico ma anche culturale dal proprio Paese d’origine e le distanze dai nuclei famigliari e amicali. Uno studio della Società Italiana di Medicina dell’Integrazione (SIMM) del 2016, certifica che un immigrato su tre soffre di “psicopatologie della depressione” che si manifestano con disturbi comportamentali, dissociazioni, abuso di alcool, assunzione di sostanze psicotrope… Da ultimo, queste persone, è non è cosa da poco, devono ridefinire il loro “progetto di vita”. Ebbene, questi nuovi scenari, richiedono innanzitutto il riconoscimento per intraprendere percorsi terapeutici e di presa in carico. Pure l’integrazione dei figli dei migranti, quelli che definiamo di “seconda generazione” che potrebbe apparire più agevole, non sempre procede con risultati soddisfacenti ma è intrisa di criticità. Ma, a volte, medici, psichiatri, psicologi, assistenti sociali e educatori sono impreparati o scarsamente predisposti ad affrontare queste nuove sfide.

Fragilità fisica

Trattando di salute, non possiamo scordare le altre patologie che affliggono vari migranti presenti nel nostro Paese e che diventano preoccupanti soprattutto per i privi di permesso di soggiorno, oppure si trasformano in criticità nelle famiglie. Frequentemente singoli o nuclei ignorano la nostra lingua e le norme vigenti, sono privi di disponibilità economiche e non recepiscono chi rivolgersi. A volte negano la malattia, la rifiutano, la sottovalutano con il rischio di tramutare una patologia curabile in inguaribile o da lieve in grave. Inoltre, la presenza di un componente infermo, comporta a volte nei nuclei famigliari il suo abbandono, o la disgregazione del gruppo parentale o l’attuazione di gesti impropri. Per ovviare a ciò, sul territorio, sono sorte istituzioni quasi totalmente a base volontaria per fornire, prevalentemente mediante poliambulatori multidisciplinari, un’assistenza sanitaria, ma ciò è insufficiente. La medicina deve porsi in gioco non solo a livello terapeutico ma anche relazionale ricordando che questi uomini e donne migranti percepiscono e vivono la malattia con coordinate culturali e con visioni dei sistemi sanitari differenti dai nostri. Di conseguenza, il nuovo ambiente societario pluriculturale o multiculturale esige anche una revisione e un adattamento della relazione terapeutica.

Come?

Tre coordinate operative.

1.Comunicazione

La comunicazione è essenziale per fornire adeguate informazioni, conseguire un consenso libero e informato, ottenere la collaborazione del malato oltre un follow-up appropriato. Circa la comunicazione verbale non possiamo scordare sia la difficoltà nell’identificare fenomeni che coinvolgono il privato e l’intimo, sia il timore che provocano una malattia dolorosa o inguaribile.

2.Linguaggio dei segni

Ogni gesto, atteggiamento, comportamento… esprimono simbolismi differentemente recepiti dalle varie culture. Di fronte a questo pluralismo  occorre un’ enorme prudenza per non offendere anche involontariamente invece che rendere omaggio alla persona. Questo gap può essere attenuato dall’ sorriso accogliente e incoraggiante che ovviamente non risolve tutti i problemi ma manifesterà spontaneità e simpatia solidale.

3.Interesse per la persona

La letteratura riguardante l’ “etnomedicina”, cioè la medicina che si avvale di metodi terapeutici tipici di culture e tradizioni diverse da quella occidentale e si basa prevalentemente sul riconoscimento dell’interdipendenza tra psiche e corpo, mette in guardia da due atteggiamenti estremi. Da una parte il “Complesso di Salgari”, cioè l’interesse etnologico allo straniero reputato prevalentemente un “essere esotico” che può condurre all’idealizzazione o al pregiudizio valoriale. Dall’altra il “Complesso del General Hospital” assunto da chi reputa la medicina occidentale onnipotente e infallibile. Il baricentro tra queste due visioni è l’ “interesse per la persona” per fargli comprendere i limiti della scienza medica, il metodo curativo che si adotterà, la speranza di riuscita senza escludere gli imprevisti, l’importanza di alcune  procedure come l’assunzione dei farmaci con regolarità e distanziati nel tempo… Inoltre i migranti devono essere abituati al rispetto delle norme igienico-sanitarie anche se non ne comprendono totalmente la ragionevolezza.

4.Di fronte alla sofferenza nessuno è straniero

L’extra-comunitario vive il costante timore di essere uno sfavorito. Di fronte alla malattia dobbiamo accostarlo senza discriminazioni,  applicando quando è possibile la “discriminazione positiva”, donandogli maggiore tempo e riconoscendo e accettando la sua particolare suscettibilità. Ogni malato, compreso il migrante, desidera e apprezza chi condivide empaticamente il suo soffrire superando le diversità di carattere, di temperamento, di cultura, di religione e di età. Come scriveva Salvatore Geraci del SIMM già nel 1990: “il modello di medicina transculturale potrebbe essere la reale occasione per riscoprire quello che è l’asse portante della medicina stessa, cioè il rapporto tra medico – paziente che spesso è trascurato e rischia di scomparire”. L’operatore sanitario e il volontario non sono immuni da condizionamenti  politici, sociali e culturali. A fronte di pareri e di opinioni che potrebbero influenzare negativamente un rapporto, deve sgorgare l’impegno a superare il pluriculturale e il multiculturale per giungere “all’interculturale” convinti che la nostra casa è il mondo e il mondo è di  casa dentro di noi.

Plinio il Vecchio scriveva che la casa è il luogo dove risiede il cuore. Il filosofo Blaise Pascal osservava che il cuore possiede delle saggezze che la ragione non conosce. Il Signore Gesù ammonisce: “là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt. 6, 21). E dove è il nostro cuore lì c’è l’amore.

Prendersi a cuore la salute di queste persone è elevare la loro qualità di vita come pure un “piccolo particolare” che il luminoso esempio di don Roberto Malgesini ci affida come testamento.

Don Gian Maria Comolli

 

Riflessioni e  aggiornamenti  sul Coronavirus 20 settembre 2020

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Con Papa Francesco sulla strada della ripresa

Nelle prossime settimane, vi invito ad affrontare insieme le questioni pressanti che la pandemia ha messo in rilievo, soprattutto le malattie sociali. E lo faremo alla luce del Vangelo, delle virtù teologali e dei principi della dottrina sociale della Chiesa” (Udienza Generale del 5 agosto 2020).

I “SANTI DELLA PORTA ACCANTO” vittime del Codiv 19

In questi mesi siamo venuti a conoscenza di “eroi” che per curare o stare accanto ai malati vittime di questa pandemia, hanno coscientemente messo il gioco la loro vita fino alla morte. Sono i MEDICI che pur sprovvisti di adeguate protezioni hanno assistito i malati, oppure pur essendo pensionati di fronte all’emergenza hanno indossato nuovamente il camice. Sono i SACERDOTI che per non abbandonare i loro parrocchiani non hanno temuto il contagio. Sono le RELIGIOSE e i RELIGIOSI che fedeli ai carismi dei loro fondatori hanno umanamente accompagnato alla morte molti. Sono gli INFERMIERI che pur sapendo il rischio hanno sacralizzato la loro professione. Sono i VOLONTARI che non hanno voluto privare i sofferenti della loro presenza.

Vogliamo conoscere meglio queste donne e questi uomini “maestri di vita”, osservare con commozione i loro volti, mostrargli la nostra immensa gratitudine e vivere un piccolo tratto della loro personalità, perché solo così non saranno morti invano. Unicamente così potremo affermare credibilmente: “Nulla sarà come prima”

20 settembre 2020

Dott. Giuseppe Finzi

C’è anche il dottor Giuseppe Finzi tra i medici deceduti a causa del Covid-19 in Italia. Medico parmigiano di 62 anni, Finzi è deceduto il 19 marzo nel reparto malattia Infettive dell’ospedale Maggiore di Parma. Il sessantaduenne era responsabile della struttura semplice dipartimentale Day hospital dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma ed era risultato positivo al Coronavirus nei giorni scorsi. Nonostante le cure, purtroppo la sua situazione si è aggravata di ora in ora fino al decesso. Il virus ha peggiorato alcune problematiche di salute pregresse portandolo alla morte.

La notizia ha sconvolto i tanti che lo conoscevano e apprezzavano sia sul lavoro che nelle sue attività sociali. infatti Giuseppe Finzi infatti era molto attivo anche nel territorio di origine, sia nel mondo del volontariato che nella vita civile e politica. “Un bravissimo professionista che ha fatto fino all’ultimo il proprio dovere di medico, È caduto in guerra, in prima linea”, hanno scritto sui social  parenti e amici. (www.fanpage.it/attualita/coronavius-addio-al-dottor-giuseppe-finzi-caduto-in-guerra-in-prima-linea/)

CONOSCI ALTRI EROI

 

IN RICORDO DI DON ROBERTO MALGESINI

“… Abbiamo tra noi un nuovo “martire della carità”, a volte incompreso, come già nel 1999 don Renzo Beretta, un altro prete che si è donato con larghezza a Cristo riconoscendolo nei poveri e accomunato alla stessa sorte di don Roberto.

Come Maria, che il vangelo di Giovanni presenta mentre “stava presso la croce di Gesù”, cosi don Roberto non è scappato davanti alle tante croci dei fratelli, non ha fatto grossi discorsi suoi poveri, non li ha distinti tra buoni e meno buoni, tra i nostri o gli stranieri, tra cristiani o di altre confessioni, ma si è prodigato con amore in totale umiltà, senza clamore e senza riconoscimenti di sorta. Amava agire in sordina, quasi di nascosto, in piena discrezione.

Ricordo don Roberto come un prete felice. Felice di amare Gesù servendolo nei poveri, nei profughi, nei senza tetto, nei carcerati, nelle prostitute.

Nei poveri riconosceva “la carne viva” di Cristo, a cui si era donato attraverso uno speciale ministero che potremmo definire “di carità spicciola”, indirizzato alle persone singolarmente prese, a cui offriva tempo, energie, delicate attenzioni e premure, soprattutto un grande cuore.

I comaschi, quelli almeno che preferiscono gli occhi alle orecchie, ossia che riconoscono chi agisce concretamente, piuttosto di chi lancia proclami vuoti, nutrivano per lui una garbata ammirazione e non hanno mancato di riconoscere in lui un pastore degno di stima e di affetto. Mi stupiva quando, camminando con lui in città di Como, molti comaschi lo salutavano con simpatia.

Questa sera Lo piangono anche i tanti suoi assistiti, di nazionalità, culture, religioni diverse. Nutrivano un grande rispetto e una profonda riconoscenza per lui, che classificavano facilmente come un padre, che aveva sempre tempo per ciascuno di loro.

Don Roberto riflette, dentro il clima disumano che in questo periodo spesso respiriamo, il segno vivo della tenerezza di Dio padre, che vuole fare della Chiesa del suo Figlio un ambiente di misericordia, dei figli della Chiesa degli umili suoi banditori e del mondo un luogo dove tutti si riconoscono fratelli.

I giovani, che sono alla ricerca di testimoni veri ed autentici di piena umanità e che esigono dalla comunità cristiana figure presbiterali di autentico riferimento, hanno trovato in don Roberto una immagine di prete bella, schietta e serena, quella in cui possono identificare al meglio la nostra Chiesa e con lei impegnarsi a servizio di Cristo e dei fratelli.

È sempre valida e attuale l’affermazione di Tertulliano, un autore africano del secondo secolo, che ci ricorda come “il sangue dei martiri sia seme di nuovi cristiani”. Mentre san Luigi Guanella, nostro diocesano, diceva che ‘patimenti straordinari, grazie straordinarie’ “.

(Dall’Omelia di Mons. Oscar Cantoni Vescovo di Como al rosario recitato nel Duomo di Como il 15 settembre 2020)

HANNO SCRITTO DI LUI

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1 gennaio 2018 – 31 luglio 2020: 837.815

agosto 2020: 24.831

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#Chi ragiona con la logica umana, cioè quella dei meriti acquistati con la propria bravura, da primo si trova ultimo. Invece, chi si affida con umiltà alla misericordia del Padre, da ultimo si trova primo (cf. Mt 20,1-16)# (20 settembre 2020)

#Preghiamo insieme alla comunità comasca per don Roberto Malgesini, testimone fino al martirio della carità verso i più poveri, e per tutti coloro che lavorano con le persone bisognose e scartate dalla società# (16 settembre 2020)

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La terza settimana del mese la “Pillola di saggezza” ci permetterà di conoscere sinteticamente le parti costitutive della Dottrina Sociale della Chiesa. Il primo capitolo che tratterremo oggi chiarirà cos’è la Dottrina Sociale della Chiesa e su quali pilastri si regge. Evidenzierà chi è l’attore principale di questa disciplina e risponderà all’interrogativo: ingerenza della Chiesa o supporto alla società?

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