
Due le tematiche proposte dal Vangelo alla nostra riflessione.
Le condizioni per essere discepoli
La libertà dagli affetti.
“Se uno viene dietro a me e non odia suo padre, sua madre…”.
Ebbene non porre nessuno prima di Dio, nemmeno le persone più care. Il discepolo è costretto a scegliere: prima sempre Dio. Ciò vale per ognuno di noi come per quelli che amiamo che dobbiamo lasciare liberi di anteporre a tutto la loro scelta per Cristo. Pensiamo ad un giovane che deve scegliere tra la realizzazione della propria vocazione e i progetti dei genitori…
Libertà da se stessi.
“Se uno non mi preferisce alla stessa sua vita…”.
Essere discepolo significa anche affrontare la morte violenta sull’esempio di Gesù e per fedeltà a Lui come è avvenuto per i 12.692 martiri del ventesimo secolo. Uomini e donne che hanno rifiutato di piegarsi al culto degli idoli e delle ideologie di quel secolo. Ricordiamoci, dunque, che anche oggi il martirio è ancora presente in vari Paesi, inoltre sono presenti forme di “martirio nascosto” che si manifesta nei confronti del cristianesimo e, conseguentemente, di coloro che si presentano come cristiani con persecuzioni infide, sottili e martellanti a vari livelli mediante la derisione, l’emarginazione e anche il ricatto.
Libertà dalle cose possedute.
“Chi di voi non rinuncia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo”. Non tutti dobbiamo rinunciare come san Francesco d’Assisi, ai propri beni, ma tutti dobbiamo essere disposti a farlo, se necessario: Lui viene prima di tutti e di tutto. E’ giusto un equo guadagno, prevedere e provvedere anche economicamente al futuro; è sbagliato vivere per i soldi, trasformando ad esempio anche nobili professioni unicamente in fonte di lucro.
Il valore dell’accoglienza
Il bano evangelico evidenzia anche questo. E, Gesù stesso, si presenta come ospite che chiede accoglienza agli uomini ed Egli stesso la offre a chi incontra. Il prologo del Vangelo di Giovanni afferma “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…”(Gv. 1,11). Inoltre, spesso, lo troviamo ospite di amici e in case dove compie annunci significativi del Regno o indica atteggiamenti da assumere nei confronti degli altri.
Anche nelle prime comunità apostoliche si sottolinea l’importanza di questo atteggiamento: “Siate…solleciti per le necessità dei fratelli e premurosi nell’ospitalità” (Rm. 12,13); “Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1 Pt. 4,9). Non è quindi azzardato affermare che la diffusione del messaggio evangelico nella Chiesa primitiva fu certamente facilitato dalla comune pratica dell’accoglienza e dell’ospitalità.
Il motivo fondamentale che spinge la persona a praticare l’accoglienza nei confronti degli altri, è il riconoscere che essa stessa è stata beneficiata da quella ricevuta da Dio, per questo è una virtù di origine non solo umana ma divina.