Avvenire.it, 2 novembre 2017

L’allarme. Il Lazio «taglia» i disabili: «Centri a rischio collasso»

Ultima chiamata delle associazioni alla Regione: «Senza un adeguamento delle tariffe moriamo» .

Assai più che preoccupati. «Succede quello che non vorrei immaginare. Se le tariffe saranno quelle indicate nel decreto, molte strutture si troverebbero al collasso», spiega Michele Bellomo, presidente dell’Aris Lazio (Associazione religiosa istituti sociosanitari). Va avanti Massimo Sala, presidente del Foai (Federazione organismi assistenza persone disabili): «È chiaro che non saremmo in grado di sopravvivere. Vorremmo vivere, non sopravvivere. E non vivere bene, solo vivere». È ancora più chiaro Francesco Cannella, direttore della Casa San Giuseppe dell’Opera don Guanella, raccontando che «dopo questi tagli saremo costretti a chiudere o, nella migliore della ipotesi, a limitarci a lavare e vestire i nostri ragazzi».

«Strozzati». La morale complessiva arriva dal presidente nazionale Aris, Virginio Bebber: «Mi chiedo se chi partorisce certi provvedimenti ‘strozzacentri di riabilitazione’ sia in grado di capire quanti dei nostri assistiti corrono il serio e concreto pericolo di finire in strada e senza assistenza. O forse si ritiene possibile che possa farsene carico il praticamente inesistente servizio pubblico riabilitativo?».

Meno dodici per cento. Accade infatti che «la Regione Lazio dal 2001 corrisponde rette che ripetutamente avevamo chiesto di adeguare all’indice Istat – spiega don Pino Venerito, presidente della Casa San Giuseppe dell’Opera don Guanella –, in tutta risposta, anziché un adeguamento almeno del 15 per cento, abbiamo ottenuto una decurtazione dal 7 al 12 per cento». L’ultimo aumento delle tariffe risale al 1999, «cioè al secolo scorso», sottolinea Sala. E «se già la situazione era difficile, figuriamoci dal 1 gennaio». Qualche numero? Solamente l’Aris assiste solamente nel Lazio circa 12.500 pazienti, per la gran parte minori e portatori di handicap anche gravi. «Così non possiamo fare silenzio – aggiunge Cannella –, la situazione è gravissima e dobbiamo denunciarla per i nostri ragazzi».

Il Garante dell’infanzia. È dovuto intervenire anche Jacopo Marzetti, Garante dell’infanzia e della Regione Lazio: «La situazione che abbiamo di fronte è particolarmente delicata », perché «si tratta di decine di associazioni senza fini di lucro che svolgono da anni un servizio fondamentale per la collettività, centri che si occupano del disagio fisico, psichico e sensoriale di bambini, adolescenti ed anziani, che lavorano, ogni giorno, con l’autismo, il ritardo mentale, la riabilitazione fisica e cardiologica». Col risultato che «l’intero sistema sanitario del Lazio rischierebbe il collasso se queste strutture, già penalizzate negli anni dal vertiginoso aumento dei costi dovuti alle nuove normative regionali adottate per far fronte al piano di rientro, dovessero gettare la spugna e chiudere definitivamente».

Il tre per cento. I tagli sono inspiegabili o lo sembrano anche considerando un criterio soltanto economicista. «Questo settore incide sul budget complessivo della sanità laziale per il 3 per cento», ricorda Bellomo. In realtà la Regione ha rassicurato gli istituti, garantendo loro che tutto sarà presto risolto da un tavolo tecnico: «Sì, vi abbiamo partecipato e in realtà è stato un nulla di fatto. Tavoli tecnici e chiacchiere, ma per adesso nessun fatto».

«Nullafacenti». Il Foai aveva già sollecitato il Tar a nominare un commissario per l’adeguamento delle tariffe almeno appunto all’indice Istat, è scattato invece il taglio. Che forse una spiegazione potrebbe averlo: «Dispiace dirlo, ma per qualche tecnico che non è in più in Regione, queste strutture erano nullafacenti. Perciò vorremmo che venissero a guardare cosa facciamo nelle nostre strutture, come e con chi. Scoprirebbero, ad esempio, che certi pazienti vengono seguiti solamente da noi».

Oltre 150mila. L’Aris assiste complessivamente nel nostro Paese oltre 150mila disabili, attraverso 26 istituti di ricovero e cura a carattere scientifico , diciassette ospedali, sette presidi sanitari , trentotto case di cura, centoquattordici centri di riabilitazione e trentadue residenze sanitarie assistenziali.

Pino Ciciola

 

8 novembre 2017

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