Abbiamo incominciato a giugno in occasione del Giubileo dei Governanti a fermare la nostra attenzione sulla Comunità Politica. Dopo aver esaminato il concetto di Autorità Politica e i fondamenti bibblici della politica, oggi porremo l’attenzione sui FONDAMENTI E L’AUTORITA’ DELLA COMUNITA’ POLITICA.
Comunità politica, persona e popolo
Il Compendio illustrando la “comunità politica” non fornisce la definizione prediligendo il fondamento e il fine.
«La comunità politica scaturisce dalla natura delle persone, la cui coscienza “rivela e ordina perentoriamente di seguire” l’ordine scolpito da Dio in tutte le Sue creature: un ordine etico-religioso, il quale incide più di ogni altro valore materiale sugli indirizzi e le soluzioni da dare ai problemi della vita individuale ed associata nell’interno delle comunità nazionali e nei rapporti tra esse» (Compendio 384). Di conseguenza, le guide della comunità politica, hanno l’obbligo di collocare al centro delle finalità collettive l’uomo che, dotato di razionalità, deve di fronte a ogni scelta potersi assumere le sue responsabilità. Solo così offrirà sensi e significati, non solo alla sua esistenza individuale ma anche al corpo sociale di cui è membro, senza scordare il suo bisogno innato di trascendenza. Ebbene, unicamente servendo il popolo, la comunità politica realizza la sua missione.
Come definire un popolo? Cosa lo qualifica?
Un popolo non è una moltitudine amorfa o una massa inerte da manipolare e strumentalizzare ma, a livello giuridico, è «il complesso degli individui di uno stesso Paese (Stato) legati tra loro da un rapporto di cittadinanza, che convivono nel medesimo territorio avendo in comune l’ordinamento giuridico, il governo, la lingua, le tradizioni o l’origine»( https://www.brocardi.it/dizionario/5.html), cui spetta anche l’opportunità di formarsi una propria opinione, esprimere liberamente l’individuale sensibilità politica e attuarla con modalità conformi al bene comune. Ciò che però caratterizza in primo luogo un popolo «è la condivisione di vita e di valori, che è fonte di comunione a livello spirituale e morale» (Compendio 386). A ogni popolo corrisponde solitamente una Nazione, ma per svariate cause, non sempre i confini nazionali coincidono con quelli etnico-culturali dando origine alle minoranze, che storicamente ha provocato numerosi conflitti (cfr. Compendio 387). Per la DSC anche le minoranze costituiscono gruppi con specifici diritti da tutelare, ma contemporaneamente tutti devono collaborare al bene comune dello Stato.
Tutela e promozione dei diritti umani
Affinchè ogni persona sia il fondamento e la finalità della comunità politica è primario riconoscere e tutelare i suoi diritti inalienabili, che possiamo anche definire “diritti umani”, cioè quei diritti irrinunciabili da riconoscere al singolo appartenendo al genere umano, indipendentemente dalle origini, dai legami o dai luoghi. Tipici prototipi di “Carta dei Diritti Fondamentali” sono la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo” approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 e la “Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea” (Carta di Nizza) ratificata dai Paese dell’Unione Europea il 7 dicembre 2000.
I diritti umani, inoltre, includono le primarie esigenze morali e giuridiche dell’individuo e sono sorretti da quattro pilastri: dignità, libertà, uguaglianza e fratellanza. La “dignità” manifesta che l’uomo è riflesso dell’immagine di Dio oltre che, come asseriva il filosofo tedesco Emmanuel Kant (1724-1804), un fine e mai un mezzo. La “libertà”, ricordava il filosofo francese Jean-Luc Nancy (1940- 2021), non va intesa come un concetto astratto, ma «come un dato esperienziale, una componente insostituibile della vita, che va declinata, vissuta e per la quale bisogna avere degli obiettivi sempre più alti»( J. Luc Nancy, L’expérience de la liberté, Galilée 1988, 91). L’ “uguaglianza” assicura la partecipazione politica e pubblica. La “fratellanza” è quel rapporto naturale che ogni uomo dovrebbe instaurare con l’altro edificato sulla relazione e sul confronto. Il perseguimento di questi diritti, superando favoritismi e privilegi, fa sgorgare nel cittadino l’esigenza di un pieno adempimento dei relativi doveri.
Convivenza fondata sull’amicizia civile
Ai diritti umani sopra evidenziati, il Compendio aggiunge altre due virtù: l’amicizia civile e la fraternità. Afferma il Documento: «il significato profondo della convivenza civile e politica non emerge immediatamente dall’elenco dei diritti e dei doveri della persona. Tale convivenza acquista tutto il suo significato solo se basata sull’amicizia civile e sulla fraternità» (390).
Ebbene, nella costruzione del bene comune, è insufficiente il riferimento unicamente ai diritti e ai doveri, o meglio, questi devono intersecarsi con l’“amicizia civile” e la “fraternità” che è diversa dalla “fratellanza”. «Mentre quello di fratellanza è un concetto immanente che dice dell’appartenenza delle persone alla stessa specie o a una data comunità di destino, la fraternità è un concetto trascendente che pone il suo fondamento nel riconoscimento della comune paternità di Dio. La fratellanza unisce gli amici, ma li separa dai non amici; rende soci (socio è “colui che è associato per determinati interessi”) e quindi chiude gli uniti nei confronti degli altri. La fraternità, invece, proprio in quanto viene dall’alto (la paternità di Dio) è universale e crea fratelli, non soci, e dunque tende a cancellare i confini naturali e storici che separano»( S. Zamagni, La fraternità come principio di ordine sociale, in Bene Comune, 31 dicembre 2020, 2.).
Punti nodali dell’amicizia civile e della fraternità sono il disinteresse, la donazione e la disponibilità alle esigenze dell’altro ma purtroppo, queste caratteristiche, sono spesso disattese nelle società politiche moderne e contemporanee, soprattutto dalle ideologie individualiste e collettiviste.
Don Gian Maria Comolli (fine terza parte)
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